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di Giovanni Cucci

Taulero rileva tre tentativi facili di far fronte alla crisi: 1) cercare di cambiare il mondo; 2) Fare continui cambiamenti esteriori; 3) svolgere il proprio ruolo impegnativo a “denti stretti”.

La crisi dell’età di mezzo rivendica un ritorno verso di sé, una presa di coscienza delle proprie fragilità di fondo, talvolta negate, o rimosse, o trasferite su altre cose, come il successo, l’attività, la professione, le scelte apostoliche, intellettuali, affettive. Questo momento di arresto è di per sé positivo, è un invito a fare verità e recuperare elementi finora disattesi della storia e del proprio essere; non per nulla la personalità di tipo grandioso, indicata in psicologia con il termine di narcisista, ha più possibilità di trarre beneficio da un lavoro di accompagnamento e conoscenza di sé dopo i 40 anni di età: «Nella crisi della mezza età non si tratta di trovare una soluzione al venir meno delle forze corporali e di mettere ordine a nuovi desideri e nostalgie che spesso irrompono in questa svolta della vita. Si tratta piuttosto di una più profonda crisi esistenziale, in cui viene posta la domanda sul senso globale del proprio essere: “Perché lavoro tanto? Perché rischio l’esaurimento senza trovare tempo per me?” La crisi di mezza età è per sua natura una crisi di senso» (Grün).

È come se si dovesse per la prima volta confrontarsi seriamente con la morte, si ha la sensazione di essere giunti ad un punto di non ritorno: le forze vengono meno, l’aspetto fisico cambia inesorabilmente, si incrementano le cure, non è più possibile avere figli, si impongono rinunce, e ci si chiede seriamente cosa rimanga alla fine di tutto ciò.

Taulero, con la caratteristica attualità propria del mistico, rileva tre tentativi facili di far fronte alla crisi: 1) cercare di cambiare il mondo per evitare il confronto con se stessi. 2) Fare continui cambiamenti esteriori, fino ad abbandonare la scelta intrapresa magari molti anni prima (matrimonio o vita religiosa) cercando di “rifarsi una vita”. In realtà, questi tentativi non toccano la radice di tale inquietudine. Le ricerche svolte in merito alle secondi (o terzi) matrimoni come alle unioni di ex sacerdoti e religiosi/e, indicano che la fragilità ed il disagio interiore si perpetuano anche nella nuova situazione: la percentuale delle separazioni in questi casi è quasi doppia rispetto alla media. Neppure le convivenze sono una possibile alternativa, perché mostrano una fragilità ancora più grande, registrando un indice di scioglimento del legame dieci volte superiore al matrimonio.

L’incontro con un’altra persona non è la bacchetta magica o la “farmacia” capace di colmare vuoti affettivi e risolvere crisi di identità personali. Questa situazione di disagio non risolta è ben illustrata da un detto dei padri del deserto, là dove un monaco, non sopportando più di vivere nella propria cella, decide di andarsene, e mentre raduna le sue cose vede un’ombra accanto a sé che sta facendo lo stesso. Incuriosito chiede chi sia: «Io sono la tua ombra, e se tu te ne vai mi preparo a partire anch’io». 3) Non meno stressante è l’atteggiamento di fondo di chi continua a svolgere il ruolo impegnativo a “denti stretti”. In questo caso si preferisce rimane nella legalità irrigidendo le pratiche religiose, che vengono osservate per lo più esternamente, illudendosi che così la crisi non potrà sfiorare e sconvolgere la persona: alla fine però, di nuovo ci si trova vuoti interiormente. Emergono così dinamiche tendenti al successo, alla rivalità, al confronto che non possono certo diventare canali di espressione della carità. Alla fine l’acidità e l’insoddisfazione rischiano di diventare l’umore di fondo della vita intera. Le soluzioni più immediate e istintive purtroppo sono spesso anche le più dispersive, lasciando alla fine la persona in uno stato peggiore del precedente, soprattutto quando si prendono decisioni affrettate e senza una adeguata ponderazione.

Queste difficoltà vanno ascoltate, non cacciate di casa: esse chiedono anzitutto la purificazione dei propri ideali di vita, mandando in crisi una visione volontaristica della vita spirituale, dove la persona è concepita come un soldato che marcia con decisione verso il campo di battaglia, pronto a combattere e sconfiggere il nemico: tutto il merito ed il peso del da farsi risiede unicamente nelle proprie capacità, è il frutto dei propri sforzi e, di conseguenza, se le cose non vanno come si vorrebbe, tutto crolla miseramente.

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