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Durante il Fascismo e dopo la Guerra la testimonianza e l'azione di La Pira incarnano a Firenze e in Italia l'ideale del politico cattolico

di G. Cantaluppi

Sono passati 70 anni da quando il 6 luglio 1951 Giorgio La Pira, appena quarantasettenne, venne eletto per la prima volta sindaco di Firenze, carica che ricoprì dal 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965.  

In suo ricordo, dal 24 al 27 febbraio prossimi e in contemporanea con il convegno Mediterraneo frontiera di pace che vedrà insieme i vescovi di tutte le Chiese affacciate sulle sponde del Mare Nostrum, si radunerà a Firenze anche la Conferenza dei Sindaci: cento sindaci delle più importanti città del Mediterraneo si incontreranno per un impegno collettivo a favore della pace, dell’ambiente, della cooperazione allo sviluppo, dell’inclusione sociale. L’incontro culminerà in un dialogo con i vescovi delle Chiese del Mediterraneo e nell’incontro finale con il Papa il 27 febbraio. 

La Pira riteneva la politica «un impegno di umanità e di santità», impegnandosi in particolare nella sua testimonianza integrale di fede, nell’amore per i poveri e gli emarginati, il lavoro per la pace, l’attuazione del messaggio sociale della Chiesa e la grande fedeltà ai principi cattolici.

Egli annota esplicitamente: «La mia vocazione è una sola. Pur con tutte le deficienze che si vuole, io sono per la grazia di Dio un testimone del Vangelo». Una vocazione nutrita fin dagli anni giovanili passati nella Fuci, sotto la guida di monsignor Giovanni Battista Montini, che da papa riterrà la politica la più alta forma di carità, in linea con il Concilio Vaticano II che ha esortato i fedeli laici ad assumersi il servizio e la responsabilità di animare cristianamente le realtà temporali, quale impegno derivante dal loro battesimo. 

L'azione pacificatrice di Giorgio La Pira era supportata dalla preghiera delle suore di clausura, che lui chiedeva come sicuro rimedio ed efficacia per la riuscita delle sue missioni; egli ne comunicava sempre il programma alle suore, coinvolgendole. Da parte sua, preghiera e azione si univano in maniera profonda, con la partecipazione quotidiana alla Messa e il rosario. Aderì anche all’Istituto Secolare di Cristo Re e al Terz’Ordine domenicano.

Recentemente sono stati trovati alcuni suoi appunti inediti sull’Eucaristia, che egli vede come fondamento anche della vita civile. L’Eucaristia è ritenuta anche come la radice delle costruzione della comunità ecclesiale e cittadina, perché le città sono viventi  realtà, composte di legami e relazioni che si sviluppano nel tempo. Per questo vanno fondate sulla comunione fraterna e per cattolici sull’Eucaristia, la pietra d’angolo in cui si edifica la città.

La Pira fu anche uno dei padri fondatori della Repubblica italiana. Eletto all’Assemblea Costituente nel 1946, fece anche parte della commissione incaricata di redigere la Costituzione. Fece suo il motto di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Spes contra spem» (4,18) e lo ricordava ogni qualvolta era impegnato nel suo lavoro politico, in circostanze qualche volta disperate. Fu definito “venditore di speranza”, nella sua città, in Italia e nel mondo, sempre nell’ottica cristiana.

Egli ha tradotto nel governo della sua Firenze il binomio del pane e della grazia, per dirla guanellianamente «pane e Signore». Nella sua azione politica e amministrativa ha saputo cogliere soprattutto le attese della povera gente. Con un apprendistato durato più di venti anni, imparò a conoscere in profondità l’humus culturale e popolare di Firenze ed è stato quello il tempo dell’ impegno nelle Conferenze di San Vincenzo, con l’appuntamento settimanale della Messa di san Procolo, l’insegnamento universitario, e la partecipazione attiva alla rete di aiuto e protezione agli ebrei perseguitati. Arrivò, come direbbe papa Francesco, «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi» e raggiunse «con la Parola di Gesù i nuclei più profondi e l’anima della città» (cfr. Evangelii Gaudium, 74).

Il 5 luglio 1951, nel discorso programmatico, il neo Sindaco di Firenze fondava il primo punto del suo programma amministrativo sulla «pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili».

«Nulla può esser capito di Giorgio La Pira – disse il cardinal Benelli – nel giorno delle esequie, se non è collocato sul piano della fede» e in lui la carità e la politica si fusero in un legame inscindibile. Quel legame che, scrive papa Francesco nella Evangelii Gaudium, non può essere asservito «alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi» ma deve avere come unico grande obiettivo «il bene comune dell’intera società, senza lasciarsi tentare dalla corruzione e senza lasciare ai margini della società i piccoli e i poveri».

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