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di Nico Rutigliano

Quando nel Vangelo andiamo a leggere il racconto dell’Ultima Cena, troviamo che i tre evangelisti sinottici,  Matteo, Marco e Luca, ci parlano dell’istituzione dell’Eucaristia; invece, il quarto evangelista, Giovanni, ci descrive l’episodio della lavanda dei piedi.
 È interessante come si conclude il racconto: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio perché, come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Giovanni 13,12-17).  Questa finale al racconto dell’Ultima Cena, ci fa dedurre che per fare memoria della morte di Gesù nell’Eucaristia, occorre vivere il servizio: “io sto in mezzo a voi come colui che serve”. Il servizio non è solo fare qualcosa per gli altri, ma è un “deporre le vesti”, cioè donare totalmente la propria vita agli altri.
Sarebbe come dire che non si può celebrare l’Eucaristia se manca la carità concreta.
La carità è la continuazione della messa, è la prova che rende credibile quello che celebriamo. La solidarietà di mensa intorno all’altare si deve trasformare in servizio caritativo di vita.
Senza quella carità che si modella sull’Eucaristia, anche il servizio più preciso ed efficiente può essere mera ricerca di gratificazione, semplice affermazione di sé, sola espressione di potere. 
Il mistero eucaristico, cioè il memoriale di Gesù che si dona completamente per noi, tocca il suo apice nel sacrificio eucaristico che rende presente quella donazione. Partecipare alla santa messa non deve essere un gesto rituale da compiere, magari in modo meccanico e ripetitivo. 
Dicendo: “fate questo in memoria di me”, Cristo non ha chiesto una ripetizione di un gesto rituale, ma ci ha chiesto di farlo come lo ha fatto Lui. 
L’Eucaristia, allora, ci educa in modo particolare al servizio, alla donazione di noi stessi, in una parola, alla carità!
Se Gesù, come narra Giovanni nell’Ultima Cena, unisce l’Eucaristia alla carità in quel gesto della lavanda dei piedi, che è il segno e l’anticipo del sacramento della Pasqua, vuol dire che anche noi siamo chiamati al servizio reciproco che, come suoi discepoli, dobbiamo coltivare gli uni verso gli altri. 
Dall’Eucaristia scaturisce quindi un impegno preciso per la comunità cristiana che la celebra: testimoniare visibilmente e nelle opere il mistero d’amore che accoglie nella fede.
 
Pane e Signore
La carità non deve essere il modo per legare a noi le persone o per farle diventare cristiane. Ma incontrandole nel bisogno, dobbiamo far scoprire loro il desiderio di un bisogno più grande.
Il bisogno materiale è un segno di una domanda più grande e più alta. Questo è il significato dell’invito di San Luigi Guanella: “date pane e Signore”. Dare solo il pane non è ancora autentica carità.
Questa è la marcia in più della carità cristiana e per questo la carità è il banco di prova dell’Eucaristia, carità che si alimenta da e nell’Eucaristia.  
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