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di Ottavio De Bertolis

Abbiamo già parlato del “secondo modo” di pregare secondo Sant’Ignazio, come cioè si deve semplicemente fermarsi sul significato del Padre nostro, illuminando le singole parole con ragionamenti o paragoni, in modo tale che le espressioni che noi usiamo scendano maggiormente nel nostro cuore; per gustare e capire maggiormente quello che diciamo, possiamo ripeterlo più volte, come una sorta di litania, per tutto il tempo che desideriamo, prendendocela comoda, come si dice, ossia fino a quando sentiamo interiormente che quello che abbiamo ripetuto ci illumina e conforta.
Possiamo innanzitutto partire dalla prima parola: “Padre”. Che cosa significa, e che cosa significa per me? Va, innanzitutto, osservato che Dio non è un padre come quelli che abbiamo avuto secondo la carne, ma moltiplicato, per così dire, all’ennesima potenza.
Potremmo dire, al contrario, che i nostri genitori sono “padri” tanto quanto a Lui rassomigliano, e a Lui in qualche modo rinviano. Dio non è la proiezione della nostra esperienza filiale (che potrebbe anche non essere affatto così bella o “divina”), né è un padre assente o un padre padrone; al contrario, noi siamo “padri” tanto quanto assomigliamo a Lui. Dobbiamo quindi purificare la nostra memoria e raddrizzare il concetto di “padre”. Se è vero infatti che l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, in tal caso dobbiamo ricordare che nella Bibbia è esattamente la coppia uomo-donna a costituire quella immagine e quella somiglianza, non l’uomo in quanto maschio.
Ne deriva che “padre” dice la forza virile, l’appoggio, l’autorità, la roccia sulla quale ci appoggiamo, come un bambino si sente rassicurato e protetto tra le braccia del suo buon padre; ma, in questa prospettiva, “padre” dice anche la tenerezza materna, la cura, la soavità, il calore tipicamente femminile e materno.
Ricordo che quando Giovanni Paolo I, in una sua catechesi divenuta assai nota, disse che “Dio è padre, ma è anche madre” fece scalpore. Ma questo non è teologia femminista o idee strane, ma un approccio più autentico al messaggio biblico.
Quindi possiamo contemplare Dio che si dà a conoscere a noi nel suo essere padre e madre, tenendo ben presente, come insegna San Tommaso d’Aquino, il massimo teologo della Chiesa, che il nostro parlare di Dio è sempre analogico; il che significa che Dio è molto più e molto diverso da quelli che possono essere i nostri padri e madri, ma che, nella esperienza  umana della paternità e della maternità, emergono dei tratti che, infinitamente esaltati, sono quelli stessi di Dio, per cui c’è una certa relazione tra le espressioni che noi usiamo. “Chi vede me vede il Padre”, dice il Signore nel Vangelo di Giovanni: quindi noi sappiamo chi è il Padre e come agisce con noi contemplando Cristo stesso.
Di nuovo, non è guardando il nostro padre che capiamo chi è il Padre, ma guardando Gesù, che ce lo mostra, che ne è trasparenza, in tutto quello che ha detto e fatto.
Così essere padre significa appunto essere come Gesù: Dio è padre perché è come ce lo mostra Lui, e non come ce lo immaginiamo noi, con i nostri ragionamenti o in base alla nostra esperienza.
Essere padre significa dunque accogliere, risanare, perdonare, liberare, trasformare: è onnipotenza al nostro servizio, non onnipotenza tremenda e al di sopra delle nostre teste. Dio si rivela come padre non come Giove era il padre degli dèi.
La paternità divina, come le migliori espressioni della paternità umana, è tenerezza, compassione, preoccupazione: “buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”. Possiamo pensare a queste parole del salmo mentre contempliamo Gesù in quel che dice o fa: tutto questo ci rivela il Padre.
E siccome in tutto questo è sempre Lui che ci ama per primo, ecco il senso della nostra figliolanza: il figlio infatti non sceglie di esserlo né lo “merita”, ma lo è, in una relazione nella quale egli da sempre e per sempre si trova.
La sua paternità rivela infine quel che noi siamo: figli, e non estranei, o servi, o dipendenti a contratto. Ma lo pensiamo davvero? “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente”, dice ancora San Giovanni, cioè non “fino a un certo punto”, ma senza “se” e senza “ma”, senza condizioni o termini: il che è veramente solo di Dio, e non dell’uomo.

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