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La visitazione: secondo mistero gaudioso

di Ottavio De Bertolis

La scena che contempliamo oggi non è solamente un esempio da imitare: prima di tutto, è un evento che accade, e che segna la vita e in qualche modo la vocazione stessa di Maria. In fondo, la visitazione è solo la prima di tante visite che Maria compie agli uomini: lei entra nelle nostre vite, ci porta il suo figlio, si prende carico di noi, della nostra lontananza, e viene a visitarci. Ogni volta che la acclamiamo con le stesse parole di Elisabetta: “Benedetta sei tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno”, continua ad accadere, ma questa volta proprio per noi, quella prima e originaria “visitazione”, che abbiamo contemplato nel mistero.

San Paolo ci insegna che “nessuno può dire che Gesù è il Signore se non nello Spirito Santo”, e al centro della salutazione angelica c’è appunto il nome del Figlio, del Benedetto per eccellenza, la cui benedizione è il motivo della benedizione stessa della madre sua e su di lei ricade. Maria è la “benedettissima”: come sapete, l’ebraico non ha il superlativo assoluto, come l’italiano, e per renderlo bisogna ricorrere ad un’espressione più ampia, appunto “benedetta tra tutte le donne”. Ma Elisabetta deve essere anche piena di Spirito Santo, per benedire Maria, come osserva l’evangelista, proprio come dobbiamo essere pieni di Spirito Santo per dire che Gesù è il Signore. Quando noi recitiamo questa lode a Gesù e a Maria siamo sicuri di essere nella grazia dello Spirito Santo: ecco perché è la preghiera più sicura e più infallibile. Il Rosario ci dona la certezza di pregare nello Spirito Santo perché ci fa pregare con la preghiera del Signore e con questo saluto dell’Angelo e di Elisabetta, cioè con le parole stesse della Scrittura. E quando diciamo a Maria “prega per noi peccatori”, abbiamo detto tutto il necessario: sa lei quel che deve chiedere. Possiamo, mentre con le labbra benediciamo Gesù e Maria, mettere davanti a noi tante persone e situazioni per le quali intendiamo pregare, e chiedere alla Madre di Dio che le visiti, che entri anche nella vita di quelle persone. Possiamo chiedere la grazia di essere anche noi portatori di quella gioia che è Gesù: e in questo senso possiamo chiedere di entrare nel mistero della carità di Maria, che porta la gioia, della sua carità apostolica. Possiamo pregare per i sacerdoti, che portino la gioia, non la legge, o la noia, o la lezioncina imparata in seminario: perché siano portatori di qualcosa di più grande di loro, e che la gente forse non si aspetta nemmeno più. Vedete che Maria non visita Elisabetta come faremmo noi, per prendere un caffè o per chiacchierare; sta lì tre mesi, compie un viaggio lungo, e “verso i monti”, che erano zone pericolose da arrivarci, specie per una donna sola. Maria non è “assicurata” che sarà facile andare a servire Elisabetta, non è sicura che il viaggio andrà bene: ma chi ama è capace di osare. Noi abbiamo ridotto la carità molto spesso alla semplice buona educazione, ma è qualcosa di molto maggiore. Inoltre, la carità non è verso coloro dai quali ci aspettiamo il ricambio: è con chi non può, e forse nemmeno vuole, ricompensarti. Infine, Maria ci insegna ad esultare in Dio nostro salvatore: il Magnificat, che la Chiesa recita ogni sera nell’ufficiatura dei Vespri, è il modello della lode. Possiamo domandarci se abbiamo mai fatto esperienza di che cosa è la lode: è ovvio che la preghiera è anche richiesta, è anche supplica, è anche meditazione o contemplazione delle cose di Dio, ma meriterebbe sottolineare che è necessario non solo pensare a Dio o chiedere a Dio, ma anche lodarlo di cuore, e non “per dovere”, di quel che Lui è e fa per noi. Il salmo ci dice di gustare e vedere quanto è buono il Signore per noi: e così il rosario dovrebbe poter essere per noi anche un tempo nel quale gustiamo come e quanto “Dio ha guardato all’umiltà della sua serva”, cioè alla nostra povertà. Con Maria, contem­pliamo come e quando e quante volte siamo stati oggetto della fedeltà e della compassione di Dio: dalla gratitudine infatti sgorga la lode, e dalla lode nasce la carità, poiché “noi amiamo perché Dio ci ha amato per primo”. Maria ci insegna proprio questo: “mi ha amato e ha dato se stesso per me”, e così possiamo anche noi magnificare il Signore, dire le grandi cose che ha fatto per tutti noi.

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