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di Vito Viganò

Si accusa volentieri il mondo moderno, sofisticato nel progresso tecnico, di avere impoverito la sua umanità con un esasperato materialismo godereccio, con uno spazio esclusivo riservato agli arrivismi e agli egoismi individuali, col distacco indifferente per chi soffre, tribola o ha fame. Si dice in genere che si sono smarriti i valori, un regresso preoccupante. C’è da chiedersi se è proprio vero. Di fatto sono le notizie di fatti tristi ad avere più risonanza e confermare i sintomi di un degrado umano. Quelle che testimoniano il valore dell’umanità di oggi scivolano via piuttosto inosservate, come se fossero ovvie, dovute.
Manuela, poco dopo i sessant’anni, comincia ad avere problemi di equilibrio, difficoltà nei movimenti. I medici diagnosticano una malattia degenerativa del cervelletto, con una prognosi infausta, disperante. Non si può guarire e la prospettiva è una riduzione graduale della capacità motoria fino al blocco di qualche funzione vitale, con la morte. Manuela diventa così, pur stando ancora discretamente bene, una paziente terminale, con la previsione di un degradarsi delle sue condizioni fisiche che potrà durare qualche anno.

Il marito incoraggia Manuela ad accettare la sua situazione, a vivere bene e approfittare ancora al meglio del tempo di vita a disposizione. Professionista affermato e soddisfatto, lascia il lavoro per una pensione anticipata. La coppia si adatta a una vita piuttosto casalinga, date le difficoltà di Manuela di spostarsi. Malgrado qualche medicamento che dovrebbe ritardare la degenerazione e regolari sedute di fisioterapia, è evidente che il male fa il suo corso.
Lui gradualmente si assume tutti i compiti di casa.
Spesa, cucina, bucato, pulizie, le occupazioni prima svolte da Manuela come brava casalinga, diventano i suoi impegni quotidiani. I progetti di vacanze e di viaggi previsti per il tempo della pensione sono praticamente da cancellare. La coppia avanza arrancando, mano nella mano, perché il cammino si fa presto duro, penoso: Manuela ha proprio bisogno della mano del marito per i pochi passi che riesce ancora a fare.
Diventano ormai necessari interventi e mezzi speciali. Servizi e parti della casa sono adattati alle nuove esigenze. La sedia a rotelle facilita uno spostarsi sempre più complicato. E comunque per passare dal letto al divano, alla tavola, al bagno, allo studio, è indispensabile l’intervento del marito che letteralmente deve abbracciare Manuela per sostenerla nel passaggio da una posizione seduta all’altra. E’ un simbolo di come lui si tiene ben stretta a sé quella moglie a cui ha promesso fedeltà e aiuto “nella buona come nella cattiva sorte”. Mesi e anni passano, in questo estenuante compito quotidiano di ovviare alle costrizioni limitanti di un degradarsi inesorabile del male, per gustare il buono del vivere ancora possibile.
Manuela è sopravvissuta cinque anni e mezzo al suo male, più delle previsioni statistiche. Ha avuto la fortuna di non provare dolori, malgrado i disagi certo pesanti. Il suo male non ha mai intaccato la lucidità della sua coscienza. Ha saputo accettare serena il suo stato, grazie anche all’amore e alla dedizione instancabile del marito, che ha fatto con lei un accompagnamento esemplare.
è morta qualche giorno fa quasi all’improvviso, dopo un giorno di febbre alta, che sembrava dovuta a un’influenza. Il marito si è svegliato in piena notte, ha avuto l’impressione che non respirasse più, ha tentato di rianimarla, ha richiesto l’intervento tempestivo di un’ambulanza. Manuela aveva finito il suo cammino e il suo travaglio nel suo letto, accanto al compagno fedele della sua vita.
L’accompagnamento a una paziente terminale fatto con tanta finezza di amore e di dedizione è una dimostrazione genuina che questa umanità moderna non è poi così depravata, che è ancora capace di praticare a fondo i valori umani più nobili ed esigenti.  n

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