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di don Nico Rutigliano

Come scrive saggiamente Vittorino Andreoli «la famiglia è diventata un tema di consumo e, invece, bisogna entrare nella famiglia, parlare “con” la famiglia, non “sulla” famiglia».

Ad Andreoli, noto psichiatra a livello nazionale è stato chiesto: «Perché il matrimonio deve durare?». Ha risposto:  «Perché il matrimonio è un legame “sacro”. Il matrimonio deve durare anche “per rispondere ai compiti dell’educazione dei figli”, per insegnare a vivere nel mondo difficile di oggi e in continuo cambiamento».

Si ha l’impressione che l’uscita di Amoris laetitia abbia messo in moto tanta curiosità e desiderio di notizie sensazionali, ma poche siano stati i sinceri tentativi di mettere in atto quanto il documento invita a perseguire in campo di pastorale familiare, soprattutto a favore delle famiglie ferite. Voglio dire che si fa un gran parlare ma poco si realizza in sede di attuazione degli orientamenti offerti.

L’arcivescovo emerito di Milano, Cardinal Tettamanzi, scomparso nell’agosto 2017, in uno dei suoi ultimi lavori, pubblicato nel luglio 2016, in poche pagine mette in guardia dal rischio di fraintendere il documento postsinodale «proponendo un commento improvvisato e frettoloso» (Per vivere, Prefazione, Ed. Ares).

Vale la pena qui ricordare come Tettamanzi abbia di fatto anticipato le conclusioni di Amoris laetitia su separati e divorziati risposati, già nella Lettera agli sposi del 2008, e nel libro Il Vangelo della misericordia per le “famiglie ferite” (San Paolo, 2014).  Nella lettera del 2008 precisava che il “divieto” non esprime «un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce divorziati risposati». E in conclusione, chiedeva che lo Spirito Santo «ci ispiri gesti e segni profetici che rendano chiaro che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio».

«Ma se i sacramenti sono segni e strumenti del cuore misericordioso di Dio – si chiedeva –, perché vengono rifiutati alle “famiglie ferite” che di tale misericordia sentono e dicono di aver particolare bisogno?». Lui è il primo, e in modo chiaro ed esplicito, secondo il suo stile pastorale, a spiegare perché si potrebbe anche arrivare a concedere l’Eucarestia ai divorziati risposati. Una decisione coraggiosa che Tettamanzi motiva con richiami ad Ambrogio («Chi ha una ferita cerca una medicina [...]  e la medicina è il celeste e venerabile sacramento»). Ragionando sul sacramento come signum misericordiarum Dei, arriva a concludere che «non solo è pensabile, ma in un certo senso plausibile l’ipotesi di una possibile ricezione dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia da parte dei fedeli divorziati e risposati».

Ricordiamo poi come Papa Wojtyla, nel 1980, ha convocato il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Da quell’assemblea uscirà l’esortazione postsinodale Familiaris consortio (22 novembre 1981).

V’è un principio nella Familiaris consortio che segna una pietra miliare nella riflessione del magistero sulla pastorale familiare: “è la stessa ed unica Chiesa ad essere insieme Maestra e Madre. Per questo la Chiesa non cessa mai di invitare e di incoraggiare, perché le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e compromettere la verità” (FC 33). Questo documento inaugura un nuovo e coraggioso atteggiamento della Chiesa nei confronti delle coppie ferite. Dopo un decennio la Chiesa effettua un passo in avanti con quel fondamentale documento dei vescovi italiani, Direttorio di pastorale familiare.  

I suggerimenti pastorali, allora, del capitolo 8 di Amoris laetitia, che tanto fanno discutere, non sono il fulmine a ciel sereno di una improvvisa apertura della Chiesa, ma la conseguenza logica di un cammino di riflessione teologica che non vuol intaccare la dottrina, ma solo incidere nell’azione pastorale.   

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