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Tra le pagine della Bibbia molte sono quelle dedicate ai tempi di crisi.
Queste ultime possono essere di più tipi: da quella provocata dalla fame a quella causata dalla guerra, da quella che porta la peste a quella generata dalla corruzione.

di Rosanna Virgili

Spesso le crisi durano a lungo e sfiniscono il popolo intero danneggiando, ancor più degli adulti, i vecchi e i ragazzi. Per questo in tempi di tempesta, il ruolo e l’impegno dei padri diventa urgente e importante come non mai. Poche sono, però, le volte in cui essi si comportano da campioni, in cui si mostrano capaci di dare sicurezza ai giovani e ai fragili, nelle famiglie e nella società, cosicché la crisi possa essere superata nel modo più degno possibile. Ma iniziamo a guardare i casi opposti, quelli positivi.

Paternità sapiente

Ritorniamo al padre di tutti gli Israeliti, Giacobbe. Rimasto privo del figliolo amato - che i fratelli gli avevano dato per morto - Giacobbe vive la sua maturità nel Paese di Canaan, senza dimenticare il dolore della perdita di Giuseppe. Ma continua ad essere padre per gli altri suoi figli. Quando, infatti, a causa della siccità, sopraggiunge una tremenda carestia, ancorché essi fossero ormai adulti, il vecchio padre si preoccupa per loro, per la loro sopravvivenza ma anche per il loro futuro. «La carestia imperversava su tutta la terra… Giacobbe disse ai figli: “Perché state a guardarvi l’un l’altro? Ecco, ho sentito dire che vi è grano in Egitto. Andate laggiù a comprarne per noi, perché viviamo e non moriamo”» (Gn 41,56-42,2). Fu così che quelli scesero in Egitto e trovarono il pane necessario. Non solo, ma riconciliatisi con Giuseppe, per l’intera famiglia di Israele si aprì un luminoso futuro in un paese che, allora, era il più ricco del mondo. Gli ebrei, infatti, restarono più di quattrocento anni in Egitto e, da settanta che vi erano emigrati, crebbero e si moltiplicarono sino a diventarne seicentomila, solo i maschi adulti. Ecco la potenza dell’intuizione, della sapienza di un padre: saper consigliare ai propri figli la cosa giusta da fare al momento giusto. Cercare di informarsi il più possibile sulle potenziali opportunità favorevoli per uscire dalla crisi e, quindi, dal rischio di soccombere. Giacobbe si mostra lucido e grintoso, invita i suoi figli a uscire dall’immobilismo, ad agire tempestivamente, a mettersi in cammino, ad avere coraggio. Perché la vita si promuove, ogni giorno, esponendosi a quelli che oggi chiameremmo: “rischi ragionati”. Se non fosse stato un padre così presente, intelligente, intraprendente, il popolo d’Israele sarebbe rimasto, molto probabilmente, senza nome e senza discendenza, sulla terra. 

Le défaillances 

della paternità

«Così dice il Signore: “Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me e correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità? E non si domandarono: “Dov’è il Signore che ci fece uscire dall’Egitto, e ci guidò nel deserto, terra di steppe e di frane, terra arida e tenebrosa, terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora?”» (Ger 2,5-6). Il tempo del cammino di Israele nel deserto, durato per ben quarant’anni, insieme a quello dell’esilio – che ne durerà altrettanti – è anche il simbolo della crisi più grave che il popolo possa vivere. Quarant’anni sono un tempo “pieno” per significare tutta una vita, dato che, al tempo, in quarant’anni veniva calcolata l’età media degli umani. Il deserto, come dice Geremia, è un luogo di prova molto grande, cui i “padri” di Israele furono per primi sottoposti. Si trovarono, infatti, ad affrontare la sete, la fame, le malattie infettive come la lebbra, il veleno dei serpenti e il morso degli scorpioni. Tutto ciò smarriti in un’area inospitale, “arida, tenebrosa”, inadatta alla vita umana, da cui non riuscivano a venir fuori. I padri avrebbero dovuto avere la sapienza di Giacobbe ma non ne furono capaci. Avrebbero dovuto rivolgersi al Dio dell’Alleanza, al Dio che, in passato, aveva dato prova di una fedeltà che era stata vitale per loro, ma non lo fecero. «Neppure i sacerdoti si domandarono: “Dov’è il Signore?”», rinunciando al loro specifico ruolo paterno (Ger 2,8). Preferirono fabbricarsi degli idoli incapaci di giovargli affatto. Non usarono la fede in Dio come forza di riscatto e di liberazione, come fondamento di costruttiva speranza per il futuro. Un monito prezioso per i padri che, oggi, si trovano dinanzi alla crisi generata dalla pandemia: non cedano a illusorie soluzioni ma si facciano fiduciosi e arditi come Giacobbe. 

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