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di Gianni Gennari

Comincia in Vaticano il Sinodo dei Vescovi: è la XIII Assemblea Generale ordinaria. Per la cronaca ci sono state anche 9 Assemblee dette “speciali”, perché dedicate in genere ad una sola parte della Chiesa: 2 per l’Europa (1991 e 1999), 2 per l’Africa (1994 e 2009), una per il Medioriente (2010), una per l’Asia (1998), una per le Americhe (1997), una per il Libano (1995) e una per l’Oceania (1998). In tutto, dunque, ben 22 assemblee sinodali…
Una domanda: chi ne ha memoria attiva, all’interno del Popolo di Dio che è la Chiesa, istituzione storica e mistero umano-divino? Quali sono stati i benefici dei 22 Sinodi percepiti seriamente dal Corpo vivo della Chiesa intera? Forse solo con un atto di fede puro si potrebbe rispondere concretamente e in positivo…E’ un fatto, almeno misurato con le nostre misure umane, limitate e fallibili, ma constatabili per tutti. In ogni caso, tuttavia, quella dei Sinodi per la Chiesa cattolica è una storia lunga. Se si guardasse solo al nome, Sinodo, si tratta di quasi tutti i venti secoli del passato, ma per la forma del Sinodo dei vescovi come è ora, dopo il Concilio Vaticano II, e quindi come si presenta quello che comincia oggi, va ricordato che la prima idea risale a Paolo VI stesso. Nell’estate del 1963, esattamente tre mesi dopo la sua elezione al Pontificato, quindi il 21 settembre, parlando alla Curia romana affermò che se il Concilio allora in corso avesse prospettato l’idea di “associare qualche rappresentante dell’episcopato in un certo modo e per certe questioni…al Capo supremo della Chiesa stessa…non sarà sicuramente la Curia romana a farvi opposizione”.
Chi conosce la storia di quei tempi, e quella personale di Giovanni Battista Montini capisce anche il non detto di questa espressione. Era diventato Papa da 3 mesi, e sapeva bene che “la curia romana” in grande parte non era stata entusiasta della sua elezione. Era quella curia romana che lo aveva sempre considerato come un sorvegliato speciale, e che 10 anni prima lo aveva allontanato da Roma, inviandolo certamente a Milano, la più importante diocesi italiana, ma senza provvedere alla sua elevazione alla porpora cardinalizia. Nel 1958, appena eletto Papa, Giovanni XXIII aveva provveduto subito, come prima nomina, a colmare quel vuoto…
Di più: posso ricordare un episodio significativo. Al momento della elezione di Paolo VI (21 giugno 1963) fu forte lo sconforto in ambienti di Curia, e anche uno stimatissimo uomo di Chiesa, grande cultura e grande spiritualità, mons. Pericle Felici, allora “segretario generale del Concilio” in corso, amatissimo da Giovanni XXIII che lo aveva voluto in quel ruolo fino dalla antipreparazione dell’evento, ebbe a commentare davanti a testimoni: “Per noi – e intendeva gli uomini della Curia romana – è davvero finita!” Questa era la realtà, nelle previsioni umane, che in realtà erano troppo umane, e posso raccontare il seguito, con testimoni ancora viventi: qualche giorno dopo la sua elezione Paolo VI accolse in Udienza proprio gli uomini della Curia romana, e una delle prime cose che fece, quando si trovò davanti la folla dei curiali, fu quella di chiamare personalmente vicino a lui proprio mons. Felici. Questi si avvicinò e il Papa lo abbracciò e davanti a tutti gli chiese di continuare ad aiutarlo nella difficile impresa di portare avanti il Concilio, riconfermandolo sul posto Segretario Generale. Inutile ricordare che il povero Felici pianse davanti a tutti!
Torniamo al Sinodo. Dopo quell’accenno di Paolo VI del settembre 1963 passarono due anni in cui ci fu solo qualche discussione sull’idea del Sinodo, pro e contro, finché il 15 settembre 1965, all’inizio dell’ultima Sessione del Concilio, Paolo VI stesso istituì formalmente il “Sinodo dei vescovi cattolici” con il fine esplicito di “mantenere viva l’esperienza del Concilio” stesso.
Un evento, dunque, il Sinodo, all’interno di un altro evento maggiore, il Concilio. Non fu subito chiaro a tutti cosa si potesse fare, ma ricordo che negli anni seguenti, dal 1967 al 1969, si tennero due prime assemblee, ed ebbi personalmente modo di ascoltare amichevolmente, tra altri, anche l’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, durante lunghe passeggiate nel grande cortile del Pontificio Seminario Romano Minore, dove era professore, nelle quali mi capitò di accompagnarlo: diceva infatti che dopo pranzo aveva bisogno di passeggiare a lungo, ed ero tra coloro che più spesso erano con lui…
Si parlava di tutto, e nell’occasione delle prime due sessioni anche del Sinodo stesso e della sua utilità. Talora nel suo sorridente interrogarsi ed interrogare, era chiaro che egli non pensava fosse così facile questa collaborazione pronta e immediata della Curia romana alle sollecitazioni e agli approfondimenti dei vescovi di tutto il mondo presenti al Sinodo. Questo avvenne soprattutto, e con me lo ricordano anche altri presenti allora a quei colloqui spontanei, in occasione del I Sinodo straordinario del 1969, in cui il tema trattato fu proprio quello delle Conferenze Episcopali e della Collegialità come delineata dal Concilio e allora trattata dai libri e dagli articoli dei teologi, anche di quelli “reduci” dall’esperienza del Concilio – Rahner, Ratzinger, Congar, De Lubac e altri tra tanti – con prospettive che non erano certo quelle della “curia romana” del tempo. E’ un discorso che faccio sorridendo, ma ricordo bene – allora mi preparavo alla tesi al Laterano, dove l’anno dopo avrei iniziato l’insegnamento – che da tante parti della Curia romana del tempo l’idea che un giorno il teologo Ratzinger diventasse Papa non sarebbe stata considerata un buon auspicio: tutt’altro!
Eccoci dunque all’oggi: il tema della Collegialità “affettiva ed effettiva” dei vescovi col Successore di Pietro mi pare del tutto importante e attuale. Torniamo al dato storico: al primo annuncio dell’idea stessa del Sinodo Paolo VI, nella sua sapiente e diretta conoscenza delle cose di Roma e della Curia, aveva dato esplicitamente per evidente che “sicuramente la Curia romana non avrebbe fatto opposizione” all’associazione dell’episcopato, “per certe questioni”, al Papa stesso.
Ebbene: col senno di poi, in questi decenni passati, più di 4, credo sinceramente che si possa avanzare l’opinione, fondata, che il vero problema del Sinodo dei vescovi attuale è questo, quello di far sì che la collaborazione dei vescovi sia anche “effettiva”, e non solo teorica e esposta da subito, per statuto, alla possibile dimenticanza istituzionale prevista e come quasi automatica.
Oggi comincia questo Sinodo sulla “Nuova evangelizzazione”, che in pratica dice tutto il compito della Chiesa come tale, con un tema che è tutto “conciliare” in senso pieno, vastissimo e già in partenza come sovradimensionato. Forse la distinzione tra Sinodo e Concilio, allo stato attuale dell’idea corrente per essi, dovrebbe essere anche nella limitazione di obiettivi del primo, rispetto al secondo. E’ quanto spesso enunciato da cardinali, vescovi, conferenze episcopali e anche teologi, nel corso di questi anni…
In realtà – e qui il discorso per chi scrive diventa del tutto opinabilmente proposto, e sicuramente discutibile – il nodo che tocca tutto è già presente in quella frase della prima proposta sulla bocca di Paolo VI, e cioè nel fatto che dovrebbe essere sicuro che da parte della Curia non si pongano ostacoli ad una concreta collaborazione efficace tra il Papa e l’episcopato convocato in Sinodo. Infatti finora si sono visti Sinodi i quali hanno sempre prodotto una serie, più o meno ampia e approfondita, di “proposte” destinate al Papa, che sono state discusse prima in assemblea, poi votate, approvate e infine pubblicate, ma spesso, anzi da molti punti di vista sempre, o quasi, sono rimaste pagine di documenti anche solenni, ma scritti e depositati agli atti…Nei documenti ufficiali che, anche dopo mesi e talora anni, rendevano ufficiali i Sinodi relativi, spesso è difficile trovare vera traccia di molte delle proposte approvate…
Il fatto è che definendo per principio le proposte sinodali come “consultive” per rispettare il Primato di Pietro, nella realtà la cosa ha voluto dire che nella realtà effettuale – direbbe Machiavelli – tutto è stato messo nelle mani della Curia, in un modo o in un altro, via via negli anni, tutto è stato filtrato da essa e senza alcun controllo reale degli episcopati stessi, tutto è stato trasformato in documenti scritti via via negli uffici curiali e poi firmati dai Papi. Le proposte più forti, che nei fatti avevano resistito al dibattito interno all’assemblea, e pur presenti nell’elenco successivamente pubblicato, in genere nei documenti finali pubblicati con l’autorità del Papa sono state semplicemente tralasciate…Basterebbe confrontare gli elenchi di esse alla fonte, e poi cercarne traccia nei documenti finali pubblicati dopo mesi, e anche anni, nei quali tutto è stato deciso, senza controllo, dagli uffici curiali…Di qui la solennità dei documenti, spesso, e la relativa, se non nulla, efficacia pastorale, e anche dottrinale, delle risoluzioni finali…
Come ovviare a questo inconveniente? Senza alcuna pretesa, e forse con una indebita ingenuità di pensiero, varrebbe la pena di ricordare quando successo in Concilio, sul tema della collegialità e dei rapporti con il Magistero e l’autorità stessa del Papa nella vicenda della famosa “Nota Praevia” voluta da Paolo VI nella Lumen Gentium, il solenne documento sul mistero della Chiesa come tale…
Cosa vorrei dire? Semplicemente questo, e cioè che le proposte e le decisioni del Sinodo dovrebbero essere “consultive”, e quindi non obbliganti, ma solo nei confronti dell’autorità del vescovo di Roma e Successore di Pietro. Senza un “no” papale, dunque – come quello espresso nell’esempio della “Nota praevia” di Paolo VI alla Lumen Gentium, esse dovrebbero essere obbliganti per tutti, nei termini da fissare con disposizioni nuove dopo ogni Sinodo. Una proposta del Sinodo, discussa ed approvata in assemblea, salvo esplicito rifiuto del Papa in persona, dovrebbe diventare al più presto norma per la Chiesa. Questo in pratica, salvando e rispettando in pieno l’autorità del Papa, eviterebbe quanto successo ormai in molte circostanze, in pratica cioè che gli ambienti curiali più diversi, anche in collegamento tra loro, e anche con dissensi interni ad essi stessi, facessero da filtro anche nei confronti del Papa, e lasciassero cadere nel nulla le proposte magari più audaci, ma anche forse più utili all’autentica “riforma” sempre necessaria, nella luce della Rivelazione, ovviamente, ma anche del rinnovamento conciliare e dei segni dei tempi via via offerti dalla trasformazione della realtà del mondo e della stessa Chiesa…
Un Sinodo che dunque, e davvero, con il Papa e sotto la suprema autorità del Papa delibera e realizza quanto deciso, rispettando i tempi necessari, le precauzioni dovute, i compiti rispettivi della Curia, dell’Episcopato e dello stesso Successore di Pietro e vescovo di Roma…
E’ infatti chiaro che spesso, e per quanto riguarda certi aspetti verrebbe da dire quasi sempre, il filtro della Curia, o anche una certa inerzia ecclesiale di vescovi e anche di teologi ha fatto sì che anche di fronte alle necessità più forti sia mancata una vera assunzione di responsabilità…
Su questo punto vorrei richiamare un fatto preciso, che mostra come talora se davvero il Papa fosse preso sul serio e ascoltato qualcosa di importante potrebbe muoversi, i “balzi in avanti” – ricordo la felice espressione giovannea all’alba del Concilio, 50 anni orsono – della comprensione della Parola di Dio agli uomini del nostro tempo potrebbero essere più forti e più virtuosi per tutti, anche come segno di speranza per tanti fratelli che guardano alla Chiesa cattolica come possibile luogo di cammino in avanti per tutti i figli di Dio, ovunque sparsi…
In vista della conclusione, tuttavia, un altro pensiero…Alle soglie del terzo millennio Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Ut Unum Sint” del 1995 chiese con toni forti ai vescovi e ai teologi di tutto il mondo un aiuto per ripensare ai “modi” dell’esercizio del Primato di Pietro, voluto certamente da Cristo Signore. Ecco le sue parole, dai nn. 95 e 96 di quel testo: “Quando la Chiesa cattolica afferma che la funzione del Vescovo di Roma risponde alla volontà di Cristo, essa non separa questa funzione dalla missione affidata all'insieme dei Vescovi, anch'essi "vicari e delegati di Cristo". Il Vescovo di Roma appartiene al loro "collegio" ed essi sono i suoi fratelli nel ministero…Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo…è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero...Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri…Compito immane, che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo. La comunione reale, sebbene imperfetta, che esiste tra tutti noi, non potrebbe indurre i responsabili ecclesiali e i loro teologi ad instaurare con me e su questo argomento un dialogo fraterno, paziente, nel quale potremmo ascoltarci al di là di sterili polemiche, avendo a mente soltanto la volontà di Cristo per la sua Chiesa, lasciandoci trafiggere dal suo grido "siano anch'essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21)?”
La domanda che mi pongo, e che a questo punto potrà porsi chiunque rifletta sulla realtà attuale, anche in vista di questo Sinodo, è la seguente: chi, vescovo, teologo, singolo o comunità ecclesiale locale, ha preso sul serio questa richiesta di aiuto da parte di Pietro, vivo nel suo Successore? E la risposta che sola posso darmi, allo stato forse insufficiente delle mie conoscenze è questa: non pervenuto!
Forse, nel momento in cui inizia questo Sinodo, che ha come tema quella che da sempre e sempre è l’intera missione della Chiesa, vale la pena di pensarci su, con fiducia e speranza indomita, quella che animava Giovanni XXIII quando convocò e aprì il Concilio, quella che ci fa dire sempre e comunque, quale che sia la realtà visibile della nostra umana fragilità ecclesiale: “Tantum aurora est!” (siamo soltanto all’alba!).

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