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di Ottavio De Bertolis s.j.

Siamo arrivati così alla trattazione del sesto comandamento, di fronte al quale tutti, fin dall'adolescenza, ci sentiamo un po' impauriti. Ed è un peccato essere impauriti, perché questo comandamento, come del resto tutti gli altri, non vuole essere uno spauracchio o imporre dei pesi che non possiamo portare, ma piuttosto aprire la nostra mente ed il nostro cuore ad una dimensione importante della nostra vita, qui l'affettività e la sessualità, pulsioni interiori profondissime in ciascuno di noi. Il senso quindi del comandamento non è: “stai attento a quel che fai, perché qui c'è sempre e solo peccato mortale”, ma piuttosto “impara a vivere da vero uomo”, cioè non da angelo asessuato, quale non siamo, ma nemmeno da bestia, quali non siamo, ma potremmo diventare.
Dobbiamo quindi riflettere sul mondo interiore dei nostri affetti, e sul significato della nostra sessualità, sul modo di viverla, su come cioè dobbiamo – ed è un cammino per ognuno di noi, sposato o non sposato, giovane o vecchio – imparare ad abitarla: in altri termini, imparare a vivere non da castrati, poiché il comandamento non vuole reprimere la nostra affettività ma piuttosto liberarla da molti possibili condizionamenti, ma nemmeno da soggiogati e schiavi di essa, poiché questa, proprio per essere una pulsione così intima in ognuno, può essere vissuta in modo non libero, ma immaturo o alienante.
è chiaro d'altra parte che questo insieme di pulsioni e desideri è estremamente forte e vitale: noi non siamo dei blocchi di pietra, che si possono squadrare e scolpire una volta per tutte, ma piuttosto come della cera, che continuamente deve essere plasmata e riplasmata.
La Chiesa è stata accusata di essere ossessiva sul sesso, e in effetti dobbiamo ricordare che perlomeno alcuni moralisti fino a tempi non molto lontani insegnavano che in questa materia non ci poteva essere “parvità di materia”, cioè che ogni mancanza doveva essere ritenuta inevitabilmente come peccato mortale, e più di qualche persona ha avuto esperienza di confessioni sgradevoli ad opera di confessori poco illuminati e prudenti.
Al contrario, oggi la mentalità dominante, forse come reazione, è assolutamente opposta: niente è peccato in questo campo, almeno, come si suol dire, tra adulti consenzienti. In fondo, la cultura corrente, o piuttosto la diffusa subcultura, ritiene che il sesso sia più o meno come un modo per giocare, e per giunta particolarmente piacevole.
è invece interessante osservare che la psicologia, ma si potrebbe dire anche il senso comune delle cose, ci insegna che non è affatto così: la sessualità non è solo genitalità e non riguarda solo il funzionamento di alcuni organi, ma coinvolge tutto l'uomo e la donna, non solo il corpo, ma anche la psiche, l'interiorità. Il comandamento ci aiuta quindi a riflettere con sapienza proprio per insegnarci a vivere bene questa parte così importante e delicata della nostra vita, ben sapendo che, proprio per la sua delicatezza, ognuno ha una suo percorso di crescita in questo senso e che probabilmente non ci si potrà mai sentire “arrivati”.
Una buona introduzione a questo comandamento è l'affermazione, da me ascoltata in una conferenza anni fa, di uno psicologo: “Noi abbiamo diviso ciò che invece va mantenuto unito: l'amore dal sesso e dalla fecondità”. Mi è sembrato allora, e mi sembra tuttora, il migliore commento mai sentito sulla morale cattolica, ed è interessante che detto psicologo era un olandese: intendo dire che veniva da una cultura certamente secolarizzata e molto tollerante a proposito di costumi. Inoltre, non diceva: “abbiamo diviso ciò che è stato creato unito”, oppure: “che Dio ha unito”, ma solo “ciò che va mantenuto unito”. E proseguiva: “e per questo siamo diventati un po' tutti schizofrenici”.
La schizofrenia è una dissociazione mentale, come dice la stessa etimologia della parola, che viene dal greco “schizo”, che significa “dividere”, e “frèn”, che è più o meno il cuore dell'uomo. Credo quindi che possiamo iniziare a riflettere sul comandamento focalizzando questo suo significato fondamentale, cioè quello di unificarci interiormente anche nel campo dei nostri affetti, per non dividerci o essere spezzettati in molti possibili amori o disamori. Se viviamo un vero amore per una persona, questo ci unifica, ci pacifica, ci riempie: proprio questo è il senso del comandamento. Purtroppo i nostri disamori, o le nostre illusioni, possono dividerci e frantumarci interiormente, farci correre dietro alle nostre passioni: il sesso può diventare fuga o alienazione, e anziché un ingrediente della nostra gioia essere fonte di continua insoddisfazione, perché, se vissuto malamente, non mantiene quel che promette.

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