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700° anniversario della morte del Poeta

di Franco Cardini

Dopo l’Annus Horribilis  2020, che degnamente concludeva il Triste Ventennio 2001-2020 apertosi con gli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre del 2001 e poi proseguito fra guerre, crisi politiche, crisi economico-finanziarie, dissesti e cataclismi per culminare nella pandemia, siamo tutti desiderosi di buoni auspici e di buone notizie.

Quanto all’anno che verrà, anzi che sta venendo – primo del secondo decennio del secolo -, esso è già occupato dalla frondosa corona di lauro, dal gran naso aquilino e dal mento ossuto e puntuto dell’Altissimo Poeta: e nelle librerie furoreggia il libro, documentatissimo e divertentissimo, di Alessandro Barbero, Dante (Laterza 2020), che potete anche non leggere: ma solo se siete decisi a farvi del male.

Ma già si comincia a intendere, in lontananza, il brontolar della tempesta polemica che magari scoppierà violenta fra qualche mese sui giornali e su tutti i possibili media: sì, va bene, c’è stato l’anno di Leonardo da Vinci, ora c’è quello di Dante (e in Francia anche il terzo centenario della morte di Napoleone), poi arriveranno Puccini, e poi l’Ariosto, e poi chissacchì...

Diciamo la verità. C’è stato il settecentocinquantesimo anniversario della nascita di Dante, nel 2015: manifestazioni in Quirinale e in Palazzo Vecchio a Firenze, concorsi nelle scuole, discorsi vari. Che cosa ne è restato? Sì e no, qualche pubblicazione scientifica in più di quelle dell’Accademia della Crusca, che leggeranno se va bene in un migliaio di noiosi professori in tutto il mondo….

Messer Dante ha collaborato come forse nessun altro alla costruzione dell’identità italiana. Per questo è stato un eroe della patria, almeno fra Otto e Novecento; ed è grazie ai suoi scritti in volgare che è nata la lingua italiana, la quale si è esemplificata sul suo idioma anche se non ha dato ascolto alle sue teorie linguistiche: lui un italiano che si modellasse sul parlare dei «fiorentini» (al massimo i toscani) colti, mica lo voleva. Lui proponeva (in teoria) una specie di esperanto italico, che raccogliesse il «meglio» (si fa per dire) dei quattordici dialetti parlati nella penisola (tanti ne contava) sette ad est e sette ad ovest dell’Appennino.

Insomma, sarà anche il padre della lingua: ma perché parliamo come parlava lui, non come lui avrebbe voluto che noi ci esprimessero. E la politica poi, e il Risorgimento…Tutte le volte che arrivo in treno alla stazione di Trento, e in mezzo alla piazza vedo quel Dante accigliato e minaccioso che guarda sfidante le montagne tirolesi d’intorno… «I tuoi confini, o Italia, son questi!...». Ma l’Alighieri, che ha lasciato scritto «Ahi, serva Italia, di dolore ostello», il riscatto se lo aspettava dai sacri romano-germanici imperatori, e ricordava con devozione il «Buon Barbarossa… di cui dolente ancor Melan ragiona». Lo vollero eroe della patria e del Risorgimento, ma lui per quell’Italia laica e democratica non avrebbe certo mai simpatizzato, lui che scriveva quella lettera V piena di speranza indirizzata ai signori d’Italia affinché si stringessero intorno al loro signore romano-germanico, e quindi la VI agli scellerati fiorentini rei di quei crimini di tradimento e di discordia ch’essi osavano chiamare libertà.

Eppure, era un genio della poesia…Altroché, e anche della stilistica e della retorica. Basta ciò per far di nuovo di lui un eroe, in una società italiana ammalata di analfabetismo di ritorno e dove informatica e telematica precoce hanno fatto in modo che i nostri ragazzi di quattordici anni ormai sanno esprimersi, padroneggiare il lessico italiano e scrivere sì e no al livello al quale mezzo secolo fa arrivavano i ragazzi delle elementari.

Eppure questo segaligno, fegatoso, bigotto pedante, questo fondamentalista cattolico reazionario più mangiapreti d’un anarchico carrarese di fine Ottocento, aveva sul serio una marcia in più, uno che faceva di lui non solo un nostro contemporaneo ma addirittura uno lanciato nel futuro iper­postmoderno. Oggi noialtri cattolici siamo divisi fra neotradizionalisti che a torto o a ragione criticano le aperture del Papa e neomodernisti che a torto o a ragione le ammirano: ebbene, Dante era avanti di qualche anno luce rispetto ad entrambi loro. 

Sentite questa: 

«... tu dicevi: 

“un uom nasce a la riva

de I’Indo, e quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga né chi scriva; e tutti i suoi voleri e atti buoni sono quanto ragione umana vede, sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e senza fede: ov’è questa giustizia che’l condanna? ov’è la colpa sua, se ei non crede?”»

(Paradiso, XIX, 70-78).

Noi parliamo spesso per analogie, per contrasti, per espressioni astratte e convenzionali: e, quando ci riferiamo all’ «Oriente» e all’ «Occidente», usiamo termini geografici in sé precisi – sebbene, e per definizione, relativi. Si è sempre «a oriente» o «a occidente» di qualcosa - per indicare realtà convenzionali al contrario molto complesse e soggette a una vorticosa dinamica.

Tra le espressioni che noi usiamo più spesso figura il termine Modernità. Si discute su quando cominci la Modernità e se l’Europa moderna, l’Occidente moderno e la Modernità coincidano. Da parte mia, cercando di precisare un pochino meglio, o di essere un pochino meno impreciso, potrei forse dar un parere - da medievista - , a proposito del momento in cui la “Christianitas” latina, il “corpus christianorum” latino ha cominciato a sentirsi Europa. Perché per la Christianitas greca il discorso era evidentemente diverso: e il fatto che dall’Europa moderna non si possa espungere quel mondo che le sue radici nella Christianitas mentre poi quella stessa Europa moderna si è ribellata contro la Christianitas  latina attraverso il «processo di secolarizzazione» la dice lunga sulla problematica dinanzi alla quale oggi ci troviamo.

Nei  versi che ho appena citato è l’aquila, il simbolo della giustizia e quindi dell’impero, che si rivela nel cielo di Giove e che dà voce al dubbio estremo e profondo di Dante riguardo al mistero della salvezza e della condanna. Può darsi che in quelle poche righe si possa cogliere il primo vagito della Modernità: il dubbio. Se la parola del Cristo è universale, perché non è stata predicata subito a tutti i popoli? E se non lo è, come ha potuto passare per tale? Chi ha fondato la Modernità: Platone o le navi a vela mobile in grado di solcare gli oceani come prima non si era potuto? La voce di Gesù Cristo o quella del cannone?

Lo si direbbe un dubbio assolutamente moderno. Il tema è scottante: è quello della teodicea, della giustizia di Dio e della sua inconoscibilità di questa giustizia per le menti umane.

E questo è uno che pensa nel Trecento? Ma qui c’è Nicola Cusano, c’è Erasmo da Rotterdam, c’è Cyrano de Bergerac, c’è Dostoevskji, c’è Schopenhauer, c’è Theilard de Chardin, c’è Gandhi, c’è Miguel de Unamuno.

E allora chi era Dante? Un falso scrittore mai esistito e messo in giro nell’Ottocento lavorando su spezzoni semianonimi o paraomonimi? Un panflettista d’ancien régime  al soldo dello czar, alla stregua di un monseigneur De Maistre qualunque? Un pazzoide redattore di “visioni d’oltretomba” gotiche riletto – e falsificato – da qualche erudito nella Bibliothèque Nationale del Secondo Impero, come un personaggio del Cimitero di Praga di Umberto Eco? Un esoterista redattore di noiosi polpettoni abilmente riciclati poi da best-sellers, della risma di furbastri come Dan Brown?

E se poi Dante fosse invece, semplicemente, un genio?

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