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La vetrata evoca la guanelliana invocazione a san Giuseppe come «vero sposo di Maria vergine»

di Lorenzo Cappelletti

A partire dall’ingresso della Basilica, la prima, nell’ordine logico, delle vetrate dedicate alla vita di san Giuseppe, lungo le due pareti della Basilica del Trionfale, si trova al penultimo posto sulla parete sinistra. Raffigura lo Sposalizio della Vergine, secondo la comune denominazione di tale soggetto iconografico. 

La vetrata (cm 362 x 136) fu offerta da Maddalena Fantini ed è datata 1935. Benché non sia firmata, come invece altre in Basilica, si può presumere, in base alle sue caratteristiche, che sia stata realizzata dalla famosa ditta tedesca Franz Mayer & Co. di Monaco di Baviera.

Lo stile di questa, come delle altre vetrate degli anni Trenta di provenienza bavarese, sembra ispirarsi romanticamente all’arte rinascimentale; a cominciare dalle “candelabre” (così si chiama il motivo ornamentale della cornice), fino all’armonioso e idealizzato aspetto delle figure. Vista la provenienza della vetrata, si potrebbe dire quasi un’evocazione del raffinato pittore rinascimentale bavarese Albrecht Dürer, ma forse ancor più dell’arte meno calligrafica di Raffaello Sanzio. 

La forma allungata della vetrata è lo spazio obbligato della composizione, che pertanto non si sviluppa come di consueto in senso orizzontale (nel caso, ad esempio, dello stesso soggetto rappresentato in mosaico sulla sinistra del circuito absidale della nostra Basilica negli anni Sessanta del secolo scorso, v. a sinistra). I personaggi sono così rappresentati “a scalare”, quasi fossero su gradini del Tempio di Gerusalemme, che fa da sfondo. Più in alto di tutti, al centro, fra i due sposi, sta il sommo sacerdote, che indossa le vesti descritte nel Libro dell’Esodo ai capitoli 28 e 39: in particolare il turbante, con al centro il diadema dorato; il pettorale quadrato; la cintura; la tunica e un grembiule ricamato. Egli tiene fermo il braccio della Vergine Maria in modo che Giuseppe possa infilarle l’anello all’anulare della mano sinistra. La Vergine è rivestita di manto e tunica dai tradizionali colori evocanti l’incarnazione: blu cobalto e rosso vinaccia; e con un velo anch’esso del tradizionale biancore dell’immacolatezza. Ritroveremo questi colori, anche se non con le medesime tonalità, in tutte le vetrate. Non ritroveremo sempre vestito al medesimo modo, invece, san Giuseppe, che qui indossa un lungo mantello amaranto, perché la sua tradizione iconografica è più recente e meno obbligante.

Più in basso, in asse con Maria e Giuseppe, stanno rispettivamente una giovanetta riccamente vestita — si direbbe un’ancella della Vergine —, che osserva con sguardo di commiserazione un giovincello di bell’aspetto anch’egli riccamente vestito, il quale compie un gesto di semplice decifrazione ma di non facile interpretazione. Facendo leva sui suoi stessi piedi, sta infatti spezzando un lungo bastone. Ebbene, si è scelto di raffigurare così uno dei discendenti di David celibi o vedovi che, secondo i Vangeli apocrifi — ripresi nel Medioevo dalla Legenda aurea, una raccolta di romanzate biografie dei santi portata a termine nel 1298 dal vescovo di Genova Iacopo da Varazze —, sarebbero stati convocati al Tempio al momento del compimento del quattordicesimo anno della Vergine Maria. Per vedere a chi sarebbe toccata in sposa, ciascuno di costoro doveva portare un bastone. Colui, infatti, il cui bastone fosse prodigiosamente fiorito al modo della verga di Aronne, di cui nel Libro dei Numeri 17,16-26, sarebbe stato il prescelto. È quanto accadde al bastone di Giuseppe. Nella nostra vetrata non appare il bastone fiorito di Giuseppe. Ma non ha importanza ai fini della comprensibilità del racconto per immagini. Si vede bene, infatti, che il bastone del bel giovincello è rimasto secco. Cosicché costui, anche se con posa e con sguardo estremamente composti e armoniosi, come si conviene all’evocazione dell’arte rinascimentale fatta nella vetrata, spezza il bastone che non è fiorito. 

È un elemento tipico dell’iconografia dello Sposalizio della Vergine, ampiamente illustrato, per esempio, negli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni, appena posteriori alla Legenda aurea, e anche nella più famosa di tutte le rappresentazioni dello Sposalizio della Vergine, la pala di Raffaello attualmente conservata alla Pinacoteca di Brera (Milano), ma realizzata in origine per un altare dedicato a san Giuseppe nella chiesa dei francescani di Città di Castello. Ed è un elemento che ritroviamo pure nel mosaico prima citato della nostra Basilica. Anzi, qui questo elemento iconografico viene presentato in modo ancor più espressionistico, potremmo dire, perché non solo il giovane alle spalle di Giuseppe spezza il bastone, ma lo fa con rabbiosa gelosia, tanto che deve intervenire un barbuto compagno a trattenerlo dal colpire Giuseppe. Strana e forse non necessaria enfasi, in questo moderno mosaico, su un dato iconografico tradizionale che, insieme ad altri elementi dissonanti, lascia un po’ perplesso l’osservatore. De gustibus...

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