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di Gianni Gennari

“Per la nuova evangelizzazione”: grande davvero, il tema del recente Sinodo dei vescovi, il 22° dopo il Concilio. Per la precisione il XIII ordinario, detto “generale”, perché in questi 50 anni ce ne sono stati anche 9 detti “speciali”, con oggetto una sola parte della Chiesa: due volte Europa e Africa, una Asia, Americhe, Medio­riente, Libano e Oceania.  
Sinodo dei vescovi, dunque. Fu personalmente Paolo VI che il 21 settembre 1963, Papa da pochi mesi, manifestò per il futuro l’idea di “associare qualche rappresentante dell’episcopato in un certo modo e per certe questioni… al Capo supremo della Chiesa stessa”, e aggiunse di essere sicuro che “la Curia romana” non avrebbe fatto opposizione. Egli sapeva per esperienza personale che nella Curia allora, e forse sempre come naturale dove ci sono anche le dimensioni umane, che esistono anche nella Chiesa di Cristo, perfetta per quanto dipende da Lui, ma limitata per quanto dipende dagli uomini, poteva anche non esserci molta disponibilità, allora, ad allargare competenze e discussioni oltre i limiti consolidati da secoli. Una parola mantenuta: due anni dopo, il 15 settembre 1965, ancora durante il Concilio, e dicendo che voleva in questo modo “mantenere viva” la sua esperienza felice, lo stesso Paolo VI istituì formalmente il “Sinodo dei vescovi cattolici”. Era per lui, che lo disse esplicitamente, un modo evidente di dare continuità all’idea della “collegialità episcopale”, maturata proprio durante il Concilio, che poi fu trattata esplicitamente in una sessione del Sinodo stesso, nel 1969.
Sono passati 43 anni. In questo contesto si è spesso parlato, in proposito, di collegialità “affettiva ed effettiva” dei vescovi col Successore di Pietro, da vivere sempre, ma soprattutto nei momenti sinodali.
Una discussione attuale è stata, ed è, quella circa la natura del Sinodo stesso: consultivo o decisionale? Finora si è sempre detto che esso è “consultivo”, e cioè che alla fine deve produrre delle proposte che sono come “consigli” al Papa, il quale è libero ovviamente di seguirli o meno, nel documento finale che spesso segue anche di parecchi anni il Sinodo stesso, e soprattutto – come pare sia successo in molte circostanze fino ad oggi – di lasciare che sulle proposte si concentri l’attenzione degli uffici della Curia, senza un riscontro finale effettivo e avvertibile. Questo può aver diffuso come una certa tiepidezza a posteriori sui temi sinodali, senza grandi effetti immediatamente visibili sulla vita della Chiesa come tale, e poi sui documenti conclusivi che magari arrivano, firmati dal Papa, anche dopo anni. La cosa vale soprattutto per le Assemblee generali, che in genere trattano di temi grandi e universali, che come tali abbraccerebbero tutto il campo della vita concreta della Chiesa come tale…  
Questo, a ben guardare anche a cose appena fatte, è il caso di questo Sinodo appena concluso. Di fronte alle evidenti difficoltà in cui anche la vita della Chiesa si è trovata in questi ultimi decenni il Sinodo appena terminato ha allargato lo sguardo proponendo ancora una volta un “balzo in avanti” – l’espressione usata da Giovanni XXIII nella prospettiva del Concilio stesso – e la speranza attuale, e viva, è che allo sguardo sinodale facciano riscontro le realizzazioni all’interno di tutte le Chiese, rappresentate a meraviglia nel Sinodo stesso.
Quanto ai singoli contenuti e ai temi trattati in centinaia di interventi, orali, scritti, preparati, a braccio ecc., tenendo conto del fatto che spesso i vescovi parlavano uno dopo l’altro e senza alcun coordinamento sui temi, al punto che in diversi momenti su punti non di fede e di dottrina definitiva si avevano anche pareri del tutto opposti, e che questo può aver dato a chi seguiva attentamente il tutto l’idea di disorganicità e quasi disordine, il clima di vero affetto reciproco ha dominato tutta la realtà. Il Papa, presente e  attento, silenzioso e come se tenesse soprattutto all’ascolto dei suoi fratelli, invitava tutti alla autentica sincerità di scambio rispettoso di ciascuno e di tutti…
Con la coscienza che queste righe arrivano troppo presto – scrivo il lunedì successivo alla domenica di chiusura del Sinodo – mi pare di poter dire due cose che personalmente giudico importanti.
La prima riguarda la “collegialità affettiva”. Vista la realtà dei fatti e sentite le voci tutte, non si poteva sperare di meglio. A partire dai gesti continui di tutti e dalla parola mite e a tratti persino affettuosa del Papa – mirabile mi è parso il discorso improvvisato per l’ultimo saluto, carico di umanità e di fede autenticamente al servizio della Comunione di tutte le Chiese, il clima di tutti questi giorni sinodali credo sia stato esemplare.
La seconda cosa che mi pare essenziale, e per la quale non posso fare altro che sperare che sia presto diffuso, conosciuto, meditato e partecipato, è il richiamo al testo del Messaggio finale del Sinodo: a leggerlo si sente come il battito del cuore di tutta la Chiesa oggi. è stato scritto da vescovi, ma è felice constatazione che la sete di conversione, il riconoscimento dei propri limiti, l’affidamento totale alla volontà di Gesù Cristo, il desiderio di incontrare tutti gli uomini e tutte le donne, in una parola la spinta della “carità di Cristo” – come dice San Paolo, Apostolo di tutte le genti – si legge ad ogni riga.
«L’opera della nuova evangelizzazione consiste nel riproporre al cuore e alla mente, non poche volte distratti e confusi, degli uomini e delle donne del nostro tempo, anzitutto a noi stessi, la bellezza e la novità perenne dell’incontro con Cristo. (…) Guai però a pensare che la nuova evangelizzazione non ci riguardi in prima persona. In questi giorni più volte tra noi Vescovi si sono levate voci a ricordare che, per poter evangelizzare il mondo, la Chiesa deve anzitutto porsi in ascolto della Parola. L’invito ad evangelizzare si traduce in un appello alla conversione. (…) Sentiamo sinceramente di dover convertire anzitutto noi stessi alla potenza di Cristo, che solo è capace di fare nuove tutte le cose, le nostre povere esistenze anzitutto. Con umiltà dobbiamo riconoscere che le povertà e le debolezze dei discepoli di Gesù, specialmente dei suoi ministri, pesano sulla credibilità della missione. (…) Se questo rinnovamento fosse affidato alle nostre forze, ci sarebbero seri motivi di dubitare, ma la conversione, come l’evangelizzazione, nella Chiesa non ha come primi attori noi poveri uomini, bensì lo Spirito stesso del Signore. Sta qui la nostra forza e la nostra certezza che il male non avrà mai l’ultima parola, né nella Chiesa né nella storia: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”, ha detto Gesù ai suoi discepoli (Gv 14, 27)(…)
L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Mettersi accanto a chi è ferito dalla vita non è solo un esercizio di socialità, ma anzitutto un fatto spirituale. Perché nel volto del povero risplende il volto stesso di Cristo: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). (…) Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno (…) Il gesto della carità, a sua volta, esige di essere accompagnato dall’impegno per la giustizia, con un appello che riguarda tutti, poveri e ricchi. Di qui anche l’inserimento della dottrina sociale della Chiesa nei percorsi della nuova evangelizzazione e la cura della formazione dei cristiani che si impegnano a servire la convivenza umana nella vita sociale e nella politica. (…) La missione della Chiesa non si rivolge soltanto a una estensione geografica, ma va a cogliere le pieghe più nascoste del cuore dei nostri contemporanei, per riportarli all’incontro con Gesù, il vivente che si fa presente nelle nostre comunità».

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