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di Barbara D. 

Il quotidiano Avvenire nella scorse settimane ha dato ampio spazio al dibattito sul fine vita, in merito alla discussione della legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, le Dat. Ho seguito il dibattito con attenzione e trepidazione. Sì, trepidazione, perché per chi lavora nell’ambito sanitario questa legge è tanto attesa. Certo, non credo che una legge possa toglierci tutti i problemi di coscienza nei singoli casi che incontriamo tutti i giorni, ma almeno ci può indirizzare e sostenere in certe decisioni difficili.

Sono felice che ci siano politici ed esperti in legge che si stanno adoperando affinché non vengano approvati emendamenti che possano in qualche modo introdurre l’eutanasia passiva nel nostro Paese; li ringrazio per il loro lavoro perché non vorrei mai dovermi trovare nella situazione di dovere, per legge, accogliere la richiesta di un suicidio assistito. Tuttavia il termine “fine vita” è molto ampio e chi vuole affrontarlo deve, sì, conoscere la bioetica e le più aggiornate nozioni scientifiche, ma anche spendere del tempo accanto ai tanti malati nei reparti di degenza, nelle case di riposo, nell’assistenza domiciliare, e ascoltarli. 

Faccio una piccola premessa. Ho iniziato il mio lavoro di medico circa 10 anni fa, con un’esperienza di due anni in Africa. Lì ho vissuto il profondo senso di frustrazione di fronte alle morti per l’ingiustizia sociale; quante vite si sarebbero potute salvare se solo avessero avuto accesso alle cure di un Paese più avanzato, ne ricordo ancora i volti. Sono poi rientrata in Italia, per svolgere il mio lavoro di ogni giorno: geriatra ospedaliero. Le assicuro che la frustrazione che ho cominciato a vivere qui, dove tutte le cure sono disponibili, è stata un’altra, totalmente opposta: l’accanimento terapeutico, la perdita di dignità nel fine vita, una medicina che deve essere sempre vittoriosa e quindi deve fare tutto il possibile fino alla fine (forse perché non vogliamo sentirci “responsabili” di una morte), senza ascoltare il malato che, vi assicuro, “parla” anche negli stadi terminali di una demenza, se solo lo vogliamo ascoltare. Per fortuna negli ultimi anni le cure palliative stanno assumendo sempre più importanza e molte associazioni mediche si stanno muovendo con documenti e linee di indirizzo per aiutarci a scegliere il percorso clinico migliore nelle tante forme di terminalità che stanno aumentando in numero (pensiamo alle demenze in fase terminale, le insufficienze cardiache o respiratorie in fase terminale, ecc).

Per questo non posso accettare che si metta in un unico calderone “eutanasia” e “cure di fine vita”. Facendo questo si cade nell’ideologia. Non si può dire che «idratazione e alimentazione» sono «forme di sostegno vitale necessarie e fisiologicamente indirizzate al nutrimento e ad alleviare le sofferenze del soggetto in stato terminale». Bisogna essere precisi e dire che è diversa la situazione di un coma vegetativo o di un ictus in fase stabilizzata rispetto ad una condizione di terminalità in una patologia cronica degenerativa. Altrimenti si crea confusione anche nei familiari dei malati, che leggono questi slogan e poi si trovano a dover affrontare decisioni difficili con tanti scrupoli. Un malato terminale non va certo abbandonato, ma l’alimentazione artificiale può essere futile o addirittura dannosa in fase terminale. 

Allo stesso modo l’idratazione è addirittura dimostrato che peggiora i sintomi negli ultimi giorni di vita. Da cristiana, nel mio lavoro, mi sento in obbligo di aiutare le persone in fase terminale ad andare incontro alla morte con dignità, con la libertà di dire anche di no a interventi medici per loro sproporzionati, non perché vogliano suicidarsi, ma perché hanno già portato la loro croce a lungo e con dignità e sanno capire quando è giunto per loro il momento in cui vengono chiamati a lasciare questa vita. In una società dove non si sa più affrontare la morte (le assicuro che sempre più trovo familiari di anziani con più di 90 anni in difficoltà ad accettare la morte del familiare, come se non avessero mai pensato che prima o poi questa vita ha una fine), dobbiamo abbandonare l’idea di una medicina che può tutto e salva tutti a ogni costo e passare a una medicina che sappia accompagnare, con discrezione e rispetto, i malati in fase terminale. Abbiamo bisogno di una legge che dica di no all’eutanasia, ma che permetta anche di dare dignità alle persone nelle situazioni di terminalità. Con l’occasione, la ringrazio per Avvenire, dove sono sempre sicura di trovare articoli seri, frutto di un giornalismo responsabile.

(da Avvenire)

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