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Alla sorgente della spiritualità

di Massimo Marelli

Dopo aver visto che cos’è la liturgia, ora proviamo a definire cos’è il celebrare e il proprio di ogni celebrazione. Il Concilio Vaticano II ribadisce che la celebrazione, appartenendo a tutto il corpo che è la Chiesa, ha come soggetto l’intera assemblea liturgica, ossia non solo i presbiteri e i ministri, ma tutti i fedeli.

Se dovessimo presentare un’istantanea della Chiesa dovremmo coglierla nel suo momento celebrativo, ossia quando essa è radunata là dove il vescovo presiede, attorniato dai presbiteri, dai diaconi, dai ministranti e con la partecipazione di tutto il popolo di Dio. Questa è l’immagine perfetta della Chiesa.

La Chiesa si manifesta principalmente nell’atto di celebrare.

Sul piano invisibile colui che guida la celebrazione è Cristo che sempre presiede la sua Chiesa, in quanto unico mediatore tra Dio e gli uomini, della presenza sacerdotale cui il ministero ordinato è trasparenza della sua .

Tuttavia ogni battezzato fa parte del suo corpo mistico e, in quanto unito intimamente a lui, opera nella liturgia in varie forme e gradi. La Chiesa è la comunità dei redenti in Cristo e si manifesta come il soggetto visibile di questa celebrazione, trovando la sua piena fisionomia nell’assemblea locale.

Cos’è allora la celebrazione?

È il nostro essere ripresentati efficacemente all’evento salvifico della salvezza che è la croce e la tomba vuota del Risorto, attraverso il sacrificio della Chiesa, che realizza allo stesso tempo la santificazione dell’uomo e la glorificazione di Dio.

Ogni qualvolta noi celebriamo i sacramenti, attraverso il rito e per mezzo di segni sensibili, siamo resi presenti al mistero di salvezza.

Lo comprendiamo bene nella celebrazione domenicale o quotidiana della Messa.

Noi, infatti, possiamo celebrare l’Eucaristia perché il Signore, nel cenacolo, ci ha dato il segno che è il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, ma specialmente perché egli ha detto delle parole importanti: fate questo in memoriale di me morto e risorto.

Il segno dato alla vigilia, durante l’ultima cena, profeticamente fa riferimento a un futuro immediato che sarà l’evento di morte e risurrezione del Signore, ma attraverso l’ordine di iterazione: «fate questo in memoriale di me», si apre a un futuro lontano, ossia alle nostre celebrazioni rituali dell’Eucaristia.

Ogni volta che riprendiamo il segno del pane e del vino dato nel cenacolo, noi veniamo ripresentati all’evento fondatore di morte e resurrezione del Signore e partecipiamo di quella potenza salvifica. Il segno profeticamente dato del Cenacolo e l’evento fondatore di morte e resurrezione del Signore sono certamente rea­- ltà uniche e irripetibili, che appartengono a precise coordinate di spazio e di tempo. Nella celebrazione della Messa il Signore non muore e non risorge di nuovo, non si rinnova per noi in questo senso il sacrificio della croce e l’evento della resurrezione. Se il Signore non ci avesse comandato il memoriale della sua Pasqua l’evento salvifico del Calvario e della tomba vuota sarebbe rimasto rinchiuso nelle sue specifiche coordinate di spazio e tempo.

L’iterazione rituale è necessaria perché anche noi, che siamo la Chiesa peregrinante nella storia, possiamo attingere alla potenza salvifica della Pasqua.

Celebrando l’Eucaristia è come se sfondassimo il tempo e lo spazio, partecipando del presente eterno di Dio. Questo vuol dire “ripresentazione sacramentale”. Allora la Messa è il nostro andare al Calvario ogni domenica, ogni giorno, nella nostra celebrazione quotidiana, con gli occhi dell’anima, con i nostri piedi teologici. Seppure rimaniamo fisicamente nelle nostre chiese, tuttavia attraverso la realtà sacramentale siamo resi presenti all’evento pasquale del Signore. In altre parole, è la comunità che celebra nell’oggi l’Eucaristia in memoriale del Signore morto e risorto che si trova al Calvario. Dicendo Calvario dobbiamo intendere tutto l’evento pasquale, infatti la croce non è mai disgiunta dalla resurrezione, così non si può parlare di resurrezione senza tener presente il mistero della morte di croce.

Le nostre celebrazioni eucaristiche non sono una rappresentazione di cui noi siamo semplici spettatori, forse emotivamente coinvolti, ma estranei a quanto rappresentato. Ripresentazione sacramentale vuol dire che è la comunità che celebra – di cui io faccio parte – che viene resa presente efficacemente all’evento salvifico.

Ad esempio: nel sacramento del matrimonio, durante la solenne preghiera di benedizione, mentre viene invocato lo Spirito Santo, gli sposi sono realmente ripresentati alla benedizione primordiale che Dio, nel giardino, fa scendere sulla prima coppia umana. Nell’azione sacramentale essi hanno accesso nella fede e nella potenza dello Spirito a quella primigenia consacrazione nuziale che ormai appartiene non al passato, ma all’eterno di Dio.

Non si rinnova per loro la benedizione divina, ma uscendo dalle proprie limitate coordinate spazio-temporali, attraverso il rito sono resi presenti efficacemente a quell’unica e irripetibile benedizione pronunciata dal Signore nel Paradiso.

Comprendiamo, allora, dove si fonda la stabilità di questa benedizione che unisce i due in una carne sola. Essa non è garantita da parte dell’uomo, quanto da parte di Dio che non ritira mai i doni del suo amore.

Con le sole nostre forze, dobbiamo constatare umilmente, non possiamo vivere questa unità, ma confidando nella parola del Signore, che è stabile per sempre, e nella grazia dello Spirito, che l’accompagna e realizza quanto dice, è dischiusa all’uomo e alla donna la possibilità di realizzarla in una storia di fedeltà.

Così, attraverso il memoriale dell’Eucaristia, la Chiesa è efficacemente resa presente al Mistero che celebra.

Memoriale non è però memoria psicologica o ricordo affettivo, come se si fosse presenti. Memoriale è vera presenza al Calvario e alla tomba vuota di una comunità che celebra insieme e compie insieme gli stessi gesti e pronuncia le stesse parole.

Questa è l’opera che ci manifesta come Chiesa.

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