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di Gianni Gennari

Quasi al termine del cammino! Dopo “Credo la Chiesa” ecco “la comunione dei Santi, la resurrezione della carne e la vita eterna”. Qui vale quel “quasi”.
 

La “comunione dei Santi” 

Essa è il legame che in Gesù morto e risorto, e nello Spirito Santo unisce la terra e il cielo… Sulla terra è l’unione di tutti coloro che vivono – conoscendolo esplicitamente, o riconoscendolo con i fatti implicitamente – il comando dell’amore come unico dovere dell’uomo… “Tutto coopera al bene di quelli che amano Dio” (Rom. 8, 28), e ci sono tanti che amano davvero Dio anche senza conoscerlo in pieno, ma riconoscendolo nel prossimo da sfamare, da dissetare, da soccorrere… è la lezione del Giudizio finale in Matteo 25, sulla bocca di Gesù stesso. Tra tutti coloro che amano Dio, e che l’hanno conosciuto e riconosciuto, o anche solo riconosciuto senza conoscerlo pienamente, si forma una solidarietà di “unione comune”, o “comunione”, che in termini di teologia tradizionale, sempre valida in questo, si chiama Corpo Mistico di Cristo… Non mi fermo su di esso, qui, ma credo che chiunque legga può capire quale oceano di solidarietà effettiva e salvifica, nello Spirito Santo, si crea in terra, e tra terra e cielo, solo pensando in profondità agli effetti di questa presenza santificante dello Spirito senza confini a noi noti… è ciò che ci rende sereni di fronte alla domanda sulla salvezza eterna di tanti fratelli, la maggior parte dell’umanità certamente, dagli inizi della storia umana e fino al ritorno del Signore alla destra del Padre…
La “comunione” ecclesiale, in questo contesto, è solo una delle forme visibili della chiamata universale alla salvezza ed alla santità di cui il Vaticano II si è fatto annunciatore definitivo… è anche la misteriosa trovata, per fare solo un esempio, della “catena” che unisce cielo e terra già ora, e che ha consentito a Teresa di Lisieux di dire: “Voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra”.
Andiamo avanti… Ecco dunque “la resurrezione della carne e la vita eterna”.
 

Resurrezione? Oltre il morire, dunque…

Ma questo dice qualcosa che va oltre. Entra in gioco la realtà importante del nostro “morire”. Un mistero universale su cui da sempre si è interrogata l’umanità tutta, e su cui forse in questi ultimi decenni non siamo stati capaci, come cristiani e cattolici, di tradurre la fede annunciata da Gesù e trasmessa dagli Apostoli e dai martiri senza tradirla, e perciò – dando uno sguardo attorno – constatiamo che nella nostra comunità – catechismi, omelie, preghiere, riflessioni, ritiri spirituali – se ne parla poco o niente. Domandiamoci infatti quanto tempo è che a Messa il celebrante non ci ha ricordato quelli che una volta si chiamavano “i Novissimi”: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso…
Eppure è tema e domanda fondamentale: cosa è morire? E cosa è risorgere a vita eterna? Si dice che il discorso del Catechismo non regge più e il rimedio sarebbe continuare a credere senza domande, senza cercare di capire. Eppure Gesù ha detto ai Suoi, e anche a noi: “vado a prepararvi un posto” (Gv. 14, 2). Si dice che è mistero, ma resta il fatto che anche su questo, forse soprattutto su questo, come credenti abbiamo un dovere, quello ricordato da San Pietro, di “rendere ragione della speranza che è in noi”. E allora vale la pena di approfondire, magari non in una sola volta…
Prima domanda: cosa è morire? Malraux ha scritto che se non si trova un senso alla nostra morte, la vita intera rischia di perderlo… E oggi della morte non si parla: roba di medici… No: per parlare di ciò che chiamiamo il “dopo” dobbiamo parlare dopo aver risposto su di essa…
 

La morte: una fine e un fine, “pena” e “sorella”

Prendiamo il “morire” come tale. Cosa è? Che dice, la fede cristiana? In realtà due cose: che la morte è sia “una fine” e pena del peccato, sia “una sorella” – con S. Francesco – e addirittura “il fine” della esistenza stessa. Sul fatto che essa è pena testimonia il racconto della creazione fino dalle prime linee della Scrittura. E San Paolo ne fa sintesi perfetta: morte “stipendio del peccato” (Rom. 6,23), “ultimo nemico” (I Cor. 11, 26). Ma egli stesso la dice anche oggetto di desiderio: “Bramo essere sciolto (dalla vita terrena) per essere con Cristo” (Fil. 1, 23). Anche Gesù ha avuto paura della morte, nel Getsemani – “si allontani da me questo calice” – ma ai suoi ha detto anche che voleva berlo, quel “calice”, ricevere quel “battesimo”, ed era in pena finché non lo avesse fatto (Lc. 12, 50).
Dunque due facce del morire, collegate, ma non identiche. E per andare avanti leggo di Lazzaro, Vangelo di Giovanni, capitolo 11. Era morto o no? Prima risposta ovvia: sì, “da quattro giorni, e già puzza”. Lo dice anche Gesù: “Lazzaro è morto!” Ma prima aveva anche detto che “questa malattia non è per la morte… Lazzaro, l’amico nostro, dorme, e io vado a risvegliarlo”.
Lazzaro è morto, ma non è morto: perché? Forse – è l’ipotesi che mi azzardo a proporre qui – perché ciò che noi chiamiamo “morte” ha due dimensioni, distinte e diverse: una è quella fisica, biologica, da mancanza di funzioni fino all’encefalogramma piatto, con data precisa, esaurimento delle energie vitali della persona concreta, accertabile con certificato legale… E di questa morte Lazzaro era morto, e da quattro giorni. è la morte come pena, come “fine”, “ultimo nemico”, sconfitta dell’energia vitale di ogni uomo. E Gesù richiama in vita questo Lazzaro “già morto da quattro giorni”, che dopo qualche anno morirà un’altra volta di morte fisica, e sarà anche l’altra faccia, quella della morte come “sorella”, come “fine” e compimento del “desiderio” di essere con Dio, ingresso nell’eternità e nella “gioia del suo Signore”. 
E allora? Allora qualcuno, p. es. nella storia della teologia cristiana e cattolica, viene in nostro soccorso. E’ un grande santo e “dottore” della Chiesa, Giovanni Damasceno, vissuto tra VII e VIII secolo: “Hoc est hominibus mors, quod fuit Angelis temptatio” (“la morte è per gli uomini ciò che per gli Angeli fu la prova”). La morte come una scelta: o con Dio o contro di Lui… Dopo il Damasceno altri pensatori cristiani, fino ai nostri giorni, su questo cammino… E questo ripensare il morire non solo come “disfarsi” del corpo e della condizione storica, ma anche come “scelta” che si fa vita eterna in Dio – il Paradiso – o vita eterna senza Dio e contro Dio – l’Inferno – ci servirà per andare avanti… 
Chiedo scusa al lettore: così il discorso è a metà, ma lo spazio è tiranno, e si continuerà alla prossima occasione: la fiducia è che possa essere utile… 
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