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I sentimenti sono invece umili per loro natura, essi riportano la persona a contatto con la terra che la costituisce e la rendono umile quando li accoglie, consentendo di vivere una spiritualità incarnata.

di Giovanni Cucci

Quando il mondo dei desideri non trova spazio nella vita interiore si è facilmente esposti al volontarismo, all’adempimento anche preciso e puntuale dei propri impegni, ma solamente in forza del dovere, incapaci però di godere della propria vita e dunque di essere contenti. È la prospettiva puramente legale del divieto; oltre alla paura, questo atteggiamento può illudersi di comunicare una visione seria ed efficiente dell’esistenza, dove non c’è spazio per il gratuito, il piacere di dedicarsi a qualcosa semplicemente perché “è bello”. 
Questa impostazione di vita ha comunque una lunga tradizione dietro di sé; forse può essere interessante mostrarne qualche approssimato squarcio. Senza voler giudicare la storia, resta il fatto che realtà fondamentali della vita cristiana siano state effettivamente attraversate dalla rigidità e dal rifiuto della vita.
 

Un esempio: la predicazione della collera di Dio

Anche un luogo teologico così importante della predicazione e della vita cristiana, come la morte in croce di Gesù, è stato purtroppo letto con le categorie della paura, della vendetta, della collera, di una giustizia retributiva puramente fiscale. Si può riprendere la raccolta di omelie su questo tema curata dal p. Sesboüé:
«La collera di Dio non poteva essere placata e neutralizzata se non mediante una simile e sì grande vittima quale è il Figlio di Dio, lui che non poteva peccare» (Lutero).
«Il dolce Gesù s’è consegnato spontaneamente con amore, per causa nostra, permettendo che tutta la collera, la vendetta e il castigo di Dio, da noi meritato, cadessero su di lui» (Taulero).
«Bisognava che tutto fosse divino in questo sacrificio; ci voleva una soddisfazione degna di Dio, e ci voleva un Dio che la compisse; una vendetta degna di Dio, e che fosse similmente Dio a effettuarla» (Bousset).
«Quale potere, mio Dio, avete dato ai vostri sacerdoti dicendo loro: “Fate questo in memoria di me”! La loro parola è diventata uno strumento più acuto e più tagliente del coltello che sgozzava le vittime della legge antica» (Monsambrè).
«Guardate tuttavia come la vittima è distrutta, consumata, annientata. Sul Calvario essa era ferita: qui è stritolata… Tutto è stato compresso, stritolato, ridotto a questa briciola inosservata» (da un libro di devozione del sec. XIX).
«Alla luce della croce, che è un patibolo per un’esecuzione capitale, la pena di morte assume tutto il suo significato soprannaturale, infinitamente fecondo e benefico» (Bruckberger).
È il tema della legalità e della giustizia soddisfattoria applicato alla teologia e alla predicazione, e dove il centro focale, la realtà più importante è diventata il peccato con i castighi conseguenti. Se il peccato è frutto di odio, richiede dunque un odio corrispondente per espiarlo: quanto più grave è il peccato, tanto più crudele e violenta deve essere l’espiazione. 
Ogni altro sentimento sembra scomparso: «La vendetta di Dio alimenta in qualche modo quella dei giudei, al punto che è difficile vedere perché l’una sia santa e l’altra sacrilega. Dio diventa il carnefice di Gesù» (Sesboüé).
Se il vangelo mette spesso in guardia il credente dal rischio della durezza di cuore e del legalismo improntato alla pura giustizia retributiva, propria del fariseo, non è perché provi risentimento verso una particolare categoria di persone, ma perché incarna il rischio sempre presente nella vita del discepolo, di fermarsi all’esteriorità della norma e di escludere il cuore dal rapporto con Dio, credendosi giusti. La legge è importante, Gesù non l’ha abolita, le ha anzi dato compimento; e tuttavia senza l’amore, che la legge è chiamata a custodire, l’uomo rischia di mettersi al posto di Dio. I sentimenti sono invece umili per loro natura, essi riportano la persona a contatto con la terra che la costituisce (umiltà viene dal latino humus, terra) e la rendono umile quando li accoglie, consentendo di vivere una spiritualità incarnata. 
Come nota Radcliffe, ex superiore generale dei domenicani, «uccidere le passioni sarebbe come impedire la crescita della nostra umanità, inaridirla. Ci renderebbe predicatori di morte. Dobbiamo invece essere liberi per coltivare desideri più profondi, volti alla infinita bontà di Dio»
Ma come è possibile «desiderare in modo più profondo»? Da questo interrogativo nasce la necessità di un lavoro di confronto con se stessi, un momento di conoscenza, certamente, ma anche di educazione e purificazione, perché il desiderio diventa ostacolo quando è superficiale, quando viene confuso con il bisogno del momento, come vedremo. 
Qui il discorso psicologico incontra alcune verità fondamentali della vita spirituale, come l’ascesi e la rinuncia: esse non sono da intendersi come nemiche del desiderio, ma come un percorso di riconoscimento e maturazione di ciò che veramente vale, tralasciando quanto, pur attraente, toglie gusto alla vita, lasciando la persona in balia del vento del capriccio: «Non si tratta di rinunciare al desiderio in se stesso — che sarebbe inumano — ma alla sua violenza. Si tratta di morire alla violenza del piacere, alla sua onnipotenza» (Brugues).
 
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