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di Graziella Fons

Papa Francesco pellegrino in Sardegna

Interminabile, luminosa e intensa è stata la domenica di settembre che ha visto papa Francesco pellegrino a Cagliari. Erano circa 400mila persone arrivate da tutta la Sardegna per salutare e ascoltare le parole di papa Francesco che ha voluto onorare il santuario mariano di Bonaria legato alla capitale argentina Buenos Aires, eco della «buona-aria» portata dai navigatori sardi nei secoli passati. Le parole forti di questo figlio di emigranti piemontesi avevano il sapore di chi ha dovuto farsi esule della patria per cercare fortuna attraverso la forza delle braccia.  Le parole del Papa: «Senza lavoro non c’è dignità» avevano l’accento di una sofferenza antica, per questo ha ripetuto con forza: «Non lasciatevi rubare la speranza, non lasciatevi rubare la speranza». «Anch’io sono figlio di un papà arrivato in Argentina pieno di speranza che ha conosciuto la sofferenza e le speranze deluse degli emigranti in seguito alla crisi degli Anni ‘30. Non c’era lavoro, ed io ho sentito nella mia infanzia parlarne a casa di questa sofferenza».
In quelle parole ai piedi della Madonna c’era anche l’antico disagio della piccola famiglia di Nazareth costretta a emigrare in terra straniera, a cercarsi il sufficiente per campare in un paese straniero di cui non conoscevano la lingua, il costume di vita. Costretti ad aprirsi un varco per rifocillare il figlio di Dio, l’autentica speranza del mondo che stava albeggiando in quella famiglia di emigranti. Quella famiglia custodiva il tesoro più grande dell’umanità, Gesù, ed era costretta a mendicare un po’ di pane, del lavoro, un tetto per ripararsi con dignità senza essere trattata come «uno scarto», come avviene oggi anche nella nostra società che scarta gli stranieri, i vecchi e ai giovani preclude la speranza del futuro.
Papa Francesco ha detto ai pellegrini che nel viaggio della vita «abbiamo bisogno del suo sguardo di tenerezza, del suo sguardo materno».
Anche ai giovani ha chiesto di sentire sulla loro vita questo sguardo materno che si fa itinerario per una vita realizzata in pienezza.  Papa Francesco ha fatto un salto nei suoi anni giovanili e ha ricordato il suo «60° anniversario dal giorno in cui ho sentito la voce di Gesù nel mio cuore, avevo diciassette anni […] da allora non mi sono mai pentito, perché anche nei momenti bui non mi sono mai sentito solo. Fidatevi di Gesù!».
Quella chiamata a seguire Gesù l’ha avvertita sotto lo sguardo paterno di San Giuseppe che lo chiamava ad aiutare suo figlio Gesù a costruire un regno di giustizia e di pace. Questa fiducia in San Giuseppe non l’ha mai abbandonato e la Provvidenza ha voluto che fosse chiamato a svolgere il ministero di reggere il timone della Chiesa di Cristo proprio nel giorno dedicato al solenne culto a San Giuseppe, il 19 marzo di quest’anno.
Dove c’è Maria è sempre presente anche Giuseppe; il buon profumo della resina del carpentiere di Nazareth è assai diffuso tra la popolazione sarda.  Sono quasi quindicimila gli iscritti alla Pia Unione del Transito di San Giuseppe residenti in Sardegna.  Nella solennità di tutti i Santi del 1916, gli arcivescovi e vescovi di tutta la Sardegna hanno inviato una lettera collettiva ai fedeli  incoraggiando l’adesione alle preghiere della nostra Pia Unione a vantaggio dei morenti. In quella circostanza l’episcopato sardo scriveva: «La carità cristiana sempre feconda di nuove opere, secondo le necessità dei tempi, in questi mesi di guerra moltiplica le sante industrie per aggiungere un aiuto spirituale per i feriti, per i mutilati, per gli orfani, le vedove e i disoccupati e anche per i cari defunti, ma c’è una categoria di persone, le più bisognose e quasi dimenticate, quella dei moribondi». La paternità spirituale dei vescovi suggeriva – e c’è bisogno anche oggi - alle anime buone di «moltiplicare le preghiere a San Giuseppe a favore dei moribondi che a causa della guerra stanno aumentando di numero».
Il momento di lasciare questa terra per tutti è sempre un parto doloroso e la solidarietà delle preghiere allevia il disagio e invocando San Giuseppe, il patrono dei morenti, il passaggio è più dolce e l’incontro con il Dio della misericordia e del perdono è più gioioso.
Santa Teresina di Gesù Bambino con una grande fede diceva: «Non muoio, ma passo alla vita».  E’ questo passaggio alla «vita» che ha bisogno di un sostegno, di una mano amica che accompagna con pietà cristiana, con la preghiera a San Giuseppe invoca quell’energia spirituale che ci permette di vincere la paura.
I vescovi sardi nella lettera pastorale citata benedicevano «il grande patriarca San Giuseppe, protettore dei morenti, per aver suscitato la fondazione di questa Crociata universale di preghiere a favore dei moribondi». Quest’Opera fu giudicata tanto opportuna dal papa San Pio X che volle essere il primo degli iscritti.
Nella sua visita in Sardegna, papa Francesco incontrando gli ammalati ha detto: «Nei vostri occhi vedo la fatica, ma vedo anche la speranza. Sentitevi amati dal Signore, e anche da tante persone buone che con la loro preghiera e con le loro opere vi aiutano ad alleviare le sofferenze».
Il Papa in quel pellegrinaggio ha dato un invito anche per noi volontari della preghiera e dell’azione a favore dei morenti quando ha detto che la solidarietà cristiana «è una scelta di vita, un modo di essere, di vivere l’umiltà di Cristo che ha scelto di essere piccolo e di stare con i piccoli». Una virtù che invita anche noi a stare con i più poveri dei poveri, i morenti, perché in quel momento davvero ogni persona tocca l’abisso della povertà umana.

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