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di Tarcisio Stramare

La Bibbia inizia il racconto della storia della salvezza con Dio “creatore”. Le cose vengono all’esistenza in  risposta alla sua parola, divenendo l’immagine “visibile” di quanto egli progetta e vuole, processo che culmina e si conclude nell’uomo: “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1, 27). La descrizione dettagliata della formazione dei “due” – l’uomo maschio e femmina - vuole sottolineare insieme l’“unità” nella “diversità” (Gen 2,18-24).
Una riflessione “sapienziale” sul racconto della creazione, tenuto conto di tutta la storia sacra e dello sviluppo teologico, ci porta a scoprire il significato profondo delle cose, risalendo dal visibile “creato” alla sua sorgente, ossia all’invisibile “Creatore”, “amante della vita”, come leggiamo nel libro della Sapienza:
“Tu, infatti, ami tutte le cose che esistono
e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato;
se avessi odiato qualche cosa, non l’avresti neppure formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente verso tutte le cose, perché sono tue,
Signore, amante della vita” (11, 24ss.).

 

E' l’amore di Dio che crea la bontà delle cose, verso le quali la nostra volontà è attratta. è ugualmente l’amore di Dio che decide della differente “amabilità” delle cose. “Non ci sarebbe una cosa migliore dell’altra, se Dio non volesse a una cosa un bene più grande che a un’altra”, insegna san Tommaso, deducendone che “per Dio amare qualcosa di più, non è altro che volere a tale cosa un bene più grande”. Ebbene, è proprio questa la chiave di lettura del primo libro della Genesi, nel quale l’autore sacro, descrivendo le successive opere della creazione, sottolinea dopo ciascuna di esse che “Dio vide che era buona” (vv. 4.10.12.18.21.25); avvedutamente, dopo l’ultima opera, quella che le corona tutte, ossia “l’uomo, immagine di Dio” (1, 27), egli alza il tono e scrive: “era cosa molto buona” (v. 31).
Proprio analizzando il mistero della creazione alla luce della sua sorgente che è Dio-amore, il beato Giovanni Paolo II ne evidenzia la sua caratteristica essenziale di “dono”, ossia di segno visibile dell’Amore divino, soffermandosi soprattutto sull’uomo, l’unica creatura che Dio ha voluto per se stessa e conseguentemente più carica di significato. “L’uomo appare nel mondo visibile come la più alta espressione del dono divino, perché porta in sé l’interiore dimensione del dono. E con esso porta nel mondo la sua particolare somiglianza con Dio, con la quale egli trascende e domina anche la sua ‘visibilità’ nel mondo, la sua corporeità” (21 feb.1980). L’uomo, dunque, costituito sacramento del sommo Amore, è essenzialmente dono e si manifesta tale quando non rimane “solo”: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). L’uomo, infatti, realizza la sua caratteristica di essere “immagine di Dio” appunto nel “donarsi”, ossia, “esistendo ‘con qualcuno’ e, ancor più profondamente e più completamente, esistendo ‘per qualcuno’”. La relazione e la comunione delle persone si rivelano sotto questo aspetto fondamentali e costitutive per l’uomo. “Comunione delle persone significa esistere in un reciproco ‘per’, in una relazione di reciproco dono”. In questa prospettiva non deve meravigliare se è proprio il “corpo” a far emergere, attraverso le differenze sessuali, la dimensione di dono che le è propria. “Il corpo, che esprime la femminilità ‘per’ la mascolinità e viceversa la mascolinità ‘per la femminilità, manifesta la reciprocità e la comunione delle persone. Le esprime attraverso il dono come caratteristica fondamentale dell’esistenza personale. Questo è il corpo: testimone della creazione come di un dono fondamentale, quindi come testimone dell’Amore come sorgente, da cui è nato questo stesso donare” (10 feb.1980). “Il corpo, e soltanto esso, è capace dei rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno. L’uomo, mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno sensibile dell’economia della Verità e dell’Amore, cha ha la sorgente in Dio stesso e che fu rivelata già nel mistero della creazione” (21 feb.1980).
A questo dono totale di sé, chiamato “sponsale”, corrisponde l’amore di amicizia, che come insegna ancora san Tommaso, non è un amore qualsiasi, ma “quello che è unito alla benevolenza, quando cioè amiamo uno volendogli del bene. Se invece non vogliamo del bene agli esseri amati, ma vogliamo il loro bene per noi, non si tratta allora di amore di amicizia, ma di concupiscenza… Anzi, per amicizia non basta neppure la benevolenza, in quanto si richiede anche l’amore scambievole”. Secondo lo stesso santo Dottore, l’amore di amicizia suppone, inoltre, la somiglianza o la richiede: “Per il fatto stesso che due sono simili, quasi ad avere lo stesso essere, sono in qualche modo uno in quell’essere… E perciò l’affetto dell’uno tende verso l’altro come a se stesso e vuole per lui il bene come a se stesso”. Non è questo il contenuto dell’espressione popolare: “anime gemelle”?
Quando questa somiglianza non è perfetta, l’amore di amicizia degenera in amore di concupiscenza, che è “l’amore dell’utile e del dilettevole”, come lo definisce  chiaramente san Tommaso. Entra qui l’esperienza peccaminosa della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 2,17; 3,11), che ha tolto all’uomo, uomo-donna, la “piena libertà” da ogni costrizione del corpo e del sesso (Gen 3,10), la libertà soprattutto come padronanza di se stessi (autodominio), indispensabile “per poter rimanere nel rapporto del ‘dono sincero di sé’ e per diventare un tale dono l’uno per l’altro attraverso tutta la loro umanità fatta di femminilità e di mascolinità” (17 feb.1980). Ed è ancora il racconto biblico della creazione a sottolineare questa perdita della “piena libertà” dalla costrizione del corpo e del sesso, ossia della purezza del dono, quando fa notare che “si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Gen 3,7; cf. 2,25); e inoltre, riguardo alla donna: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (3,16; cf. 2,23). Il peccato originale ha compromesso così la funzione sacramentale del corpo, il suo “significato sponsale”. L’uomo non ritroverà mai più pienamente se stesso nel dono totale di sé e finirà, al contrario, col rendere l’altro, “osso delle sue ossa, carne della sua carne” (Gen 2,23), non più il termine del proprio dono, ma l’oggetto delle proprie brame. “Mediante la concupiscenza l’uomo tende ad appropriarsi di un altro essere umano, che non è suo, ma che appartiene a Dio” (Lettera alle Famiglie, n. 20).
Per il cristiano, l’amore di Dio troverà la sua massima espressione  soprattutto nel mistero dell’Incarnazione, che è il “dono” del Figlio unigenito, Gesù Cristo, per la redenzione dell’umanità peccatrice. Ne ha trattato Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus caritas est, dove il tema è ampiamente sviluppato.

 

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