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Un condannato a morte chiede un sacerdote accanto a sé. Vuole il conforto della compagnia umana, ma anche la consolazione della fede

di B. Capparoni

Ai primi del passato settembre abbiamo letto una notizia proveniente dal Texas (USA). Un condannato a morte, John Ramirez, ha ottenuto dal Supremo Tribunale americano la sospensione dell'esecuzione capitale contro il parere della giustizia del Texas, perché i giudici supremi hanno ritenuto ricevibile la sua richiesta di morire con accanto a sé un sacerdote; invece il giudice texano lo aveva proibito per motivi di "sicurezza".

Non entro nella vicenda delittuosa di questo condannato. Però mi ha colpito, mi ha suscitato pietà la sua richiesta di non morire da solo. L'ho trovata giusta, naturale, da accogliere con quella compassione che supera ogni giudizio sul male commesso e sulla pena stabilita.

Il mio pensiero si è poi rivolto ai tanti, ai troppi, che in questi due anni di pandemia, nei nostri ospedali sono passati per la porta della morte da soli, senza il conforto di una presenza cara. Le cautele per evitare i contagi dovevano arrivare fino a quell'estremo? È difficile rispondere a questa domanda. Sappiamo che molti sanitari si sono fatto carico personalmente di questa ultima vicinanza ai morenti. A loro va un grazie infinito!

A noi della Pia Unione risuona con particolare forza la richiesta del condannato texano, perché ogni giorno chiediamo a san Giuseppe il dono della "buona" morte «per gli agonizzanti di questo giorno». Sappiamo bene, e ce lo conferma san Paolo, che la morte ha un tremendo "pungiglione" (cfr. 1 Cor 15, 55), ma esso sarebbe ancora più crudele se lo si dovesse affrontare in solitudine. Pertanto ciò che chiediamo ogni giorno con le breve preghiera, lasciataci da san Luigi Guanella, è di passare attraverso l'ardua porta della morte, accompagnati dal conforto di una compagnia.

Ognuno spera di avere accanto a sé in quel momento le persone più care. Il carcerato del Texas non si è limitato a questo; ha voluto accanto a sé un sacerdote, perché gli ricordasse la meta dove sta per approdare e pregasse Dio con lui e per lui. Proprio questo è quanto propone la Chiesa: «Ai moribondi saranno prestate attenzioni e cure per aiutarli a vivere i loro ultimi momenti con dignità e pace. Saranno sostenuti dalla preghiera dei loro congiunti. Costoro si faranno premura affinché i malati ricevano in tempo opportuno i sacramenti che preparano all’incontro con il Dio vivente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2299).

La Chiesa è una madre e si mette accanto ad ogni figlio nel momento supremo della vita con questo toccante augurio: «Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi».

(Rituale degli infermi). Quale conforto promana in queste parole! Sia questa la "buona" morte che chiediamo ogni giorno a san Giuseppe.

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