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Canopi/Gennaio2011

Rievocare in età avanzata le esperienze e le impressioni avute nella prima infanzia può essere per tutti un modo di ricuperare un mondo apparentemente perduto e forse anche per ritrovare la chiave di lettura del proprio mondo interiore nel momento attuale. Non è però facile rievocare la propria infanzia “a voce alta”, ossia raccontarla ad altri. C’è una innata riservatezza, come un velo oltre il quale neppure noi possiamo spingere lo sguardo. Siamo pienamente conosciuti soltanto da Dio, poiché egli è l’Amore che ci ha creati e che ci sostiene in vita.

Proprio perché Dio ci penetra con il suo sguardo, non solo ci conosce lui, ma anche ci rivela a noi stessi; possiamo quindi conoscerci, almeno parzialmente, nella sua luce di verità e rileggere la nostra esistenza come una storia d’amore. Oggi i bambini aprono gli occhi su un mondo complesso, in parte reale e in gran parte “virtuale”, fatto cioè di immagini e di parole trasmesse da lontano. Circa un secolo fa – specialmente negli ambienti rurali – non era così. La scoperta del mondo avveniva in uno spazio molto più delimitato.

Passando dalle braccia della mamma allo sgambettare da solo sul pavimento, il bambino si trova al primo contatto con le cose più familiari della casa e poi con l’ambiente circostante. Questi primi contatti con la realtà esterna – oltre quelli con i membri della famiglia – hanno un’incidenza rilevante sullo sviluppo psicologico e spirituale della persona, così come la qualità del terreno e l’atmosfera sono determinanti per lo sviluppo di una pianta. Per questo il luogo nativo rimane sempre caro alla memoria ed è quello in cui – se si vive altrove – si ritorna sempre volentieri, come alle radici della propria esistenza.

I primi cinque anni della mia infanzia trascorsero in una piccola casa, ai piedi di un’altura; attorno c’era un prato che a primavera si riempiva di margheritine: una festa per i miei occhi pieni di meraviglia.

A poca distanza una siepe di biancospino e di rose di macchia, altri cespugli spinosi su cui maturavano le more, e attorno tanta vegetazione spontanea con abbondanza di ortiche. Grilli, farfalle, formiche, lumache, vespe, mosche e moscerini, e alberi su cui nidificavano uccelli di varie specie, che riempivano l’aria di voli e di gioiosi cinguettii. Al di là del prato, oltre la siepe, una strada, anzi, un viottolo che conduceva al paesino, poche case addossate l’una all’altra su un’altura, quasi per sostenersi nei giorni di intemperie; Costalta era la frazione di un paese un po’ più grande, sede del Comune e della Parrocchia. Un piccolo mondo antico che ora esiste più nella memoria  che nella realtà. Non mi mancava la compagnia, poiché allora avevo già due fratelli e due sorelle prima di me e dopo di me due sorelle, alle quali si sarebbe poi aggiunto un terzo fratello. Spesso giocavamo insieme… senza giocattoli: con i sassolini o rincorrendoci sul prato.

Di quel mondo è rimasta nella mia memoria una impressione indelebile di pace, di semplicità, di silenzio; era una bellezza che si svelava sempre come un miracolo nelle varie stagioni, destando il cuore allo stupore e alla gioia. Era sempre stupefacente vedere sorgere e tramontare il sole, contemplare il cielo stellato e il corso della luna; tuffare mani e piedi in un ruscello, seguire i voli degli uccelli nell’azzurro del cielo, vedere le rondini prepararsi il nido sotto il tetto, rincorrere le farfalle tra i fiori e le lucciole brulicanti nelle sere d’estate, osservare le formiche in lunga fila trasportare semi nel loro formicaio e sentire cantare il cuculo e le cicale.

E le galline? Le conoscevo per nome – come mia madre che le chiamava mentre gettava loro il becchime. In primavera sempre atteso come l’annunzio di un lieto evento era il loro “coccodè” dopo aver fatto l’uovo. E il canto del gallo era la sveglia di ogni mattina! Che dire poi della chioccia e della nascita dei pulcini? Si andava in visibilio. Ma quando tutte le uova si erano dischiuse e la chioccia portava i neonati a passeggio nel cortile potevo solo guardarli di lontano, perché la mamma chioccia non li lasciava toccare! Così imparavo che anche gli animali hanno cura dei loro piccoli e che la vita è un dono prezioso da proteggere con amore. Lo stupore della stagione invernale era la neve.

Allora si era costretti a stare in casa e a guardare con il naso contro la finestra i candidi fiocchi che scendevano dal cielo e stendevano su tutto un soffice manto. Quando finalmente si poteva uscire, si giocava a lasciare le impronte dei nostri piedini sul bianco tappeto e benché gelassero le mani, non si rinunciava a toccare la neve e a mangiarla. Ovviamente i fratellini più grandi facevano anche le palle e se le gettavano a vicenda, senza rinunziare a far deviare qualche tiro su noi bambine.

Tornando al tempo dell’infanzia, i ricordi si affollano all’infinito; bastano però anche soltanto questi per dimostrare quanto quel mondo non fosse immaginario, ma reale, una realtà più bella del sogno e delle fiabe, la realtà di un ambiente vitale genuino che, inconsciamente interiorizzato, è rimasto nella vergine memoria dell’infanzia, in modo tale da iniziare la mia anima alla contemplazione e alla preghiera, al silenzio adorante e alla poesia.

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