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La famiglia patri-moniale diventò in Israele la cellula fondamentale della società. Il padre garantiva a figli, nipoti e pronipoti la legittimità di abitare il paese dove si trovavano non per “diritto”, ma per “dono” divino.

di Rosaria Virgili

Giacobbe - benedetto da Dio e dal padre Isacco - ebbe una moltitudine di figli, tredici in tutto, di cui dodici maschi e una femmina. Il nome di quest’ultima era Dina mentre gli altri furono i famosi eponimi delle «dodici tribù di Israele»: Ruben, Simeone, Levi e Giuda, Dan e Neftali, Gad, Aser, Issacar, Zabulon, Giuseppe e Beniamino.

Giacobbe fu padre di una famiglia numerosa, come tanti ce ne sono ancora nel mondo e ce ne sono stati, fino al recente passato, anche da noi, in Italia e in Europa. Le famiglie son diventate piccole, addirittura “nucleari”, da pochi decenni a questa parte. Le ragioni sono tante e non è questa la sede per trattarle ma, certo, i dati che ci sono in Italia, relativi al 2020, suscitano grande tristezza: a fronte di cinque anziani c’è solo un bambino! Le piazze non risuonano più tanto di grida infantili né le strade sono affollate di frotte di ragazzi. Siamo una società di adulti e anziani, avara di infiorescenze di vita. Povera di futuro. Nei racconti che i nostri nonni facevano delle loro famiglie numerose non mancavano le note della fame, delle difficoltà e di enormi sacrifici fatti da padri e madri ma nemmeno quelle della letizia, della spensieratezza, di risa, di giochi e di fraternità. Ma com’erano i padri di tanti figli? Quali i loro sentimenti verso ognuno? Quali i problemi che si trovavano ad affrontare?

Un amore speciale

La prima lunga sosta che il libro di Genesi fa sul rapporto tra Giacobbe e i suoi figli è quella suggerita dal suo sentire verso uno di loro: Giuseppe. «Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i suoi fratelli. Essendo ancora giovane, stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre (…). Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe» (Gn 37,2b-3). Succede a Giacobbe quello che capita sovente ai padri di molti figli: rischiare di fare tra loro preferenze. Di averne in simpatia uno in particolare e di non riuscire a nasconderlo, finendo con l’offendere e far soffrire tutti gli altri. Motivi che possano giustificare tale preferenza possono esserci sempre, e così è anche per Giacobbe: Giuseppe era il suo penultimo figlio e, inoltre, il primo di Rachele, la moglie che amava. Giacobbe aveva avuto, fin dalla giovinezza, i suoi undici primi figli e solo da vecchio aveva avuto Giuseppe e, infine, Beniamino, quello per cui la madre morì nel partorirlo. A ogni figlio, insomma, è legato un tempo e un evento della vita di un padre, per questo il rapporto coi figli non è mai uguale e non può essere mai del tutto imparziale. Nel caso di famiglie in cui un uomo generi figli con più donne e mogli – com’è quello di Giacobbe – intervengono anche i rapporti coniugali, la relazione con le rispettive madri. Sono situazioni che restano ancora in campo per i padri di molti Paesi africani o asiatici, così come per quelli dei Paesi occidentali dove crescente è il numero delle cosiddette: “famiglie aperte”. Si tratta di una paternità tra le più difficili da esercitare e che richiede grande sapienza, prudenza, equità. Potremmo dire che siano necessarie tutte le virtù cardinali! Giacobbe non riuscì a evitare quello che accadde tra i suoi figli quand’essi videro la tunica che egli stesso aveva confezionato al suo preferito: «vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli nella pace» (Gn 37,4). L’amore speciale del padre rese Giuseppe odioso ai suoi fratelli. Un fenomeno tipico delle relazioni padre-figli-fratelli dove spesso l’amore esclusivo per qualcuno produce l’odio di chi resta escluso, l’invidia, la gelosia, il risentimento. Noi lettori non abbiamo motivi per pensare che Giacobbe non amasse anche tutti gli altri figli ma per ognuno aveva, certamente, un sentimento diverso. In fondo così succede anche ai padri di pochi figli: nessun figlio è uguale all’altro e a nessun padre è possibile rapportarsi con l’uno come con l’altro.

Ma è molto importante non scivolare sulle simpatie e rischiare di creare, nell’unica famiglia, “figli e figliastri”. Lo coglie bene il midrash che raccomanda: «Un uomo non deve mai fare preferenze tra i suoi figli. Per una tunica di lino fine che il nostro padre Giacobbe confezionò a suo figlio Giuseppe i nostri antenati dovettero scendere in Egitto e lì restare per quattrocentotrenta anni».

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