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 LA ZIZZANIA E IL BUON GRANO

di Madre Anna Maria Cánopi osb

 

Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo… Il campo è il mondo, l’umanità, in cui Dio ha seminato il buon grano: ha, infatti, mandato il suo Figlio che, come seme sepolto nella terra, è morto, portando frutti di salvezza per tutti. Semi buoni sono i sacramenti che ci dànno la grazia per vivere da figli di Dio, secondo il Vangelo. Tuttavia non sempre questo avviene. Nel campo della Chiesa e della società vi sono alcuni che operano il bene, mentre altri non si impegnano, anzi commettono il male, tanto male. Al vedere spuntare la zizzania in mezzo al buon grano, i servi della parabola si stupirono molto e subito corsero dal padrone del campo proponendogli di sradicarla. E anche noi, oggi, pensiamo proprio così: «Via i malvagi, così potremo vivere tranquilli…».

Ma come risponde Gesù a questo nostro modo di pensare? Egli dice: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (v. 30). Nella reazione istintiva dei servi – che è la nostra – si rispecchia un concetto di giustizia puramente umana, che non è mai veramente giusta secondo il disegno di Dio, perché somma giustizia per Dio è la misericordia che rende giusti con l’amore e il perdono. Gesù ci insegna che non si deve distruggere il buono per l’eccesso di zelo non buono! Non bisogna lasciarci prendere dalla tentazione di fare distinzioni nell’intento di formare una società “perfetta”, ambienti, comunità, istituzioni “perfette”, eliminando gli elementi che non corrispondono a determinate prerogative. Il Signore non agisce così. Nel suo campo – e siamo noi il suo campo – quanta varietà! Egli ci sopporta tutti! Non è secondo Dio, e non è neppure possibile togliere di mezzo subito e totalmente tutti i peccatori, anche perché tutti siamo peccatori, anche noi. Sant’Agostino si rivolgeva così ai suoi fedeli: «Oggi mi rivolgo alla zizzania; ma sono zizzania le stesse pecore! O cattivi cristiani, o voi che, riempiendo la Chiesa, l’opprimete vivendo male! Correggetevi prima che venga la mietitura! » (Sermone 73). Bisogna realisticamente prendere atto che la nostra umanità è malata; a tutti i livelli, c’è questa mescolanza di bene e di male. Per porvi rimedio, non giovano le soluzioni drastiche: «Via questi, via quelli, e saremo tutti in buona armonia!». No! Non si fa comunione eliminando, ma usando pazienza. Nel vivere insieme, le differenze e i difetti, che tutti abbiamo, diventano un banco di prova per esercitarci nelle virtù. Ci viene offerta la buona occasione per vivere il Vangelo amando anche quelli che non ci amano, facendo del bene a quelli che ci fanno del male, sopportando le persone moleste, accettando di buon animo tutte quelle piccole contrarietà che sono pane quotidiano nella nostra esistenza. 

Questo è molto importante per la vita in famiglia, in comunità, in ogni ambiente. Eliminare quello che ci disturba non ci farà mai arrivare alla condizione ideale. La pazienza, invece, ci porta alla mèta desiderata, perché la pazienza ci apre alla misericordia e ci introduce nel cuore di Dio. Di fronte al peccato dell’umanità, alle sue ripetute cadute e ribellioni, Dio Padre non ha detto a suo Figlio: «Questa umanità non mi riconosce, non mi obbedisce, vedi come è corrotta! Sono pentito d’averla creata! Orsù, va’ e distruggila! », ha detto invece: «Va’ e sacrifica te stesso per la sua salvezza». Questa è la legge dell’amore. La zizzania c’è sempre e dovunque. Nessuno, perciò, può dire: «Quello è zizzania, io sono buon grano». Se guardiamo onestamente dentro di noi, ci accorgiamo che siamo un po’ zizzania e un po’ buon grano; ed è lì che dobbiamo fare il discernimento. La zizzania è nel campo del nostro cuore, è nei nostri pensieri distorti, nei nostri sentimenti non buoni, nei nostri desideri egoistici e nelle nostre stesse azioni, che nascono quasi sempre un po’ da una buona disposizione d’animo e un po’ da altre intenzioni meno pure. La zizzania non va cercata ed estirpata nel campo che sta davanti ai nostri occhi, ma nel campo che abbiamo dentro. Lì deve essere sradicata con decisione, ma senza durezza. Mai usare durezza né verso se stessi, né verso gli altri, invece sempre usare la pazienza. Questo non significa chiudere gli occhi sul male, ma avere a cuore il bene della persona, che è creatura di Dio, amata a tal punto per salvarla venne Lui stesso nella Persona del Figlio a cercarla e a prendersela sulle sue spalle – ecco la Croce – come una pecorella smarrita tra rovi e spine. Pensando a questo, noi non dovremmo mai ritenerci autorizzati a dire: «Adesso basta! Ho avuto pazienza, ho cercato di fare tutto quello che potevo, adesso basta!». Il Signore non dice mai “basta”; al contrario, ci cura e ci trasforma da zizzania in grano. Per la misericordia infinita di Dio, il peccato diventa motivo di un bene più grande, ci permette di fare un’esperienza più profonda della sua bontà, del suo amore. Fino a tal punto ci ama il Signore! Questo non vuol dire che, allora, possiamo peccare liberamente, perché… tanto il Signore ci perdona. L’amore non si comporta così, ma cerca sempre di essere gradito a Colui che ama. Il perdono che Dio ci dona diventa, anzi, incentivo ad un impegno più intenso nella santificazione. Commentando questa parabola, san Gregorio Palamas diceva: «Col tempo, molti peccatori, nel vivere insieme con uomini pii e giusti, giungono al punto di pentirsi e di convertirsi; si mettono alla scuola della pietà e della virtù, e smettono di essere zizzania per diventare grano». Ecco perché non bisogna strappare la zizzania! Bisogna, al contrario, fare in modo che si trasformi in grano. Pensiamo agli innesti. Il Signore innesta continuamente nella nostra anima il bene. E la grazia fiorisce ancora di più se la accogliamo non in modo individualistico, ma insieme, cercando tutti insieme di convertirci, di sopportarci a vicenda, di sacrificarci gli uni per gli altri, formando una vera comunione di amore, un campo biondeggiante di grano maturo, pronto a diventare pane fragrante per molti.

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