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di Gianni Gennari

7*/ Pensare la fede

Riprendiamo il discorso. Dopo aver cercato il senso specifico del “credere” espresso nella vera e propria “fede”, abbiamo cominciato a parlare di quella realtà che chiamiamo “Dio”, il Dio della Rivelazione ebraico cristiana che non è quello dei “miti”, inventati dalla fantasia umana come spiegazione di fenomeni naturali incomprensibili, e neppure quello dei “riti”, concepiti dal bisogno umano di protezione e forza di fronte alle necessità della vita personale e comunitaria. La fede ebraico cristiana non “spiega” la natura, il che è compito dell’intelligenza umana attraverso la conoscenza e la scienza, e neppure la “piega” ai bisogni dell’uomo, il che è compito della tecnica, che si serve della conoscenza della natura per tentare di dominarla e provvedere alle necessità concrete di uomini e popoli.

 

Il “dio” delle religioni inventate dagli uomini nel corso dei secoli, prodotto del bisogno umano di sapere e potere è inversamente proporzionale alla misura della conoscenza e della forza degli uomini, e perciò serve a spiegare quello che loro non conoscono e a piegare quello che loro non dominano. Più piccolo e impotente è l’uomo, più grande è il “dio” che lo illumina e lo protegge. Nessun disprezzo, in questa constatazione, per lo spirito “religioso” dei popoli antichi e di quelli primitivi e fino ad oggi arretrati. Solo una constatazione: il “dio” delle religioni dette “naturali” cresce ove la scienza manca, e diminuisce dove essa cresce, è invocato e riceve offerte rituali ove la tecnica è impotente e viene trascurato ove essa è strumento di dominio delle forze della natura o di crescita della cultura dei popoli…Fu scritto con forza provocatoria che “in religione la scienza fa il deserto”, e per le religioni dette naturali la cosa è effettivamente constatabile. Ma – e qui il discorso diventa il nostro – questa non è la fede ebraico cristiana. Essa, come rivelata nella Scrittura, Primo e Nuovo Testamento, e come vissuta nella fede cristiana e cattolica autentica, non serve a niente di strumentale alla conoscenza ed al dominio della natura, non libera dagli errori di conoscenza e dall’esperienza del fallimento umano di fronte alle emergenze della vita, fino alla morte… Non serve a niente di mondano, la fede ebraico cristiana, ma dà significato ultimo a tutto il mondano, e apre l’orizzonte a un universo ultramondano...

Il Dio rivelato, unico e nuovo
Ecco il nuovo cui siamo giunti: il Dio che si rivela ad Abramo, e poi a Mosè, è un Dio che non si vede, ma si ascolta, e la sua alleanza con il popolo di Mosè è presentata nelle “Dieci Parole”. Abbiamo concluso la “puntata” scorsa – il termine fa un po’ ridere, ma serve – riflettendo sulla prima di quelle dieci parole: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio contrapposto a me!”. è l’affermazione originale, allora probabilmente unica nella storia dell’umanità, del monoteismo assoluto. Il Dio che si rivela ad Abramo e alla sua discendenza è unico, è un Dio che non si vede, ma si ascolta, è un Dio che è presente, che “c’è” sempre, e del Quale ci si può totalmente fidare, solido come roccia e fondamento (ecco il termine di fede, o di credere, come “basàh”) e al Quale ci si può affidare, con slancio di fiducia (ecco il termine di fede come “amàn”).

“Non ti farai immagini”
Dunque l’affermazione dell’unicità assoluta di Dio. E’ la prima delle dieci “parole”. E poi? Poi ovviamente la seconda, che tuttavia non è, come suonano i nostri comandamenti nel Catechismo, “non nominare il nome di Dio invano”, ma “non ti farai immagine di Dio…”
Così in ambedue i testi biblici originali (Es 20,4 e Dt 5,8). è noto che nel corso dei primi secoli ci furono vivacissimi contrasti per secoli sulla questione delle “immagini”, la famosa disputa sulla “iconoclastia”, cioè sulla distruzione delle immagini, e proprio per questo, per impedire la perpetuazione dei contrasti, e delle vere e proprie lotte fratricide, si è deciso di non menzionare il divieto delle immagini, che malinteso avrebbe non solo animato ancora discordie, ma di fatto negato ogni arte sacra per secoli. Ecco allora che – dal punto di vista effettivo – le dieci parole sarebbero rimaste nove, e quindi nel testo corrente, usato nei Catechismi, si è opportunamente provveduto a ripristinare il numero dieci sdoppiando l’ultimo comando, che in un solo imperativo proibiva di “desiderare” sia la donna che la proprietà del prossimo. “Non desiderare la donna d’altri”, e “non desiderare la roba d’altri”, quindi, e così le dieci parole tornano dieci…
In realtà, però, quel secondo comando, che proibisce le immagini, va tenuto fermo, nel suo significato autentico, e diventa centrale per capire il senso di tutti i dieci comandi stessi.
Cosa significa, dunque, questa proibizione delle “immagini” di Dio?

Un Dio “spirituale”? Sì, ma qui non è questo il senso
Una prima risposta, istintiva, potrebbe essere quella che ricorda che Dio è “spirituale”, mentre ogni immagine è necessariamente materiale. Che dire? E’ vero che “Dio è Spirito” – parola esplicita di Gesù alla Samaritana (Gv. 4, 24), ma per quanto riguarda il comando della proibizione delle immagini nel Primo o Antico Testamento in genere pare vero il contrario: più volte si evoca come una presenza materiale di Dio: si sentono i passi suoi che si avvicinano, nell’Eden, Lui corre sulle cime degli alberi, si riesce a vedere il dorso dell’Altissimo che fugge via ecc…

Un Dio “trascendente” e celeste?
Si potrebbe allora pensare che la proibizione delle immagini, in questo secondo comando, dice che Dio è trascendente, lontano dalla realtà mondana ove vive l’uomo, inabissato nell’alto dei Cieli inimmaginabili alla fantasia degli artisti e anche alla speculazione sapiente dei filosofi? Sì, ma la sorpresa viene dal fatto che continuamente il richiamo a non farsi immagini è nel contesto decisamente opposto, e cioè si accompagna all’affermazione che Dio è vicino, è presente, è con il Suo popolo, conferma la sua fedeltà al patto, parla e vuole essere ascoltato.

Un Dio che non è un idolo, e non chiede sacrifici umani
E allora? Allora non ci siamo ancora. Allora occorre ricordare che le religioni primitive, tutte, avevano “immagini” delle divinità, che il linguaggio biblico chiama “idoli” – qualcosa ne abbiamo già detto – e che si vedevano, ma non parlavano: gli idoli sono muti, li vedi e parli loro, chiedendo ad essi di risolvere i problemi dell’esistenza, offrendo ad essi i sacrifici, persino i sacrifici umani che nelle culture primitive erano consueti. L’esempio drammatico di Genesi 22, la storia del sacrificio preparato di Isacco, da parte di Abramo, è la conferma dell’universale idolatria antica: la primizia del frutto della vita umana, il primogenito, è offerta all’idolo che perciò ricompenserà con la sua protezione. Una usanza universale, o quasi, in tutte le religioni primitive – basterà ricordare Ifigenia, figlia di Agamennone – e anche presso la tribù di Abramo…In quel capitolo, che mal compreso ci scandalizza, perché pare affermare che Dio chiede ad Abramo il sacrificio di Isacco, viene invece segnato il rifiuto divino – del Dio nuovo, del Dio vero, del Dio che si rivela ad Abramo, e poi a Mosè, e poi, e poi – dei sacrifici umani. Anzi: quello stesso Dio poi, nella rivelazione definitiva, offrirà Esso stesso il Suo Figlio in sacrificio sul monte per la salvezza del suo Popolo, l’umanità intera chiamata a salvezza. Cito a memoria un testo di S. Agostino che suona pressappoco così: quello che Dio non ha chiesto ad Abramo lo ha fatto Egli stesso, offrendo il Figlio suo sul legno e sul monte per la salvezza dell’umanità intera…

Un Dio la cui immagine è l’uomo vivente
Di nuovo: e allora? Allora il segreto della risposta sta proprio nel termine “immagine” che risuona in questo secondo comando. Alla terminologia della fede biblica il termine immagine, in greco “eikòn” (icona) è famigliarissimo fino dal racconto della creazione. Quel “naasèh et Haadàm beçalmenu kidmutenu” (Gen. 1, 26: “Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliantissima”) è immediatamente evocato. L’immagine vera del Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè c’è, vivissima, nella vita del Popolo eletto, al centro di tutta la rivelazione biblica, ed è l’uomo, la creatura umana, creata maschio e femmina dalla fantasia creatrice del Creatore. Dio non vuole immagini di Sé per due ragioni essenziali, dunque. La prima è che ogni immagine è muta, e Lui vuole parlare, e la seconda è che nel mondo, per sua volontà creatrice, c’è già la sua immagine viva, nella quale Egli – e sarà tutto il cammino che ci aspetta – vuole essere conosciuto e riconosciuto: l’uomo, maschio e femmina nella storia, e poi – e qui è la nuova luce e la novità reale del Nuovo Testamento – ci si presenta “l’Uomo” (“Ecco l’Uomo!”) Gesù, Figlio di Dio, che ha voluto essere identificato con ogni “piccolo” nella luce del Giudizio finale (Mt. 25), che decide salvezza o perdizione…
Questa è la verità primaria del “secondo comando”, purtroppo trascurato nella nostra tradizione catechistica, ma centrale. Il resto infatti, dal terzo al decimo comando, seguirà come vita concreta in ogni suo aspetto, e segnerà la novità assoluta della Rivelazione, quella che nel Credo accogliamo, e che nella vita concreta dovremmo testimoniare…
Alla prossima.

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