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Gesù raccomanda di avere
un “unico Maestro”, davvero affidabile, che è lui stesso.

di Rosanna Virgili

«E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23,9). Cosa voleva dire Gesù quando invitava a non chiamare nessuno “padre” sulla terra? In effetti questo precetto che viene dal Signore potrebbe persino scandalizzare qualcuno. Penso ai bambini e ai ragazzi che ascoltassero tale parola senza una spiegazione: potrebbero reagire disprezzando i loro padri o mettendo in discussione l’autorità degli stessi, rifiutandosi di obbedire loro.

Sarebbe un bel problema per la pedagogia e la crescita morale dei figli! Perché Gesù chiede di non chiamare nessuno “padre” sulla terra? «Perché uno solo è il vostro Padre, quello del cielo», egli dice. Chi ascolta è chiamato a pensare che non ci sia un solo padre per ognuno di noi, ma che tutti abbiamo almeno due figure di paternità: quella biologica e quella celeste, quella umana e quella divina, quella che ci ha generato nella carne e quella che ci genera nello Spirito, quella che ci ha dato la vita terrena e quella che ci ha innestato nella vita eterna, come figli adottivi. È importante! Perché non c’è paternità umana che non abbia debolezze, limiti, difetti, che non sia esposta a inadempienze di fronte al bisogno di accompagnamento, di certezze, di fiducia, di affetto, di esempio, di coerenza, d’amore, di cui ogni figlio sente un’abissale esigenza. Per questo c’è un Padre nel cielo che è padre anche dei nostri padri, che è fonte di un amore che permette a noi, figli, di sopportare anche il disamore – qualora ci capitasse di subirne – di chi ci ha messo al mondo e ci ha dato il cognome.  

Uno solo è il Padre, unico il Maestro. «Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23, 2-8).

L’invito a non chiamare nessun altro “padre” se non Dio solo va a concludere, in effetti, la prima parte di un discorso di Gesù che riguarda i tanti che volevano farsi padri degli ebrei del suo tempo. Si trattava in specie di coloro che si «erano seduti sulla cattedra di Mosè» cioè dei maestri della Legge e della religione giudaica, di persone che si fregiavano di essere esperte nelle cose di Dio ma che non si mostravano affatto coerenti con quanto predicavano. Questi erano quei “padri” di cui Gesù invitava a non fidarsi se non in maniera critica. Perché essi avevano la parola di Dio sulla loro bocca, ma la tenevano lontano dal loro cuore… Non si mostravano leali nei loro comportamenti con quanto dicevano di credere e di professare. In parole povere, erano degli ipocriti e tradivano così la fiducia di chi si consegnava, come un figlio, alla bontà del loro insegnamento. Purtroppo il loro interesse era egoistico: pensavano di più alla propria gloria che al bene dei loro discepoli. Approfittavano opportunisticamente dei loro ruoli ‘paterni’ rispetto all’educazione religiosa dei giudei, per mostrare il loro potere, reclamando il diritto ai «primi seggi nelle sinagoghe e ai posti d’onore nei conviti». L’amor proprio vinceva sulla responsabilità che avevano di dare una limpida testimonianza di quanto andavano a insegnare. È quanto può capitare anche ai nostri ‘padri’ di oggi, a quelle figure di paternità anche laiche e civili, che assumono il ruolo di guide e di maestri nella nostra attualità. Ed ecco ancora il monito di Gesù verso chi, a cuor leggero, vorrebbe imporsi come un esempio da imitare: «E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,10-12). Anche il ruolo del maestro è un ruolo paterno: nel mondo biblico il primo maestro era infatti il padre, che aveva il compito di insegnare ai propri figli la Torah, ripetendo i suoi precetti più volte al giorno finché non fossero recepiti e imparati a memoria dai figli; ma anche ai maestri in campo religioso si portava il rispetto dovuto ai padri, a causa della preziosità dei loro insegnamenti che aprivano le menti e i cuori alla Parola di Dio. Purtroppo non sempre coloro che si fregiavano di questo ruolo magisteriale lo meritavano, si comportavano con coerenza ed esemplarità. Per questo Gesù raccomanda ai suoi discepoli di avere anche un unico Maestro, oltre che un solo Padre: il maestro davvero affidabile che è lui stesso. Lo faceva affinché nessuno si perdesse a causa dello scandalo che avrebbe potuto subire da maestri doppi e corrotti, da chi avrebbe potuto persino chiudere dinanzi a loro l’orizzonte del cielo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci» (Mt 23,13). 

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