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di Anna Villani

La carezza di San Giuseppe sulla nostra esperienza di fede. Un santo che ha amato e sperato solo come i «grandi» sanno fare

L’emozione silenziosa del passaggio della statua ancora una volta si è ripetuta il 19 marzo scorso, quando dalla basilica del Trionfale, san Giuseppe è uscito per andare incontro alla gente, sempre tanta, crescente, numerosa. Cambiano i tempi ma non la fede nello Sposo di Maria e Patrono della Chiesa universale. Ai copriletti stesi ai balconi ed ai fiori si sono sostituiti i tantissimi telefonini, tablet, Ipad, che dalle finestre e dai marciapiedi passando il santo, cercavano lo scatto migliore. E non si immortala un momento se non per mostrarlo ad altri, come a dire: “vedete com’è stato bello?”.

Ed infatti, tempo pochi minuti e le immagini, dalle strade sono arrivate sui social network, invadendo con discrezione bacheche e profili: “Ora, da via Bernardino Telesio sta uscendo il santo” ed ancora “è arrivato a via Trionfale”, “Però quanta gente ora a via della Giuliana! Ma chi sta passando?” scrive un giovanissimo liceale, “come si chiama la banda? Da dove vengono?”, “Sta svoltando, imbocca la strada del ritorno”, oppure “che belli i paggetti…”, da un capo all’altro della capitale e d’Italia la processione non era più e solo nel quartiere Prati, ma da Prati al mondo raggiungendo fedeli lontani e accomunando allettati in collegamento. Anche questa è devozione. è devozione il ricordo, il coltivarlo, il nutrirlo di attesa e tempo. E ciascuno ha trovato il modo di farlo. Un santo che giovani ed anziani hanno considerato per un giorno il “personaggio” importante del quartiere. Si, san Giuseppe “frittellaro”, come lo chiamano affettuosamente le donne dalle tante primavere. L’antica processione insieme a quella di santa Maria delle Grazie rappresenta l’appuntamento atteso da tante famiglie della zona per chiedere grazie o ringraziare di averne ricevute, per affidare lacrime e sospiri: “San Giuseppe, non ti dimenticare! Facci la grazia, aiutaci, il mutuo, il lavoro, le malattie”. Potessimo sapere dall’uscita del “santo” dalla chiesa al suo ritorno, quanti e quali sono stati i pensieri della gente che hanno incrociato lo sguardo del papà più onorato della storia, forse cambieremmo opinione su molte persone, forse ci convinceremmo ancora di più dell’amore che tanti nutrono per lui, nonostante tutto, nonostante i tempi, difficili per tutti. La “crisi” è il cupo dei giorni, san Giuseppe l’antidoto alle sofferenze, la carezza alle speranze. “Non vi scoraggiate! Io ci sono, sempre”, ci vuole dire. Senza limiti alla sua Provvidenza continua ancora oggi ad intercedere per i bisognosi ed i poveri, gli afflitti ed inconsolabili. Nell’intimo dello spirito il dialogo continua tra il fedele ed il padre putativo di Cristo. Una fede semplice che non s’improvvisa esplodendo nel giorno della “festa”, ma precedendola in preghiere e celebrazioni, come ha dimostrato il triduo guidato da don Mario Carrera, direttore della Pia Unione del Transito di san Giuseppe. L’opera di carità che accoglie poveri e prega per gli agonizzanti. Le tre serate sono state anch’esse gremite di donne e uomini, al ritorno dal lavoro o a casa, perché lo hanno perso, in attesa di una risposta dall’ospedale o da un’azienda. “Dio premia l’ubbidienza di Giuseppe che si fida di Dio perché sa che non lo ingannerà – ha detto don Mario nell’omelia del 18 marzo sera – Giuseppe aveva fatto un proprio programma di vita ed invece Dio stabilisce altre cose per lui, ma non si perde d’animo, accetta la volontà del Signore e va avanti, prosegue fiducioso, accettando di essere il collaboratore del Padre. Ricordiamo che tra Abramo e Giuseppe vi è un parallelo: il primo e l’ultimo dei patriarchi”. Alla processione che ha sfilato da via Bernardino Telesio attraversando la Circonvallazione e poi via della Giuliana per congiungersi con via Andrea Doria c’erano tra gli altri le Figlie di santa Maria della Provvidenza, il ramo femminile della grande famiglia di san Luigi Guanella e poi i «Luigini» con i loro bellissimi mantelli neri ed il cappello, mentre le musiche sono state eseguite dal corpo della Gendarmeria Vaticana. “San Giuseppe ha accettato la parola del Signore di avere un figlio senza generare, una scelta che solo chi cammina in sintonia con Dio può prendere. Ha avuto fiducia in Dio ed in Maria, sua sposa, che ha amato come solo i grandi sanno fare. Una semplicità di vita nella quale si muoveva la sua grandezza”: le parole di mons. Paolo Selvadagi, vescovo ausiliare per il settore Ovest della diocesi di Roma, che ha sottolineato pure quanto san Giuseppe abbia dato al piccolo Gesù . Parole espresse con la solennità che ispira agli uomini di buona volontà il patriarca e che fanno commuovere i presenti al termine della processione giuseppina. Mons. Selvadagi commenta la parola, entusiasmando. Una donna d’improvviso è colta da malore e lui, con delicatezza, chiede tra i fedeli un medico e di recitare insieme un'Ave Maria perché ella si riprenda. Una nota di umanità che irrompe nel rito religioso senza diminuire il “patos” emotivo. Si riprende normalmente con l’invito del prelato a riconoscere “ogni giorno i segni di Dio nelle cose ordinarie perché il Signore ci manifesta sempre la sua bontà”. Circa venti i concelebranti, tra questi il parroco della basilica don Wladimiro Bogoni: “chi punta su san Giuseppe punta sul sicuro, per questo siete accorsi in tanti; sapete che di lui potete fidarvi”, il suo commento sulla calorosa partecipazione, ringraziando tutti. “Senza speranza non si può vivere e Giuseppe è davanti a noi come modello di speranza da seguire, specie quando le difficoltà ci opprimono, i problemi sono tanti, lui c’è!”, la riflessione finale di don Mario Carrera nella messa serale della festa che ha visto altrettanta partecipazione soprattutto di lavoratori. “Dio è grande nella misericordia e ci perdona tutte le nostre debolezze se solo sapremo seguirlo – ha continuato il direttore della Pia Unione –. Come quando prepariamo un dolce siamo attenti agli ingredienti da mettere con cura, così la parola di Dio dev’essere impastata dentro di noi per essere servita agli altri. Guardiamo a san Giuseppe, angelo senza ali, che come ha provveduto a Gesù e a Maria certamente provvede anche a noi ogni giorno, in special modo oggi, in una società che si dice senza padri. Ed ecco elevarsi allora la sua figura a modello da seguire nelle nostre scelte. Ma ci pensate? Ha provveduto ad essere l’educatore di Gesù, è stato il suo custode, insegnandogli a leggere, anche la Bibbia, insieme andavano alla Sinagoga, insieme pregavano e recitavano i salmi. Il silenzio è stato per lui il grembo in cui formare la parola. Non parla mai Giuseppe nella Bibbia, ma è citato sette volte. Guardiamo a lui e se la nostra educazione è fallita, non ci disperiamo. Ascoltiamo il Papa quando ci dice che nelle famiglie dobbiamo riprendere a dire tre parole: “permesso, grazie, scusa”. E se abbiamo sottratto invece di costruire, torniamo alla condivisione dei valori”. Passata la festa, questo santo non passerà mai e si torna alle cose di sempre – come dice don Mario - con “il sorriso di Dio nella nostra vita”.

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