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La vita cristiana e la liturgia

di G. Cantaluppi

Le vacanze sono un dono: ben lo sanno gli italiani a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando divennero fenomeno di massa. Ci si riposa, ma riposare non è fare niente: la vacanza è cambiare attività, non il non farne alcuna.

Si vive l’“otium”, che nel mondo classico romano  era il tempo libero dai “negotia”, dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici, per dedicarsi alla cura della casa, del podere, degli studi, oggi diremmo per coltivare i propri hobby.

Papa Francesco all’Angelus del 6 agosto 2017, spiegò che le vacanze sono qualcosa di importante per tutti, perché tutti hanno bisogno «di un tempo utile per ritemprare le forze del corpo e dello spirito approfondendo il cammino spirituale». E, in precedenza, Giovanni Paolo II affermava: «L’uomo è invitato a prendere coscienza del fatto che il lavoro è un mezzo e non il fine della vita, ed ha la possibilità di scoprire la bellezza del silenzio come spazio nel quale ritrovare se stesso per aprirsi alla riconoscenza e alla preghiera». (Angelus del 21 luglio 1996).

Nelle località di vacanza, spesso le autorità ecclesiastiche permettono che la Santa Messa venga celebrata in luoghi prossimi alla frequentazione delle persone, come le spiagge e i campeggi e perfino le hall degli alberghi, debitamente predisposti, per facilitare la partecipazione di chi, magari al proprio paese non mette piede in chiesa, ma in quel periodo riscopre inconsciamente l’eco delle espressive parole di San Giovanni Crisostomo: «Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo (…) Là c’è qualcosa di più. L’unisono degli spiriti, l’accordo delle anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti» (C.C.C., 2179).

L’andare a Messa durante le vacanze può aiutarci anche a un serio esame di coscienza: se abitualmente è per noi un atto di fede o piuttosto un’abitudine per tacitare la coscienza nella soddisfazione di un dovere compiuto quasi forzatamente.

Ricordiamo i 49 martiri di Abitène, una località nell’attuale Tunisia, che nel 304 hanno preferito, contravvenendo ai divieti dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte, piuttosto che rinunciare all’Eucaristia, affermando: «Non pos­siamo stare senza celebrare il giorno del Signore».

Erano consapevoli che la loro identità e la loro stessa vita cristiana si basava sul ritrovarsi in assemblea per celebrare l’eucaristia nel giorno memoriale della risurrezione.

Certamente andare a Messa non è l’unico modo per vivere da cristiani le vacanze: si possono per esempio visitare i luoghi che ci richiamano la presenza di Dio; nel nostro Paese, praticamente dappertutto c’è un luogo sacro in cui incontrarlo. Oppure tenendo lo sguardo vigile e attento sugli altri: chiediamoci che cosa possiamo fare per aiutarli in un impegno di volontariato.

Ancora papa Wojtyla: «Al cristiano in vacanza è spontaneo allora considerare con occhi diversi la propria esistenza e quella degli altri: liberato dalle impellenti occupazioni quotidiane, egli ha modo di riscoprire la propria dimensione contemplativa, riconoscendo le tracce di Dio nella natura e soprattutto negli altri esseri umani. È un’esperienza, questa, che lo apre ad un’attenzione rinnovata verso le persone che gli sono vicino, a cominciare da quelle di famiglia».

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