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di Madre Anna Maria Cánopi

Nei mesi estivi, mentre molti cercano il luogo delle vacanze al mare, ai monti, ai laghi, alle isole lontane per svagarsi e riposare, anche il calendario liturgico è tutto costellato di luoghi deliziosi, ossia di feste per la gioia e il sollievo spirituale dei credenti. A partire dal mese di giugno, il giorno 24 troviamo la solennità della nascita di Giovanni Battista, che risveglia nel cuore un ardente desiderio del Cristo da lui mostrato; poi viene la solennità dei santi Pietro e Paolo (29 giugno) che ci porta a Roma, agli inizi della Chiesa animata da grande slancio missionario e dalla testimonianza fino al martirio.
In questi mesi, inoltre, si celebrano le feste di ben tre dei sei compatroni d’Europa: san Benedetto (11 luglio) che con la sua Regola e i suoi monasteri ha silenziosamente contribuito a dare un volto cristiano al nostro continente, anzi, a dargli profonde radici cristiane. In agosto (9 e 23) si celebrano le feste di santa Teresa Benedetta della Croce  – Edith Stein – e santa Brigida di Svezia, compatrone d’Europa. Questi santi in epoche diverse hanno dato un contributo altamente significativo alla crescita non solo della Chiesa, ma anche della società civile. Il 6 agosto, la Trasfigurazione, “festa della bellezza contemplativa”, ci porta in alto e ci inonda di luce. È Gesù stesso ad invitare tre dei suoi discepoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – a salire con lui su un “alto” monte. Egli che era solito ritirarsi di notte sulla montagna e là, nella solitudine, raccogliersi in preghiera, questa volta, invece, ammette anche qualcun altro – ammette anche noi – al suo intimo colloquio con il Padre. Gratuità di un dono e, insieme, grande responsabilità! Salire il monte Tabor significa, infatti, entrare non solo nel mistero della persona di Gesù trasfigurata nella preghiera, ma anche disporsi a partecipare al suo sacrificio, perché la preghiera di Gesù – come pure ogni autentica preghiera cristiana – è anzitutto adesione incondizionata alla volontà del Padre fino al dono totale di sé per la salvezza dei fratelli.
Sul Tabor, dunque, Gesù si manifesta nel fulgore candidissimo della sua bellezza divina: il suo volto, le sue vesti sono trasfigurate, lasciano cioè trasparire la sua divina bellezza interiore. I tre apostoli presenti all’insolito spettacolo ne sono sopraffatti e insieme estasiati, tanto da desiderare di rimanere là per sempre. Ed è Pietro a lanciare l’entusiastica proposta: «Maestro, è bello per noi stare qui! Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia!» (Lc 9,32).
Saziarsi di quella visione beatificante poteva davvero essere considerato il culmine della gioia: ciò di cui godevano era, infatti, una primizia della gloria futura, un anticipo di Paradiso. Ma non era ancora giunta l’“ora”. Restava da compiere un passaggio importantissimo, ineliminabile: il passaggio del Calvario. Era necessario bere prima al calice della passione per raccoglierne il frutto maturo.
Il Tabor è un dono di luce per poter vedere “bello” anche il Gesù inchiodato alla croce: bello nel suo amore oblativo che lo spinge a spogliarsi della sua divina gloria. La vera bellezza, anche per noi, è desiderare di essere là dove è il Signore Gesù, ossia nella volontà del Padre.
Dal monte Tabor il cammino, dunque, riprende e prosegue su altri ripidi sentieri, praticabili solo se si mettono i piedi sulle orme di Gesù, se si cammina come egli camminò, in umiltà e obbedienza, facendo della propria vita un dono al Padre, come fece anche l’immacolata sua Madre in tutta la sua esistenza. Per questo, come Gesù, ella pure “fu esaltata” dal Padre, fu assunta in cielo e coronata di gloria insieme con il suo divin Figlio, dopo aver percorso fino in fondo il suo itinerario di fede e aver condiviso la Passione redentrice da cui è nata la Chiesa.
Ed è proprio nel pieno fervore dell’estate che la Chiesa con la festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria invita noi tutti ad ascendere alle più alte vette dello spirito, per respirare l’aria purissima della vita soprannaturale e contemplare la vera e incorruttibile bellezza, che è la santità. L’aspirazione al riposo, alla serena distensione e alla pura gioia non potrebbe davvero trovare altrove un così pieno appagamento. Con questa solennità – che è la più antica ed importante festa mariana, istituita nella Chiesa orientale sotto il titolo di Dormizione – si celebra l’ingresso della Vergine Madre di Dio, in anima e corpo, nel regno eterno. L’Assunzione è perciò giustamente definita anche la “Pasqua” di Maria, perché corona il pellegrinaggio terreno della Vergine in stretta sequela del Cristo e segna il suo pieno “passaggio” dalla terra al cielo.
«Signum magnum… Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12,1), così si canta all’ingresso della santa Messa della solennità. Segno veramente luminoso è Maria glorificata quale primizia di tutta la Chiesa, di tutta l’umanità redenta.
Nella SS. Vergine Assunta la Chiesa contempla, infatti, un anticipo del definitivo compimento della storia della salvezza; in lei saluta i cieli nuovi e la terra nuova, e con lei si considera già entrata nella gloria della risurrezione. Mentre esalta la già avvenuta glorificazione della Madre di Dio, la Chiesa canta quindi anche la propria beata speranza e riprende slancio nel cammino dall’esilio terreno verso la patria celeste.
Gli scritti riguardanti il “transito” di Maria sono particolarmente ricchi di contenuto teologico e di afflato poetico. San Germano di Costantinopoli, ad esempio, immagina l’evento come una seconda annunciazione:
«Quando Cristo nostro Dio decise nel suo consiglio di trasferire la Madre sua, genitrice della Vita, ancora una volta, per mezzo di un angelo a lei familiare, preannunziò vicino il tempo della sua Dormizione. L’angelo è inviato presso di lei per incoraggiarla con tali parole da parte di Cristo stesso: “È giunta l’ora di prendere come compagna te, mia Madre. Come tu hai riempito di gioia la terra e i suoi abitanti, così adesso, o Piena di grazia, porta gioia anche ai cieli. Adorna con splendore le dimore del Padre e allieta gli spiriti dei santi. Perciò vieni con esultanza! La morte non si vanterà di te, poiché tu hai portato nel tuo seno la Vita. Vieni con gioia!”. Udito quest’annunzio, la Madre di Dio esultò di grande gioia e disse: “Sia fatta in me la volontà del Figlio mio e Dio!”» (Omelie mariologiche, Città Nuova, Roma 1985, p. 122).
Le antifone delle Lodi e dei Vespri, come pure i canti della Messa, con un intreccio sinfonico di voci, ci introducono nel vivo della festa. Subito si ode il canto degli angeli che, accogliendo in cielo la Tutta Santa, «pieni di gioia, lodano e benedicono il Signore». Per gli uomini in terra l’evento è talmente grande da far traboccare il cuore di commozione e di inesprimibili sentimenti.
L’Assunzione della Madre del Signore, creatura umana come noi, ci fa volgere lo sguardo al cielo e, in certo senso, ce lo rende più vicino. Consapevoli della nostra incompiutezza, ci sentiamo pellegrini in questo mondo e il cuore anela alla patria. Proprio perché Maria è già pervenuta alla gloria, ma ci è pure rimasta accanto per sostenerci, la mèta ci appare meno ardua da raggiungere. Una speranza nuova nasce nel cuore e, con la speranza, il canto della gratitudine e della gioia. Tra la terra e il cielo il dialogo diventa più facile, perché un cuore di Madre e Regina gli fa da tramite.
È una Madre che custodisce nel suo cuore i nostri volti e i nostri nomi, una Madre che ascolta, che accoglie e si fa presente nei momenti di prova… Per le mani di lei, anzi attraverso il suo cuore, noi facciamo giungere al Signore la nostra preghiera, i nostri desideri, l’offerta della nostra vita, momento per momento. «Maria – dice l’antifona al Magnificat – con Cristo regna in eterno». Con Cristo, ella continua dunque ad esserci vicina; quale Madre continua a partorirci sotto la croce; con la sua sollecita presenza, come alle nozze di Cana, intercede a nostro favore e nello stesso tempo ci dispone ad accogliere la grazia divina, ad aprirci allo Spirito, per lasciarci guidare sulle vie di Dio, senza ritrarci davanti ai passaggi stretti del cammino, quando si presentano il sacrificio e il dolore o l’assalto delle tentazioni. In questo giorno di grande festa, infatti, solo il maligno è triste perché in Maria si vede completamente sconfitto; tuttavia, nella sua malvagità, egli tenta sempre una rivincita su di noi, creature deboli e fragili, cercando di farci cadere, di trascinarci nel baratro del peccato. Per questo ancor più Maria ci è necessaria e costituisce per noi pellegrinanti nel tempo un “segno di consolazione e di sicura speranza”, come si afferma nel Prefazio della Messa.
I passi scritturistici e le diverse orazioni che la Liturgia ci offre in questa festa ripresentano le tappe dell’itinerario che Maria percorse e che la Chiesa pellegrinante va percorrendo lungo i secoli e i millenni. Prendendo le mosse dalle prime pagine della Genesi, esse ci conducono alla gloriosa conclusione della storia prospettata nel libro dell’Apocalisse: dall’annuncio della Donna apportatrice di salvezza si giunge, di luce in luce, fino all’incontro nuziale dell’umanità con lo stesso Salvatore.
Maria è la nuova Eva, madre dei viventi: grazie a lei riceviamo in dono il Verbo della vita immortale; è la tavoletta di cera bianca in cui è incisa la nuova Legge, è la nuova Arca che oggi giunge, sicura, al porto dell’eternità, al santuario celeste. Eppure, innalzata al di sopra dei serafini e dei cherubini, Maria rimane pur sempre l’umile ancella di Nazareth, la creatura tutta candore e bellezza, perché pura trasparenza della luce divina, insieme con il Figlio posta al servizio di Dio per la nostra salvezza. La sua esistenza fu tutta racchiusa tra due parole – “sì” e “grazie”; da lei ci giunge, quindi, il messaggio rassicurante che la santità è possibile anche per noi e che la via per realizzarla è quella della fede vissuta con umiltà, semplicità e amore.
In lei noi vediamo realizzata la nostra vocazione. Dove lei è giunta, anche noi giungeremo se, come lei, cammineremo nella fede e nella carità; anzi, già adesso, credendo e amando possiamo gustare le primizie della vita eterna. Di passo in passo, proprio come quando si avanza faticando sui sentieri montani, il paesaggio si svela, l’orizzonte si dilata, fino ad arrivare, sulla vetta, ad essere pienamente immersi nella luce.
Non senza un fremito di gioioso e commosso stupore, mi viene da evocare il ricordo della grande festa mariana vissuta nell’infanzia.

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