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Padre Luigi Monti

di Gabriele Cantaluppi

E' notte fonda e Luigi dorme un sonno agitato: non solo le tenebre esteriori lo circondano, ma anche nel suo animo viveva l’amarezza di chi si sente tradito nei suoi ideali. Diciotto giovani, che avevano condiviso la sua scelta di servire gli ammalati con passione, erano stati respinti dall’Ospedale Santo Spirito a Roma, nonostante ne avessero pieno titolo. Li aveva mandati perché fossero infermieri animati da vera compassione verso gli ammalati, e non semplicemente mercenari, ma a non volerli erano stati i Cappuccini, cappellani in quel nosocomio, che preferivano privilegiare i loro terziari. Però un sogno e una voce lo rincuorano: “Luigi, non rattristarti” gli dicono Gesù e Maria apparendogli.

E il coraggio torna. Ci vorranno lunghi anni per risolvere la questione, anche con l’appoggio di Pio IX e di illuminati consiglieri, tra cui San Giovanni Bosco. Del resto Padre Luigi, così chiamato nonostante non fosse sacerdote, fin da bambino aveva sperimentato le contrarietà, plasmando il suo carattere alla fortezza ed alla fiducia in Dio. Orfano di padre a 12 anni, era diventato artigiano del legno e sostegno della madre e dei fratelli più piccoli, in quella terra dell’alto milanese, dove era nato il 24 luglio 1825 a Bovisio. Papà Angelo, agricoltore, moriva ancor giovane di polmonite lasciando la moglie e undici figli, di cui tre minori di Luigi, che per mantenerli si specializzerà come ebanista nel vicino paese di Cesano Maderno. Lì avrà la fortuna di incontrare don Luigi Dossi, che gli sarà guida spirituale per molti anni.

Sarà proprio lui a stimolarlo all’apostolato e lo zelo di Luigi attirerà molti coetanei artigiani e contadini a formare un oratorio. Questa tradizione, tanto cara alla diocesi ambrosiana, proprio in quegli anni trovava sostegno anche dall’arcivescovo Carlo Gaetano Gaisrück e offrirà a questi giovani una formazione basata sulla preghiera, sulla lettura di buoni libri e sull’aiuto al prossimo. “Compagnia dei Frati” verrà subito chiamato il gruppo dalla gente, anche se essi avevano preso il nome di “Compagnia del Sacro Cuore di Gesù”.

Quasi anticipando i moderni movimenti ecclesiali laicali, promotori della consapevolezza del sacerdozio battesimale dei fedeli, Luigi nel 1846 a ventun anni si consacra a Dio emettendo i voti di castità e obbedienza nelle mani del suo padre spirituale, pur continuando la sua attività lavorativa. La luce dell’Immacolata cominciava a diffondersi in lui, tanto che cinque anni dopo, sempre consigliato dalla sua guida spirituale, entra nella giovane Congregazione dei Figli di Maria Immacolata, fondata a Brescia pochi anni prima dal Beato Ludovico Pavoni. Vi rimane sei anni ed apprende l’arte di educatore, specializzandosi anche nella piccola chirurgia e nella farmacia: nel 1855, in occasione dell’epidemia di colera che colpì la città, si chiude come infermiere volontario nel locale lazzaretto per servire i malati. Più tardi otterrà dall’Università di Roma il titolo accademico di “flebotomo” e la facoltà di compiere interventi anche in campo odontoiatrico. Ma un cuore puro, consacrato all’Immacolata, deve come lei essere associato alla Passione.

La vita di padre Monti è autentica testimonianza di fortezza e di fedeltà all’ideale, anche in mezzo a numerose e dolorose prove: è un eroico testimone di umiltà e di pazienza. Anzitutto nella ricerca della sua strada. A trentadue anni, mentre era a Brescia, aveva vissuto la notte dello spirito, che rievocherà con queste parole: “Passavo delle ore davanti a Gesù in Sacramento, ma erano tutte ore senza una stilla di celeste rugiada; il mio cuore rimaneva arido, freddo, insensibile”. Avrà però un’esperienza spirituale, quasi una visione, che lo esorterà a proseguire nella sua strada. Ancora giovane, la “Compagnia dei Frati” era stata denunciata alle autorità austriache alle quali era sottomesso il Lombardo-Veneto, allora molto sospettose di sovversioni politiche.

Dopo due mesi e mezzo di carcere, il Monti e i suoi compagni furono prosciolti per l’ infondatezza delle accuse. Fu ancora il suo direttore spirituale a suggerirgli di dare vita a una Congregazione per il servizio degli infermi. Al Monti venne subito in mente di chiamarla “Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione”, unendosi a diversi suoi amici che avevano fatto parte della “Compagnia dei Frati” e la tenne a battesimo a Bussolengo, in provincia di Verona, il 25 marzo 1857. Si aggiunse anche un giovane infermiere cremonese, molto devoto e generoso, Cipriano Pezzini, che sarà prezioso per il disbrigo delle trattative burocratiche a Roma, dove nel 1857 scese anche padre Monti per avere l’approvazione pontificia.

Ma qui dovette soffrire l’incomprensione, subendo frustrazioni e addirittura l’emarginazione e perfino il Pezzini, di fronte alle difficoltà, lo lasciò. Nel 1877 papa Pio IX, grande estimatore dei religiosi, desiderando che gli ammalati degli ospedali romani fossero accuditi premurosamente nel campo spirituale e medico, nominò padre Monti Superiore generale della sua Congregazione, a lui cara anche perché portava il nome dell’Immacolata, di cui egli stesso aveva proclamato il dogma di fede. Nei ventitré anni della sua guida, fino alla morte, Padre Monti si dedicò con tutte le forze a plasmarla secondo il suo spirito. L’Eucaristia, la devozione mariana e la carità eroica saranno i pilastri su cui fondava la formazione dei suoi figli, dandone egli stesso l’esempio. Alle comunità che si moltiplicavano nelle strutture ospedaliere e nell’assistenza itinerante agli ammalati presso i casolari di campagna, iniziando dall’alto Lazio dove egli aveva operato come infermiere nell’ospedale di Orte, la Provvidenza aggiunse l’impegno per l’assistenza dei fanciulli.

Un giorno del 1882 a Santo Spirito arrivò un religioso certosino che veniva da Desio, vicino a Milano. Recava con sé quattro nipoti orfani di entrambi i genitori, di cui il maggiore aveva undici anni e asseriva di avere avuto l’ispirazione dalla Vergine Immacolata di presentarsi a lui. Per Luigi fu in segno che la sua opera doveva allargarsi anche a queste povertà, e aprì per loro una casa a Saronno, trasferendovi il principio pedagogico della paternità dell’educatore, che deve condividere con i ragazzi l’intera giornata, sapendo creare un clima di famiglia.

Monti desiderava anche che qualche membro della Congregazione potesse accedere al sacerdozio, per avere la comodità della Santa Messa e dei sacramenti nelle sue istituzioni, ma non riuscì a vedere approvata nei suoi Regolamenti questa norma: avverrà quattro anni dopo la sua morte, per opera di San Pio X. Le preoccupazioni e gli strapazzi avevano ormai minato la sua salute, tanto che quando morì a Saronno il 1° ottobre 1900 era stremato e quasi cieco. Aveva scritto: “Per fondatori dell’Istituto non devesi riconoscere nessun altro che Gesù, Maria e san Giuseppe… I primi in modo più che meraviglioso mi guidarono nell’impresa; il terzo, san Giuseppe, provvide nelle sue gravi necessità il nascente Istituto”.

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