Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech

Translate

La canonizzazione di Paolo VI

di Gabriele Cantaluppi

Quando fu nominato Patriarca a Venezia, il cardinal Roncalli scherzava dicendo: «ora mi resterebbe solo il papato, ma il prossimo papa sarà l'arcivescovo di Milano» e, alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto, «se ci fosse stato Montini, non avrei avuto una sola esitazione, il mio voto sarebbe stato per lui». Sarà il primo nella lista dei cardinali da lui creati il 15 dicembre 1958. Tra le ipotesi sull’allontanamento di Montini dalla Curia vaticana da parte di Pio XII, c’è anche quella di averlo inviato a Milano, la diocesi più grande e prestigiosa del mondo, consapevole che quel passaggio lo avrebbe messo sul candelabro e ne avrebbe preparato il pontificato.

Venerdì 21 giugno 1963, dopo tre giorni di conclave, al quinto scrutinio il cardinale Giovanni Battista Montini venne eletto papa, assumendo il nome di Paolo (VI), come l’apostolo delle genti: il nome era un programma.

Indro Montanelli, scrisse sul Corriere della Sera di quei giorni, «Dio ci guardi dalla tentazione di formulare oroscopi: non c’è Conclave che non li abbia sbugiardati. Però una cosa si può dire con fondata possibilità di essere nel vero: e cioè che il protagonista almeno delle votazioni iniziali sarà il cardinale Montini».

Montini conosceva bene i meccanismi di lavoro della Curia romana per il fatto che vi aveva lavorato. Era considerata la persona più adatta per continuare il Concilio Vaticano II, che lo aveva visto  attivamente coinvolto, soprattutto come membro della commissione preparatoria.

Fu suo grande merito l’averlo condotto in porto, facendo votare praticamente all'unanimità tutti i suoi documenti:  un esito per nulla scontato, se si pensa quale era la sua situazione alla morte di Giovanni XXIII.

Nelle annotazioni personali all’indomani della chiusura del Concilio scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva».

Dovette però affrontare la crisi dei principi di obbedienza e autorità, all'interno della Chiesa e le critiche alla sua persona. La sua direttiva fu: «Parole gravi, atteggiamento deciso e forte, animo fiducioso e sereno».

è stato un papa prima criticato, contestato e infine dimenticato, bollato con definizioni particolarmente graffianti: “il Papa del dubbio”, “Amleto”, “Paolo Mesto”. Riguardando oggi la sua figura con il rigore degli storici,  risulta essere stato ben altro. Fu il primo papa del Novecento a varcare i confini italiani: ben otto volte, a cominciare dallo storico viaggio apostolico in Terra Santa del 4-6 gennaio 1964.

Fermo nella difesa dell’essenziale della fede, era però consapevole che la Chiesa, per essere veramente cattolica, deve essere la Chiesa dell’et-et, cioè accettare al suo interno il sano pluralismo.

Confidò: «Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta. Quante volte il Maestro ha ripetuto: Confidite in Deum. Creditis in Deum, et in me credite!. Il Papa sarà il primo ad eseguire questo comando del Signore e ad abbandonarsi, senza angoscia o inopportune ansie, al gioco misterioso della invisibile ma certissima assistenza di Gesù alla sua Chiesa. Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera». 

Ottimista ma non ingenuo era il suo sguardo verso il mondo, che per il cattolico mantiene il suo carico di male e di zizzania. Disse una volta: «Il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le calamità del mondo; con tutti, per tutti soffre».

La Chiesa in uscita, la Chiesa sinodale, quella del camminare insieme, più compagna di viaggio che fredda precettrice, questa Chiesa, che respiriamo oggi, ha in sé tanto di Paolo VI, che nel discorso di chiusura del Concilio il 7 dicembre 1965, parlò di una Chiesa «samaritana», «ancella dell'umanità», più incline a «incoraggianti rimedi» che a «deprimenti diagnosi», a «messaggi di fiducia» che a «funesti presagi».

Umano e sensibile d’animo fu sempre, anche da giovane sacerdote: nonostante la mole di lavoro in Curia, non trascurava le amicizie, i rapporti epistolari: con i familiari innanzitutto, e poi con molti amici, come testimonia anche la quantità di lettere, molte delle quali pubblicate, che ci parlano di un'attenzione, di una propensione, di un gusto dell’amicizia. E lo fu anche da papa con i suoi intimi collaboratori. Il suo autista ricordava che gli donò una rosa d’oro da consegnare alla moglie, scusandosi per averle sottratto la compagnia del marito al lavoro in un giorno di festa.

Noi guanelliani lo ricordiamo inginocchiato commosso, il giorno della beatificazione del Fondatore, davanti alle barelle dei nostri ammalati nella basilica di San Pietro: un gesto allora assolutamente inconsueto per un Papa.

Chi scrive ha ancora presente il pomeriggio del 2 febbraio 1972 quando, entrato occasionalmente nella basilica (allora non c’erano controlli), aveva potuto accedere alla transenna mentre il Papa la percorreva al termine della funzione della “candelora”. Vedendomi in abito clericale ha cercato di avvicinarsi a me, accennando un gesto di saluto. Purtroppo subito uno del seguito, con gesto deciso, lo ha trattenuto.

La sua spiritualità era fondata sulla meditazione delle Scritture e dei Padri della Chiesa, che contribuirono a formare in lui una fede salda, associata ad una grande umiltà e fortezza interiore e a una indomita passione per la Chiesa.  Con la preghiera del Padre nostro sulle labbra, si spense domenica il 6 agosto 1978  alle 21.40, nella residenza estiva di Castel Gandolfo, lontano dai riflettori e dalle veglie di popolo, come aveva desiderato.

Recentemente sono emersi alcuni autografi da lui vergati il 2 maggio 1965, ad appena due mesi  dall’elezione, dove considera l’eventualità delle dimissioni, prevedendone la possibilità «in caso di infermità, che si presuma inguaribile, o di lunga durata, e che ci  impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del nostro ministero apostolico» o altro grave e prolungato impedimento.

Nel suo testamento dispose che i funerali «siano pii e semplici, si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso. La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me». 

La bara nuda, deposta in terra sui gradini del sagrato, di fronte alla folla, offriva l’immagine di una Chiesa modesta e sorella; l’applauso che si levò dalla piazza mentre il feretro veniva portato nella basilica al termine della celebrazione, risultava omaggio a  un Papa che non aveva mai fatto nulla per sollecitare popolarità, così timido e riservato nei confronti della folla. 

Click to listen highlighted text! Powered By GSpeech