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Pieter Van De Meer

di Gabriele Cantaluppi

La storia della sua conversione è stata narrata in un volume da lui stesso tradotto in francese “Journal d’un converti” (Parigi 1921), che va dal 1907 al 1911, quando il 24 febbraio, nella chiesa di San Medardo a Parigi riceve insieme con suo figlio il battesimo, prendendo egli il nome di Pieter Mathias e il ragazzo quello di Pieter Léon. Padrini sono due convertiti, Léon Bloy e Jacques Maritain.

In seguito prende ancora la penna per dire, attraverso il racconto della sua vita, una parola di fede ardente e vissuta: è il libro “Dio e gli uomini”, uscito dopo le esperienze della guerra del 1914. In realtà è la continuazione del Journal e sarà seguito da “Le Paradis blanc”. Si forma così una trilogia che forma un’autobiografia, segnata dal racconto degli interventi della Grazia e delle vicende della sua vita. “Quanto deve essere profonda la gioia di colui che, all’improvviso, dopo aver camminato a lungo e cercato la pace inutilmente, capisce che lui pure è figlio di un Padre che lo conosce e che lo ama, e non un atomo sperduto nell’immensità dello spazio!”: sono parole che tratteggiamo il suo passaggio da una giovinezza scettica, ma sempre segnata dalla ricerca di valori fondamentali, alla fede cattolica.

Certamente il suo ingresso nella Chiesa cattolica non fu indolore per lui, socialista anarchico che, per capire le masse operaie, si era fatto addirittura scaricatore di porto: gli pervennero lettere anche da amici del mondo socialista e di quello protestante che gli rimproveravano “non potrai mai sopportare a lungo la morsa dei dogmi”. Gli rinfacciavano di aver venduto la sua libertà di artista: “L’arte è sinonimo di libertà. Ed ora tu non potrai mai fare, né dire, né pensare più nulla”. Lo accusano di contraddizione: “Ti eri buttato a combattere con tanta violenza le meschine costrizioni del convenzionalismo borghese… per intrupparti adesso con quelli che non hanno facoltà di pensare”.

Egli soffriva vedendo che nessuno dei suoi vecchi amici comprendeva la sua scelta che, affermava, “gli aveva rovesciata tutta quanta la vita come un guanto”; aveva provato a dire a uno di loro che li amava ancor più di prima, ma in un altro modo, ricevendone la risposta: “Non voglio sapere di queste scimmiottaggini dell’amore”.

Era nato nel 1880 a Utrecht, da famiglia protestante, ma trascorse la puerizia e l’adolescenza a Maastricht e ad Amsterdam, dove frequentò all’università i corsi di filosofia classica. Non che fosse particolarmente interessato a quelle materie, ma riuscì bene negli studi grazie alla sua intelligenza pronta e facile ad apprendere.

Dopo aver letto il Capitale di Marx si buttò nel movimento socialista, allora iniziato. Questo valse a metterlo in contatto con la miseria del mondo operaio e con le sofferenze della gente umile che viveva negli slums delle città che visitava.

Da sua mamma, definita da lui donna “di un’ardente giovinezza di cuore” aveva imparato ad ascoltare “la voce della sua anima”, formandosi ad un tenace amore alla sincerità. Per questo non sapeva accettare senza discernimento critico le direttive date dai capeggiatori della lotta di classe, i cui estremismi a volte disumani e brutali lo obbligavano a riflettere.

Entrò in crisi obbligandosi a rivedere tutto l’orientamento della sua vita. Dopo la lettura delle opere di Léon Bloy, nel primo incontro personale con lui nel 1909, dove fu colpito dalla sua umiltà e dall’amore grande, si sentì dire, senza tanti preamboli, “Amico mio, voi siete nell’errore perché non siete nella Chiesa”. Due anni durarono gli incontri fra i due e le lotte che Pieter sostenne con se stesso, finché si arrese alla Grazia. Potrà allora scrivere: “Basta inginocchiarsi e aprire in preghiera la propria anima a Dio perché tutto venga inondato da una chiarezza luminosa”.

Nel suo cammino verso Dio ebbe un ruolo fondamentale il fascino da lui esercitato dalla liturgia, che aveva già cominciato a pregustare alla Trappa di Westmalle, in Belgio: vi scopriva poco alla volta il mistero di Dio. Scrive: “Mi par di camminare nella realtà come un fanciullo estasiato, perché trovo che le cose sono tanto più belle di quanto mi avessero detto”. E fu proprio in questa abbazia che incominciò a sentirsi attratto dalla vita monastica.

Era stato l’uomo dell’impegno sociale, ora mantiene il posto assegnatogli dalla Provvidenza, ma con animo nuovo: “Oggi non è più possibile il gesto proditorio di Pilato, di lavarsene le mani. è necessario prendere la vita con impegno. A chiunque giunge l’appello divino, bisogna rispondere: eccomi”. La vita è da lui vista con un nuovo orizzonte, perché “è vissuta, sì. Nell’angusto spazio di questa terra, ma davanti ad essa si slargano le ampiezze che non sono terrestri”.

Nell’anno stesso della conversione si stabilì a Bures, vicino a Parigi, con la moglie Cristina e il figlio Pieterke, a cui si aggiunse nel 1912 Anna Maria e, dopo lo scoppio della guerra si spostò a Parigi, dove nacque Gianfrancesco, che però morì ancor fanciullo.

Tornato in Olanda nel 1919, ebbe la gioia di vedere il figlio Pieterke scegliere la vita benedettina. La liturgia continuava ad avere su di lui un grande fascino, ma coltivava la sua spiritualità anche leggendo con assiduità le opere di maestri spirituali, senza per altro nulla sottrarre alla scrupolosa fedeltà con cui assolveva ai numerosi incarichi per mantenere la sua famiglia.

Nel 1931 anche la figlia Anna Maria entrò nel monastero benedettino olandese di Oosterhout e in tal modo si ritrovò solo con la moglie, soprattutto dopo che anche il figlio benedettino morì di bronchite ad appena trent’anni. Nel suo grande dolore, si chiedeva: “Che cosa dobbiamo fare? Dio ci domanda forse ancora qualche cosa?”.

Lui e la moglie credettero di aver trovato la risposta nel scegliere la vita di ritiro nel monastero: la moglie a Solesmes ed egli a Saint Paul. Ma la scelta si rivelò frettolosa: alla vigilia della professione furono invitati dai rispettivi Superiori a riprendere il loro posto l’uno accanto all’altra.

Riprese il suo lavoro di scrittore e poi ritornò in Olanda, dove si spese coraggiosamente in favore del movimento cattolico, fondando anche un periodico, valendosi della collaborazione delle migliori intelligenze del paese, anche protestanti. Visse anche la furia della seconda guerra mondiale fedele al suo principio: ”I più terribili uragani sono incapaci di turbare la pace delle grandi profondità”. Egli aveva imparato a vedere in ogni cosa la mano misericordiosa di Dio “che dirige gli eventi anche più tragici della storia del mondo, come quelli più umili e comuni delle storie delle anime”. Pur militando sempre in prima linea nel cattolicesimo, senza cedere a pericolosi irenismi, ebbe sempre grande bontà, comprensione e tratto delicato e fraterno anche verso le altre confessioni cristiane, presso le quali gode di grande stima.

Si spense a novant’anni a Breda il 16 dicembre 1970, col grande desiderio degli ultimi anni di rifondare una vita monastica in stile moderno.

 

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