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Il Beato Giacomo Alberione

di Mario Sgarbossa

Don Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia paolina (cinque Congregazioni e quattro Istituti), pioniere della nuova evangelizzazione con gli strumenti offerti dalla moderna comunicazione sociale, se non si fosse fatto prete avrebbe scelto con successo la carriera del manager in una grossa industria piemontese. Sono sue parole. Partendo da estrema povertà di mezzi questo piccolo grande uomo è riuscito in pochi anni a fondare un impero editoriale di dimensioni intercontinentali, ma senza dar fiato alle trombe della pubblicità, mantenendosi umilmente dietro lo schermo di una verità alla quale credeva profondamente: è Dio che opera. 
Era nato in provincia di Cuneo, nei pressi di Fossano, da famiglia di contadini, e si era formato al seminario di Alba, la città delle Langhe, famosa in Italia per il buon vino Barbera e per i tartufi, che ora va fiera di annoverare tra i suoi cittadini illustri un piccolo prete, appunto don Alberione, beatificato da Giovanni Paolo II  il 27 aprile 2003. E vent’anni prima Paolo VI lo aveva definito “una meraviglia del nostro secolo”.
Eccesso di ammirazione? Lo stesso interessato  avrebbe corretto la traiettoria dell’iperbolico elogio, indirizzandolo a Dio. Lo aveva sempre fatto, per esempio quando interruppe bruscamente la sequela di elogi che gli rivolgeva il noto banchiere Arcaini, presentandolo al suo staff di bancari, con una chiara precisazione: “Don Alberione è un uomo da trascurarsi; da tenersi in nessuna considerazione, essendo il Signore l’autore e il padrone di tutto. Solo a lui la gloria”.
Alberione era anzitutto uomo di preghiera. La sua giornata, che iniziava alle tre di notte e si chiudeva alle dieci di sera, era un alternarsi di orazione e di azione. La complessa figura di questo moderno fondatore può prestarsi a varie interpretazioni, se osservata solo in superficie. A suo tempo non sono mancati  i critici che hanno apertamente o in privato biasimato don Alberione, perché a loro giudizio aveva fondato un’industria come tant’altre che badano al profitto. Ma ormai tutti sono convinti che il fondatore della Famiglia paolina è stato un vero “missionario” strettamente legato al nostro tempo,  capace di intuizioni e realizzazioni che hanno anticipato le innovazioni del Vaticanto II, in particolare quelle indicate dalla costituzione Gaudium et spes. 
Egli seppe  utilizzare “i mezzi più celeri ed efficaci” (la frase era ricorrente nelle sue conferenze) della comunicazione sociale come strumenti di apostolato. Altri l’avevano fatto prima di lui. Ma a don Alberione  va riconosciuto il merito di aver adottato coraggiosamente il metodo industriale, che richiede un continuo aggiornamento per non perdere il contatto con il progresso umano, anche se la sua attività editoriale al servizio della Chiesa  gli avrebbe attirato le immancabili critiche alle quali vanno incontro i precursori. La rinuncia a un antiquato e inefficace tipo di artigianato nella diffusione del messaggio evangelico si scontrò infatti con difficoltà d’ogni genere, tali da scoraggiare chiunque non fosse tenacemente convinto, come lui, della necessità di adeguare l’evangelizzazione ai nuovi strumenti del progresso. 
 
Un patto con Dio. L’audacia di don Giacomo Alberione, uomo schivo quanto disinvolto, umile ma determinato nel puntare alla realizzazione di grandi progetti, poggiava sulla granitica fede in Dio. Se è opera del Signore, andrà avanti, disse il suo vescovo, mons. Re, e lui, con un manipolo di ragazzi, quasi una fotocopia dell’armata Brancaleone (quella cinematografica) nell’agosto del 1914 ad Alba mosse alla conquista di “nuovi spazi” per il Vangelo. Quei ragazzi, cresciuti di numero, sono poi partiti – muniti solo di coraggio che a molti parve incoscienza – verso i cinque continenti, spesso indesiderati, a impiantarvi le loro tipografie. In tasca avevano soltanto il denaro per il viaggio di andata e un piccolo vocabolario per imparare i primi elementi della lingua. Un esempio tra i tanti. Il vescovo di Tokyo rispedì al mittente il pur coraggioso pioniere, don Marcellino, che ripiegò su altra diocesi. Il primo giorno entrò in un negozio e chiese del pane. Gli porsero una bottiglia di olio di ricino. La versione data dal vocabolario tascabile era inesatta. Qualche anno dopo don Marcellino riuscì a impiantare la prima radio trasmittente cattolica del Giappone
 Il segreto di riuscita?  un patto con Dio, come si legge nella preghiera dettata da don Alberione fin dai primi anni della fondazione. I giovani contraenti erano consapevoli della incommensurabile sproporzione tra le lungimiranti vedute del fondatore e i poveri mezzi a loro disposizione. Tutto ciò non scoraggiava “il primo Maestro” (così lo chiamarono i suoi giovani) che commentava: chiamati a compiere grandi cose, il Signore si è scelto i figli di poveri contadini “ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto – così recita la preghiera, il Segreto di riuscita,  che prosegue: - ma contiamo che da parte tua, Signore, voglia darci spirito buono, grazia, scienza, mezzi di bene” in cambio del nostro impegno a cercare in ogni cosa solo e sempre la tua gloria. 
A questo sparuto  gruppo di ragazzi il fondatore lanciava il grido di battaglia, come un redivivo Napoleone che aveva indicato alle sue truppe lacere e affamate la fertile pianura piemontese: “mirate in alto! Siete ai piedi di una grande montagna, saliteci… il mondo è vostro”.
 
Prolifico fondatore, così venne definito dalle stesse gerarchie ecclesiastiche, a volte con sorridente ironia, don Alberione, quest’uomo minuto e fragile, e così poco appariscente (al quale bene si adattano le parole di san Paolo: “Dio ha scelto uomini disprezzati per confondere quelli che si ritengono forti”), che ha dato vita a cinque Congregazioni religiose e a quattro Istituti, sparsi nei cinque continenti. Tra i sogni da lui realizzati, agli inizi degli Anni sessanta, c’è quello di diffondere milioni di copie della Bibbia, nella nuova traduzione dai testi originali, offrendola alla modica somma di lire mille. Un prezzo che copriva a malapena le spese, benché a stamparla fossero i suoi religiosi, buoni e improvvisati operai nella vigna del Signore. 
Don Alberione non gradiva che estranei alla sua comunità interferissero nei suoi programmi e nello stesso lavoro tipografico. Se lo sentì dire anche l’amico don Zeno Saltini, il dinamico ed estroso fondatore di Nomadelfia, quando gli propose di unire le forze per non continuare a procedere in ordine sparso, come si era sempre fatto, per compiere la missione che la Chiesa affida ai religioni.  
Fin dagli inizi, pur continuando a dirigere la Gazzetta d’Alba, don Alberione si era liberato degli operai esterni, e i suoi giovani dovettero imparare il mestiere di stampatori, di editori e di distributori nel giro di poche settimane. Autonomi in tutto, anche nella redazione. Paolini e paoline dovettero gettarsi a capofitto nell’agone redazionale, a costo  di incorrere in palesi ingenuità. “La firma più autorevole - ripeteva a quegli scrittori in erba - è quella di Gesù”. E presto si videro i frutti di quel patto con Dio: i modesti bollettini parrocchiali divennero giornali degni di questo nome e i libretti scritti dagli inesperti chierici – per lo più brevi profili di santi – lasciarono il posto a volumi di prestigio.
 
Il 27 aprile 2003, quando venne proclamato beato il fondatore della Famiglia paolina, piazza S. Pietro era gremita dei suoi religiosi e religiose. Il Papa Giovanni Paolo II definì con Alberione un autentico profeta dei mezzi di comunicazione a servizio della nuova evangelizzazione. Anche i giornali parlarono di lui come del creatore di un impero editoriale. Altri tempi, quando nel 1931 una giovane suorina, il 25 dicembre dopo la Messa di mezzanotte, consumata la frettolosa refezione a base di polenta, dovette scendere in tipografia a stampare il primo numero di Famiglia cristiana, che le consorelle avrebbero piegato e allestito a mano il mattino seguente: diecimila copie… Oggi il moderno stabilimento di Alba da anni ne stampa settimanalmente un milione e mezzo di copie. Tutto questo è stato possibile grazie alla moderna struttura in cui è articolata la Famiglia paolina (ognuna delle componenti gode di propria autonomia, libertà d’iniziativa e indipendenza economica, pur essendo ordinate a un unico fine, la diffusione del messaggio evangelico, “parlare di tutto, cristianamente”) e grazie alla visione unitaria e aperta nel modo di intendere la nuova evangelizzazione. “Salvare la nostra anima, questo è l’affare unico, necessario - ripeteva don Alberione – e questa è la nostra industria, portare la Bibbia in ogni famiglia”.
In don Alberione c’è stata, fin dai primi anni di sacerdozio, un’evidente sproporzione tra lo scarso vigore fisico e la grande mole di lavoro alla quale si sottoponeva giornalmente. Dunque uomo di azione e uomo di preghiera, perché questa è stata le sua vera identità, una riedizione moderna dell’ora et labora benedettino. Umanamente parlando non sembrava idoneo a sostenere il peso di una grande e composita famiglia, sempre in crescente espansione, che lo impegnava a lunghi viaggi per tamponare falle, dirigere lavori di costruzioni, incoraggiare, guidare, superare ostacoli d’ogni genere. E il suo spirito si manteneva quanto mai vivo e vigile e fedele alle quotidiane ore dedicate alla preghiera. 
Il nome di don Giacomo Alberione figura tra i primissimi iscritti alla Pia Unione del Transito di S. Giuseppe, opera delle sante Messe quotidiane, istituita da don Guanella, come ha confermato don Ezio Cova dopo aver trovato che il fondatore della Società San Paolo risulta iscritto al turno terzo della santa Messa perenne col n.0833, quindi tra i primissimi iscritti nell’anno 1917. 
 
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