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di Gianni Gennari

Riprendiamo da Abramo, il capostipite della fede ebraico-cristiana. Lui è quello che “ha creduto” ad una parola di Dio creatore ed è partito, lasciando tutto, verso una realtà ignota, forte dell’ascolto della chiamata come base e fondamento sicuro (il primo senso del “credere”, batàh) e fiducioso nello slancio fiducioso che lo spingeva in avanti (il secondo senso del credere, amàn), come abbiamo visto negli incontri precedenti.

 

L’avventura di Abramo.

Abramo e la sua fede – la volta scorsa ho accennato al parallelo con Maria che ascolta l’annuncio della chiamata e sulla base di essa subito è in movimento fiducioso per andare ad assistere Elisabetta – che lo fa partire verso l’ignoto: si fida e basta…Come Mosè poi, come tutti i profeti, come Maria, appunto, come gli Apostoli, come dovrebbe essere per tutti i battezzati, coscienti del dono ricevuto e in movimento verso i fratelli cui comunicarlo…
Non mi fermo, qui, a ricordare le peripezie di Abramo, il desiderio frustrato di un figlio, poi finalmente esaudito in Isacco, la cosiddetta “prova” del capitolo 22 del Genesi, che pare la conferma di un vecchio e atroce culto religioso – il sacrificio delle primizie, figli compresi, alle divinità pagane – e invece nella fede ebraico-cristiana è l’irruzione della novità: Dio non chiede più sacrifici umani, come continueranno a fare per millenni tutti gli idoli di questo mondo, religiosi e non religiosi, ma vuole solo l’ascolto e la fede…Ecco allora la meravigliosa lettura del brano da parte dei Padri della Chiesa, e in particolare di S. Agostino: “quello che Dio non ha chiesto ad Abramo (cioè il sacrificio del figlio, Isacco, sul legno elevato sulla cima del monte, Ndr) lo ha fatto Lui per noi, offrendo il Figlio suo, sul monte e sul Legno della Croce, per la salvezza del mondo…
Abramo è l’inizio della risposta di Dio al peccato dell’uomo: è il padre di tutti i credenti, e la sua stirpe, via via, continua il cammino narrato nei libri del Pentateuco, i primi 5 del Primo (o Antico) Testamento, fino a Mosè, cui viene rivelato e donato il nuovo Patto di salvezza.

Un Dio diverso da quelli inventati in miti e riti dal bisogno umano

La rivelazione di Dio, dunque. Non più un Dio che ha bisogno dei “riti” nostri, con cui dovremmo ingraziarcelo per proteggerci dalle vicende nella lotta con gli eventi e con le forze della natura e degli altri uomini visti come nemici da eliminare…Non più un Dio di cui ci serviamo creando dei “miti” utili per spiegarci i fenomeni di non conoscenza della natura…
Miti e riti: sarebbe un lungo discorso, ma nella sostanza voglio dire che tutte le religioni inventate dal bisogno umano di conoscere e di dominare il mondo sono state nel corso dei secoli un complesso di “miti”  e “riti”: i primi servivano a spiegare i fenomeni naturali – il fulmine, il vento, la tempesta, l’attrazione uomo donna ecc. – e i secondi servivano a dominare le forze della natura che minacciavano di distruggere gli uomini e le loro civiltà a poco a poco, e con fatica, costruite nel corso delle generazioni…
Mito e rito come essenza di tutte le religioni dette naturali, e cioè create dal bisogno umano di spiegare il mondo e di piegare le sue energie alla nostra utilità…
Sarebbe un discorso lungo, ma non è questo il luogo. Il Dio unico, creatore del cielo e della terra, cioè di tutto, dopo l’uso negativo della libertà dell’uomo che ha voluto staccare il frutto dell’albero del bene e del male per impadronirsene, e sostituirsi al posto di Dio – “sarete come Dio!” è la promessa del nemico, “il serpente”, nel racconto di Genesi 3 – ha promesso redenzione e salvezza tramite una Donna e la sua generazione, e dopo altri eventi che descrivono la negatività della separazione dell’uomo da Lui – i capitoli da 4 a 10 del Genesi, da Caino e Abele al diluvio ecc. – si rivela nella storia ad Abramo (Genesi 11) e lo chiama ad un cammino di fede e di fedeltà alla promessa continuamente rinnovata nonostante le esitazioni e le infedeltà.
Nella nuova fede rivelata – da Abramo a Mosè, ai Profeti, a Giovanni Battista e infine a Gesù di Nazaret, e fino a noi – non ci sarà posto per “miti” e “riti” nel senso suddetto: essa non spiega all’uomo come va il mondo creato nelle sue vicende naturali – i miti – e quindi non è e non sarà mai alternativa alla scienza, che si costruisce con la ricerca razionale dell’uomo sulla natura, né assicura ad esso il dominio delle stesse forze naturali, per ottenere il quale l’uomo avrà lo strumento della tecnica. Le religioni naturali, inventate dal bisogno umano di spiegare e piegare il mondo, hanno “miti” e “riti”: la nuova fede, prima ebraica e poi ebraico cristiana, purificandosi via via dai residui della religiosità naturale, non avrà “miti” e “riti”, nel senso suddetto rivale di scienza e tecnica…Da Abramo che inizia il cammino verso l’ignoto ascoltando la voce che chiama a partire, a Mosè che anch’egli ascolta ed esegue i primi passi della nuova fede rivelata…

La nuova rivelazione (ancora velata) a Mosè: Io ci sono, Io sono con te

Mosè, dunque. A lui per primo l’inizio della rivelazione definitiva nel capitolo 3 dell’Esodo. Egli è oggetto della sorpresa divina: sul monte vede il roveto che arde senza consumarsi e ascolta “la voce”, quella voce che gli ordina di liberare il suo popolo. Ma quando chiede di conoscere il “Nome”, per poterlo riferire ai futuri interlocutori, i potenti che tengono prigioniero il popolo da salvare, la risposta è insieme negativa e positiva. Negativa in un primo senso: Dio non gli rivela il suo nome. “Io sono quello che sono” (in ebraico “anoki hehjeh asher hehjeh” e in qualche modo un rifiuto. Se uno mi chiede “dove vai?” e io gli rispondo “vado dove vado” non gli ho risposto, ma gli ho detto che dove vado non lo riguarda, almeno per il momento. E così quella risposta, “Sono quello che sono” non soddisfa quanto alla rivelazione del “nome”, ma è solo la prima parte della risposta divina, perché essa continua: “Io sono con te!”
E’ vero che nel corso dei secoli, soprattutto per influenza della filosofia greca e poi anche cristiana, si è pensato che quella risposta indicasse l’Essere infinito in senso metafisico, l’Assoluto divino in contrapposizione alla finitudine delle creature ed alla loro fragilità relativa, ma in senso strettamente biblico quella rivelazione non è la soluzione anagrafica della identità divina, ma l’assicurazione di una presenza, di una compagnia, di una protezione nell’avventura salvifica che sta iniziando, e che dopo le vicende egiziane nel cammino verso la Terra Promessa si rivelerà in modo nuovo nel Patto del Sinai. Dio, il Dio creatore del cielo e della terra, il Dio che non si è rassegnato al peccato dell’uomo – creato a sua immagine, cioè nella pluralità misteriosa di maschio e femmina – che ha voluto chiamare ancora a salvezza, ed ha disegnato il cammino attraverso la chiamata di Abramo e ora con la missione di Mosè rivela la Sua volontà nel Patto dell’Alleanza…

Pensiero di sosta e rilettura: per andare avanti

Al tempo: lo so che ho messo tanta carne al fuoco nel piatto dei miei lettori su questa rivista. Lo so che sono cose difficili e per di più riassunte in poche righe. Lo so che tanti interrogativi vengono in mente a chi legge e cerca di capire, ma chiedo pazienza. Siamo al punto decisivo in cui inizieremo a disegnare – o a tentare di farlo – il volto del Dio rivelato nella Parola che per noi è la Scrittura intera, con la sua storia di testi e di interpretazioni nei secoli, con i progressi di comprensione che il Concilio ha splendidamente rappresentato nel n. 8 della “Dei Verbum”, la Costituzione dogmatica sulla Rivelazione, insieme con quella sulla Chiesa e con la Gaudium et Spes la vera novità preziosa della preziosa eredità del Vaticano II, definito da Giovanni Paolo II “la più grande grazia dello Spirito Santo alla Chiesa del secolo XX”, e stella polare del cammino che Benedetto XVI fin dall’inizio del suo pontificato ha dichiarato di voler continuare…Con fiducia, invito i lettori di questo tentativo di spiegazione, che impegnerà ancora a lungo chi scrive e chi legge, a cercare e a rileggere i testi del Concilio, iniziando dal luminoso discorso di inaugurazione di Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962 (“Gaudet Mater Ecclesia”) e via via ripensando e gustando… Alla prossima.

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