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A pochi mesi dalla Canonizzazione del mai dimenticato

di Tarcisio Stramare

Il 25 gennaio 1959, a soli tre mesi dalla sua elezione al soglio pontificio, Giovanni XXIII indice il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da dove ha egli attinto il coraggio per affrontare così “pacatamente”, ma decisamente tanto colossale impresa?

Egli ci apre “una finestra nel suo cuore” nella Lettera Apostolica “Le voci”, scritta il 19 marzo 1961, nella quale porge a san Giuseppe, “attraverso le voci e i documenti dei nostri immediati antecessori dell’ultimo secolo, da Pio XI a Pio XII, un serto di onore, in eco alle testimonianze di affettuosa venerazione, che ormai si sollevano da tutte le nazioni cattoliche e da tutte le regioni missionarie”.

Così lo invoca: “Siici sempre protettore. Che il tuo spirito interiore di pace, di silenzio, di buon lavoro e di preghiera, a servizio della santa Chiesa, ci vivifichi sempre e ci allieti in unione con la tua Sposa benedetta, la dolcissima e Immacolata madre nostra, in amore fortissimo e soave di Gesù, il re glorioso ed immortale dei secoli e dei popoli”.

 

Il Pontefice rivela in tutta la Lettera la sua grande devozione verso san Giuseppe, inserendola di proposito nel contesto liturgico, a dimostrazione che non si tratta di una devozione semplicemente “personale”, ma “ecclesiale”: “Ed ecco farcisi incontro, apparizione della nuova primavera di quest’anno, e sui margini della sacra Liturgia pasquale, la figura mite ed amabile di san Giuseppe, lo sposo augusto di Maria, tanto caro alle intimità delle anime più sensibili alle attrazioni dell’ascetica cristiana, e delle sue espressioni di pietà religiosa, contenute e modeste, ma tanto più gustate e soavi”. Percorrendo la storia del culto della santa Chiesa, egli riconosce che san Giuseppe è rimasto “per secoli e secoli in un silenzio caratteristico, quasi come figura di ornamento nel quadro della vita del Salvatore”; “ci volle del tempo prima che il suo culto penetrasse dagli occhi nel cuore dei fedeli, e ne traesse elevazioni speciali di preghiera e di fiducioso abbandono”. Ma ecco che oggi la situazione è cambiata, perché “queste furono le gioie fervorose riservate alle effusioni dell’età moderna. Oh, quanto copiose ed imponenti; e di queste ci è particolarmente gradito cogliere subito un rilievo ben caratteristico e significativo”.

Per dimostrare che “la situazione è cambiata”, Giovanni XXIII passa in rassegna i pontificati degli ultimi cento anni, incominciando da Pio IX fino a Pio XII. Di ogni singolo Papa, segnala le iniziative da ciascuno intraprese in onore di san Giuseppe: feste, preghiere, indulgenze.

In testa a tutti, sia come tempo che come iniziative, il Papa Pio IX: “Dagli inizi del suo pontificato egli aveva fissato la festa e la Liturgia per il Patrocinio di san Giuseppe”; “l’8 dicembre 1870 colse a felice coincidenza della festa della Immacolata per la proclamazione più solenne ed ufficiale di san Giuseppe a patrono della Chiesa universale e per la elevazione della festa del 19 marzo a celebrazione di rito doppio di prima classe”.

Di Leone XIII egli segnala in modo particolare l’Enciclica “Quamquam pluries”, soffermandosi sulla “bella preghiera” ‘A te, o beato Giuseppe’, che di tanta soavità soffuse la nostra fanciullezza”.

Arrivando a parlare del Concilio e della decisione di porlo sotto il patrocinio di san Giuseppe, descrive il nostro Santo con le parole di Pio IX, che lo contrapponeva a Giovanni Battista e all’apostolo Pietro: “Fra questi grandi personaggi ecco apparire la persona e la missione di san Giuseppe, che passa invece raccolta, tacita, quasi inavvertita e sconosciuta nell’umiltà, nel silenzio, un silenzio che non doveva illuminarsi se non più tardi, un silenzio a cui doveva ben succedere, e veramente alto, il grido, la voce, la gloria nei secoli”.

Questa descrizione della persona e della missione di san Giuseppe viene ripetuta da Giovanni XXIII nell’udienza concessa a Ca­stel­gandolfo, il 29 luglio 1961, ai rettori dei Seminari, ai quali proponeva tra i punti base della formazione religiosa degli alunni il modello di san Giuseppe: “Mite, silenzioso, discreto: san Giuseppe è modello perfetto da imitarsi in circostanze che si ripetono in ogni tempo e che esigono abnegazione di sé e abbandono totale in Dio”. Il 17 marzo 1963, rispondendo agli auguri presentatigli dal S. Collegio, si soffermava di proposito sulla figura di san Giuseppe, “discreto e attivo, umile e autoritario. Nel suo modo di fare c’è tale distinzione, che vuol essere imitata dai sacerdoti e dai laici di tutti i tempi. L’amabile e augusta serenità, che si irradia dal padre putativo di Gesù, invita, infatti, ad accostarci più da presso, con santa confidenza, alla sua figura, per applicarne gli insegnamenti, impartiti con tanta discrezione. San Giuseppe parla poco, ma vive intensamente, non sottraendosi ad alcuna responsabilità, che la volontà del Signore gli impone. Egli offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e di carità e dal gran mezzo della preghiera. Le note evangeliche che ci parlano di lui, si accordano bene con le applicazioni ascetiche, che ne sono fatte nel corso dei secoli. Chi ha fede non trema, non precipita gli eventi, non è di umor nero, non sgomenta il suo prossimo”.

Non è questo l’autoritratto dello stesso Giovanni XXIII, come egli stesso confida? “Questo particolare tratto della fisionomia di san Giuseppe ci è familiare e ci infonde coraggio. La serenità del nostro animo di umile Padre trae di qui continua ispirazione; e non ha origine dalla non conoscenza degli uomini e della storia, e non chiude gli occhi davanti alla realtà. E’ serenità che viene da Dio, ordinatore sapientissimo delle umane vicissitudini”.

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