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Un silenzio che spera

di Michele Gatta

Siamo ancora in emergenza Coronavirus. La pandemia dichiarata dall’Oms sembra non lasciare intatto nessun angolo del pianeta. I governi nazionali alzano la voce nelle sedi opportune per avere aiuti, a volte si sono diffusi falsi allarmismi, e qualcuno ha sminuito eccessivamente la pericolosità, alcuni sono scappati dal Nord, il Sud si è visto infettato e noi siamo stati tutti a casa (più o meno, ovviamente, in base ai lavori che si svolgono). I social sono impazziti, sono girati migliaia di video, barzellette, vignette. Chiaramente non si è parlato di altro. C’è chi ha usato la parola guerra, e chi si è definito sopravvissuto… Forse si sono usati termini in modo poco appropriato. 

Questo rumore ha fatto da sottofondo per molti giorni. E continua a farlo. Però quando la tv è spenta e anche i social sono allontanati, l’angolo più caro è quello dove ritroviamo noi stessi. Magari circondati dai libri cari e da un silenzio che ha il sapore di un tempo ritrovato, impreziosito. Il paradosso è che gli stessi  mezzi di comunicazione, pur essendo stati il nostro unico canale di comunicazione del momento, ci chiedono di operare una disintossicazione dalla stessa rete: anche se grazie alla rete possiamo rimanere connessi e non sentirci soli. 

Ma, ancora una volta, è un accumulo di notizie che rimbalzano, di commenti più o meno (come sempre) superficiali su temi serissimi. 

Un luogo nel quale tutti si sentono di voler dire la loro. In cui anche la quarantena, per qualcuno, diventa occasione per far mostra di sé.

Il silenzio è sicuramente da preferire. Anzi andrebbe suggerito e coltivato, anche per quando finirà l’emergenza, per quando le strade torneranno a popolarsi e torneranno l’inquinamento e la necessità di comprare in modo compulsivo nei negozi. Come dei vecchi saggi, dovremmo ritagliarci anche allora questo silenzio, da cui non bisogna fuggire. Ascoltatelo. E trasformatelo in una occasione per risvegliarvi, per capire quale è la vera solitudine. Che le relazioni sono tutto. Che l’uomo è nato per vivere in relazione. Perché la «felicità, il gusto e il senso della vita aumentano solo se ci sono rapporti umani di qualità: vivi, intensi e belli».

Siamo stati creati da un Amore immenso, lo abbiamo registrato nei nostri nervi mentre iniziavano a svilupparsi nel grembo materno e abbiamo vissuto tutto questo prima di ogni altra sensazione e relazione. Tutta questa potenza di Amore che abbiamo vissuto personalmente rimane quindi sempre dentro di noi nel profondo e, senza che ce ne rendiamo conto, sempre cerchiamo di rivivere quell'esperienza potentissima di luce, pace, pienezza e relazione completa.

Papa Francesco, in piena pandemia, il 27 marzo, ha guardato al tempo del coronavirus come a un tempo di scelta: «Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ‘ego’ sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».  «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri». 

La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

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