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A Cento anni dell'ordinazione episcopale di mons. Bacciarini

di don Mario Carrera, postulatore della Causa di canonizzazione

Ogni uomo è un mendicante di Dio; anche se diversi sono gli itinerari, unica è la meta: soddisfare una nostalgia profonda di Eterno. Nell’esperienza di fede dei santi sono tracciate le coordinate di Dio e lo studio della loro vita comporta la scoperta delle sue incancellabili orme nelle loro strade. Paolo VI nel giorno della beatificazione di don Luigi Guanella diceva: «Vorremmo carpire il segreto e cogliere il principio interiore di tale santità: vorremo ridurre ad un punto prospettico unitario la vicenda avventurosa, complicata e febbrile della vita prodigiosa del nuovo beato».

Capirne il segreto e cogliere il principio: ecco le linee descrittive nell’edificio della santità. Il primo segreto è che ci può essere una preghiera senza santità, ma non ci sarà mai un santo senza la preghiera. Se vogliamo cogliere il principio della santità in mons. Bacciarini non possiamo sorvolare il capitolo dedicato alla preghiera nella sua vita personale e nel suo magistero di religioso e di vescovo. A cento anni dalla sua ordinazione episcopale avvenuta nella chiesa di san Giuseppe al Trionfale in Roma, il 21 gennaio 1917, lo splendore del suo ministero episcopale si riflette nel suo desiderio di immergersi nella comunione con Dio. Solo in questa dimensione emergono le qualità su cui Dio innesta i suoi sentimenti: queste qualità dell’anima sono l’umiltà, la disponibilità ad accogliere il dono, la pietas adorante.

È Dio che fa Mons. Bacciarini ha imparato nei nove anni alla scuola di don Guanella che «è Dio che fa»: la santità in un uomo non è altro che la trasparenza della luce di Dio nell’involucro opaco del suo corpo, anche quando è entrato nel lungo tunnel della «notte dello spirito». La voce canterina della sua anima ha subito un arresto entrando nella solitudine del deserto. Anche in quei momenti di faticosa ricerca della luce, sulle sue labbra non si è mai spento il mormorio della preghiera. La preghiera è sempre stata la sorgente della sua fede. Nei propositi per la prima messa, la preghiera occupava il posto principale. Durante gli anni del seminario, lo spirito di pietà di Bacciarini fu esemplare anche per i suoi compagni. I suoi compagni di studio della diocesi milanese, anche a distanza di molti anni della permanenza di Bacciarini nel loro seminario, rammentavano la sua vita esemplare e, soprattutto, il suo spirito di preghiera. Bacciarini era convinto che come «un albero scortecciato deperisce e muore, così l’uomo sprovvisto di umiltà si inaridisce spiritualmente fino a perdere ogni vita soprannaturale e persino la fede». Chi è fondato sull’umiltà sa che «la preghiera è la grande insostituibile scuola dell’anima».

La preghiera infatti è vita e non solo un’oasi lungo il sentiero della vita. Consacrato vescovo, nella sua prima lettera alla diocesi, mons. Bacciarini richiama la preghiera e scrive: «La preghiera e la croce sono le chiavi del cielo» e soggiungeva: «Se altro (nel mio ministero di vescovo, ndr) non saprò fare, porterò nel cuore il programma che don Guanella dettava sul letto di morte: “pregare e patire”». Pregare è come respirare La preghiera per Bacciarini non è una relazione «con un mondo clandestino e magico, una fuga nel vago, ma è l’affermazione della presenza di un Altro che sta al di sopra della storia umana, la dirige» e l’orante vive con pienezza la sua situazione di «limitatezza esistenziale», il suo attendere, la sua gratitudine, il suo fidarsi: perché chi prega confessa pubblicamente che «il senso del mondo sta fuori dal mondo». La preghiera è cercare il respiro dell’Altro, è avvertire che la vita è relazione con l’Eterno. A questo proposito Martin Buber faceva questa riflessione: «Se credere in Dio significa parlare di lui in terza persona (cioè in un modo generico e intellettuale, ndr), non credo in Dio. Se credere in lui significa potergli parlare, allora credo in Dio». L’espressione paolina «tutto posso in colui che mi dà forza» era vissuta con trasparenza da mons. Bacciarini. Egli diceva: «La terra non ha tesori che uguaglino la preziosità della preghiera».

Adoratori di Dio perché responsabili della sua presenza Il suo spirito di preghiera indica una fondamentale convinzione di povertà umana; questa povertà può essere considerata dall’uomo moderno come una fuga dalle proprie responsabilità, un rimedio all’impotenza umana, un cercare fuori dal reale la forza per la propria debolezza. Ogni pagina della secolare tradizione della Chiesa, come nell’intimo diario di ogni credente, afferma che la persona è sempre un appello, una richiesta, una domanda di pienezza di vita e di un supplemento di gioia. In una lettera per l’uscita del primo numero del quotidiano della Chiesa ticinese, «Il Giornale del Popolo», il vescovo Aurelio scrive ai suoi preti: «Collocatelo sull’altare della Santa Messa; raccomandatelo alle preghiere delle anime buone. Io nella preghiera ho una fiducia incrollabile. Se preghiamo con fede, anche se le difficoltà si levassero alte da toccare le nubi, esse si squaglierebbero come neve al sole». Lampade accese come fiammelle adoranti Nel 1921 il vescovo Bacciarini indice «la preghiera diocesana perenne» e la definisce «un turno ininterrotto di preghiere, giorno per giorno fra le parrocchie o gli istituti religiosi della diocesi: si offrono preghiere, opere buone e patimenti per le necessità diocesane, per i vivi e per i morti, per la santificazione del vescovo, del clero e dei fedeli, per gli emigranti, i moribondi, le associazioni cattoliche, le autorità civili e il popolo e specialmente per la conversione dei peccatori».

Nel 1926 per condividere la preoccupazione di Pio XI causata dalla diffusione dell’ateismo bolscevico, mons. Bacciarini organizza una crociata di preghiere per la conversione della Russia e affida al monastero delle agostiniane di Santa Caterina in Locarno il compito di pregare per il popolo russo. A tale proposito interessava il nunzio apostolico a Berna affinché si potesse progettare «una lega di sacerdoti... che celebrassero Sante Messe per la Russia - scriveva in quella lettera del 30 marzo 1926 - è fuori dubbio che degli altari di queste messe scenderebbero misericordie sorprendenti». A distanza di tre anni, nel 1929, Bacciarini istituisce l’Opera pro Russia, i cui membri offriranno al Cuore di Gesù preghiere e sacrifici per la cessazione delle calamità morali e il «ritorno di questa nazione nel seno della Chiesa cattolica». Un uomo che prega, quindi, è una persona innamorata che sa far divenire importante tutto ciò che interessa all’amato Signore.

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