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di Madre Anna Maria Cánopi

Aventinove anni, avendo alle spalle un’esperienza di responsabilità verso gli altri, un’abitudine professionale all’attenzione e interpretazione psicologica e spirituale dei comportamenti, con l’ingresso in noviziato dovevo deporre tutto il mio fardello e consegnarmi come una piccola discepola a chi aveva il compito di formarmi alla vita monastica. Non fu cosa facile né indolore, ma molto positiva, liberante. La parola di Gesù è chiara: «Se qualcuno  vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,24-25) e inoltre: «A chi si fa piccolo come i bambini appartiene il regno dei cieli» (Mt 19,14).
Il ritmo della giornata monastica era intenso nell’alternarsi di preghiera e lavoro. Per le novizie c’era anche un tempo adeguato per dedicarsi allo studio e alla formazione monastica: Regola di san Benedetto, sacra Scrittura, patristica, liturgia, spiritualità monastica, canto gregoriano: tutto era delizia per me e mi immergevo sempre più nel mistero di Cristo e della Chiesa, abbracciando tutta l’umanità. Fisicamente ne risentii per lo sforzo di adeguamento, soprattutto al diverso regime di alimentazione e – in inverno – al freddo. Di questo mi è rimasto un ricordo agghiacciante. Mani, piedi, viso erano tutti pieni di geloni. Un male da piangere.
Ricordo il primo Natale. Ero ancora postulante. La nostalgia della casa, della famiglia, dei bambini mi invadeva il cuore e non lasciava scampo. Dopo la cena, in attesa della celebrazione della veglia, dovevo aiutare una monaca anziana ad adornare di fiori l’altare e tutta la chiesa. Il freddo era intenso e le mie mani gemevano; per un piccolo maldestro la monaca mi fece un severo rimprovero; poco dopo, però, nel vedermi con le lacrime, accarezzandomi si scusò d’avermi rattristata. Le risposi: «Ma non è niente! C’è Gesù Bambino!». Ancora una volta mi rendevo conto che Gesù solo mi era indispensabile e, inoltre, che io stessa in quella notte ero bambina come lui appena nato, bisognosa di tenerezza, quindi partecipe di tutta la povertà e la debolezza umana.
Il passaggio dal postulandato al noviziato avvenne in primavera, e mi sentii rigermogliare: l’abito monacale, il velo bianco, il nome nuovo… Intanto era anche cominciato il Concilio Vaticano II: altra primavera della Chiesa.
Fino alla prima professione mi erano stati assegnati, successivamente, vari servizi: oltre le pulizie di vari ambienti, la raccolta dei fogli in stamperia, il ricamo dei paramenti sacri, la cura di alcune tortore chiuse in una gabbia, il guardaroba e la stireria… Poi venne dalla Curia di Milano la richiesta di fare lo spoglio e la schedatura della corrispondenza del Card. Ildefonso Schuster in vista del processo per la sua Beatificazione. Fui incaricata di farlo – sotto giuramento di segretezza – insieme alla mia compagna di noviziato. Quale grazia! Fu un lungo, paziente lavoro che mi mise in profonda comunione con il santo cardinale benedettino, tanto da sentirmi sempre custodita sotto il suo mantello.
E dopo questo, venne dalla Presidenza centrale dell’Azione Cattolica la richiesta della preparazione dei sussidi per la catechesi dei vari rami degli associati: ragazzi, giovani e adulti. In seguito, la Conferenza Episcopale Italiana chiese la collaborazione alla revisione della nuova versione della Bibbia e alla preparazione dei nuovi libri ufficiali della sacra Liturgia. Mi ritrovai così in mano la penna che pensavo di avere per sempre deposta; e da allora non mi fu più possibile deporla, perché ormai, in quanto monaca, ero figlia dell’obbedienza.
Venne anche il giorno della professione monastica perpetua. Prima distesa a terra davanti all’altare del Signore per invocare l’aiuto della Vergine, degli angeli e dei santi, poi dal Vescovo consacrata e unita al Cristo con vincolo sponsale, cantai il mio Suscipe – Accoglimi, Signore… – elevando le braccia con il desiderio di offrirgli non solo me stessa, ma tutta l’umanità di cui mi facevo carico. In me il sentimento più forte era sempre quello della maternità, e questa, nella preghiera, ora assumeva dimensioni veramente universali. Ma non sapevo ancora a che cosa il Signore mi preparava.
Dopo alcuni anni mi venne affidato l’incarico di maestra delle novizie. Queste erano giovani generose, della generazione che respirava l’aria del post-Concilio insieme a quella di una società in rapida evoluzione sotto la spinta delle nuove correnti sociologiche e del secolarismo. Furono anni di intenso lavoro spirituale; nel presentarle all’altare pronte per la professione perpetua sentivo chiaramente che in me e  nella comunità era tutta la santa Chiesa a gioire davanti al Signore per la fedeltà del suo amore. La verginità consacrata è, infatti, uno dei doni più belli e fecondi di grazia che il Signore ha fatto all’umanità redenta dal suo sangue.
In quegli anni, tuttavia, erano molte le problematiche sollevate nella Chiesa a proposito della vita consacrata e bisognava affrontarle con sollecitudine e insieme con ponderazione, con apertura alle sagge innovazioni, ma senza staccarsi dalla convalidata tradizione. La simpatica circostanza della presenza di un piccolo corvo trovato in montagna da persone amiche con una zampetta ferita e affidato alla comunità, mi offrì lo spunto per una specie di “parabola” in cui considerare, con serietà rivestita di umorismo, le dinamiche della vita monastica alla luce dei tempi nuovi. Infatti “Cra” – così chiamavamo il corvo – trovandosi in monastero passava attraverso tutte le situazioni logiche e sconcertanti della vita monastica e reagiva con la vivacità di un arguto osservatore. La stessa Madre abbadessa, unendo l’utile al dilettevole, si prese il gusto di leggere la storiella alla comunità durante la ricreazione serale, mentre io mi trovavo con le novizie.
Devo dire che fin dall’inizio del mio cammino monastico ricevetti la grazia di un rapporto profondo e dolcissimo con la Madre Abbadessa: donna già anziana, di aspetto austero e insieme mite, umilissima. Ci bastava guardarci. Le parole delle nostre anime salivano negli occhi e si comunicavano in silenzio. Quando – ma avveniva raramente – la Madre si assentava dal monastero, io avevo l’impressione che subito si facesse sera e che il monastero rimanesse senza tetto. Si chiamava Maria Angela e angelo era. Sento che mi è rimasta sempre vicina sia in vita che dopo la sua morte. Il suo ricordo è in benedizione! E questo perché abbiamo gioito e sofferto insieme.
Per tredici anni rimasi nell’Abbazia dei santi Pietro e Paolo adagiata nella vasta distesa di prati e risaie della Bassa Milanese; ormai amavo quel luogo non meno delle mie colline natie, e anzitutto amavo molto la comunità per quel vincolo spirituale che si crea con la professione dei voti monastici e che non è meno forte dei vincoli di sangue.
Ma intanto il Signore stava per sorprendermi per una nuova avventura di grazia.

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