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La canonizzazione dei due veggenti di Fatima

di Luciano Mediolani

Dal tempo della creazione sino ai nostri giorni, la frase di Isaia «Le vie di Dio sono diverse da quelle degli uomini» si avvera con una metodicità cronometrica. E questo è capitato anche a Fatima: Dio investe di un messaggio di valore universale le fragili spalle di tre bambini. Erano bambini analfabeti, poveri ma ricchi di saggezza. Per questo Dio li ha investiti del compito di ambasciatori per tutti i credenti in Cristo. 

Lucia, Francesco e Giacinta non hanno frequentato  una specializzazione in rapporti diplomatici, ma Dio, prima delle apparizioni della Mamma di Gesù, ha mandato un angelo a insegnare l’alfabeto del linguaggio di Dio. Un alfabeto che comunicava un linguaggio del cuore: la preghiera. La preghiera è diventata la grammatica con cui i tre pastorelli ascoltavano e parlavano il linguaggio di Dio, lasciando al tempo il compito di rendere palesi anche i «segreti».

La superbia umana  è sconfitta delle misteriose vie di Dio. Lo sguardo di Dio da sempre privilegia la nobiltà d’animo degli uomini. 

Per quei tre bambini, dopo le apparizioni, tutto si trasforma. Poco a poco si vanno configurando con Cristo; ciascuno a suo modo. Francesco sviluppa il gusto di essere solo con Dio. Un bambino al quale piace stare in preghiera davanti a Gesù. Giacinta vive un pronunciato cambiamento: il centro della sua vita si sposta in Dio negli altri.

In pochi anni Francesco e Giacinta hanno collaborato con la forza delle Spirito Santo a far fiorire e fruttificare la somiglianza originaria con Dio. 

Subito dopo la loro morte, la fama di santità era così grande che la diocesi di Leiria decise di cominciare a studiarne la vita, in vista di una possibile canonizzazione. La fama di santità cominciò già durante la loro vita: il popolo di Dio diceva che erano santi e tante erano le grazie ottenute per la loro  intercessione. 

Alla domanda come due bambini potessero essere modello di santità anche per gli adulti, la postulatrice della causa di canonizzazione ha risposta che «Non hanno mai smesso di essere bambini, ma sono modelli per tutti: bambini, adulti e anziani, per la loro santità e per i tratti di Cristo che incarnavano nella loro vita. Francesco è un bambino concentrato in Dio; passa infatti molto tempo in adorazione, davanti a Gesù Eucaristia, e ciò è di esempio per noi. Giacinta ci insegna a dimenticarci un poco di noi stessi. Ciò che per lei è più importante è vivere la vita appassionatamente per gli altri». 

Questa infatti è la chiave che ci permette di leggere la loro vita; essi hanno vissuto e sopportato lo scherno, la derisione e l’incredulità dei primi mesi come la trama di un poema di amore. «Hanno vissuto le loro sofferenze: con pazienza, con molto amore, sapendo che facevano la volontà del Padre e che la storia della salvezza si attuava».

In una delle tante interviste della postulatrice, la dottoressa  Angela Coelho dice che «È la prima volta che la Chiesa canonizza bambini così piccoli. Non sono martiri come lo furono gli innocenti uccisi da re Erode, ma anche loro, quasi senza rendersene conto, hanno dato la vita per Cristo».

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