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Come sempre un cordiale bentrovati, in questo mensile appuntamento in compagnia di san Giuseppe.

 In questi giorni, nella liturgia quaresimale i nostri occhi di carne sono illuminati da una particolare luce divina, infatti, in queste settimane la pagine della liturgia della parola oltre che farci riascoltare la voce dei profeti, ci sono i brani dell’evangelo che ci spingono a incontrare Gesù in persona.

In questo panorama della liturgia quaresimale, sono tornati alla memoria una serie di episodi dell’antico Testamento.  La liturgia ci ha fatto camminare lungo i sentieri dell’esodo biblico, imparentati con un popolo in cammino verso la terra promessa che per noi cristiani si fa autentica  nell’incontro a Pasqua con Gesù risorto.

Questo panorama antico di esodo anche per noi moderni acquista una forte suggestione nel rivivere nell’attualità dei nostri giorni, le antiche suggestioni e tentazioni a costruire i nostri «nuovi vitelli d’oro», i nostri falsi idoli.

Come quel popolo antico, in viaggio sulle piste inesplorate del deserto del Sinai, anche noi,  come loro, portiamo il cumulo di delusione, che assomigliano come gemelli, alle acque amare di Massa e Meriba, dove i profughi dall’Egitto stavano rinnegando la potenza di Dio, dimenticando la sua solidale protezione.   Sulla spiaggia di quel lago delle acque amare ci fu una solenne professione di sfiducia in Jaweh, quasi l’inizio di una confessione di ateismo.

Non possiamo  dimenticare che accanto alla zavorra della delusioni, ci furono anche fenomeni prodigiosi sono apparse anche  le scintille di luce,  speranze umane a rallegrare il loro cammino, pensiamo alla nube luminosa di notte e oscura di giorno e  come pure è stata la corale e gioiosa esplosione di festa per i giovani esploratori che ritornavano dalla terra di Caanan con abbondanza di frutti.

 In quelle esperienze antiche  sono raffiguranti anche i nostri fallimenti, le carestie, i disagi economici di oggi, la mancanza di futuro, le solitudini  che hanno il volto nella fame di affetto, di partecipazione attiva, di coinvolgimento nelle decisioni importanti.
 Quante volte anche noi, che pur vogliamo vivere come pellegrini dell’Infinito, alla ricerca del volto di Dio, siamo in viaggio con la zavorra delle delusioni provocate dalle nostre avidità, pur  avendo nell’anima quella luce di speranza che ogni mattina di gustare quell’antico dono della manna, come il fresco dono dell’acqua zampillante da una roccia presso le acqua amare di Massa e Meriba.
In questi percorsi ci vengono alla mente le parole di un grande navigatore negli oceani di Dio come Sant’Agostino, che nelle sue Confessioni affermava: «Appena ti conobbi, tu, o Dio, mi sollevasti in alto, affinché io vedessi che c’era qualcosa da vedere, ma che non ero ancora in grado di poter vedere». 

La marcia del nostro esodo quaresimale permette a Dio di accarezzare i nostri occhi con la luce della sua misericordia e, come confessa un salmo, quando ci suggerisce questa immagine stupenda: «nella sua luce vediamo la luce».

I nostri occhi di carne sono illuminati dalla luce divina ed è questa luce che scoperchia la cappa buia dei nostri interrogativi.

Lui percuote la debolezza del nostro sguardo e ci fa scorgere – direbbe ancora Sant’Agostino – quanto ancora siamo distanti da Lui, ma che la meta si fa sempre più luminosa.
A Pasqua, la luce del Cristo risorto fonderà le catene della schiavitù della morte e ci consegnerà le chiavi dell’immortalità e noi con Paul Claudel possiamo ripetere: «So che non sei il Dio dei morti, ma dei vivi» e con questa certezza nel cuore potremo cantare l’alleluia della gioia pasquale.

Ed è proprio in questa luce di speranza che noi camminiamo e preghiamo: «Il nostro cammino, tante volte assomiglia a un deserto, ma so che ci sei tu. Tu sei il Dio costantemente presente che salva:

a te alziamo il nostro sguardo per essere attratti della tua luce che viene dall’alto dove si trova la sorgente della vita.

Siamo attratti per essere elevati e abbracciati nel seno del Padre, là dove si spegne l’impeto delle nostre tempeste; le nostre amarezze e tristezze, malinconie e solitudini si cambiamo in pensieri e progetti di pace.

Ti preghiamo, Signore Gesù, la tua croce, simbolo della pienezza di amore, sia un polo di attrazione di tutta la nostra esistenza e anche la nostra vita, pur passando nel crogiolo delle prove, sia un segno, che indica  ai nostri contemporanei, la vittoria del bene sul male  e della vita sulla morte, della luce sulle tenebre».  Amen

 

Pausa musicale

Schemà Israel  di Frisina

 

  Lo scorso anno proprio in questi giorni veniva pubblicata l’esortazione apostolica di papa Francesco  Amoris laetitia, firmata da papa Francesco il 19 marzo, solennità di san Giuseppe,  anche se resa pubblica qualche giorno dopo l’ 8 aprile, un anno fa come dopo domani.

Proprio all’inizio  dell’esortazione apostolica, papa Francesco dice: «La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari, fin dalla prima pagina, dove entra in scena la famiglia di Adamo ed Eva, con il suo carico di violenza ma anche con la forza della vita che continua fino all’ultima pagina dove appaiono le nozze della Sposa e dell’Agnello.

Le due case che Gesù descrive, costruite sulla roccia o sulla sabbia Mt 7,24-27), rappresentano tante situazioni familiari, create dalla libertà di quanti vi abitano, perché, come scrive il poeta, “ogni casa è un candelabro”. (Un candelabro che illumina la casa stessa e ci permette di cogliere con precisione la realtà). 

Entriamo ora in una di queste case, guidati dal Salmista, attraverso un canto che ancora oggi si proclama sia nella liturgia nuziale ebraica sia in quella cristiana:

«Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Pace su Israele!» (Sal 128,1-6).

L’amore dello sposo e della sposa sono due polmoni vitali di una famiglia.

Vogliamo varcare la soglia di questa casa serena, sognata da Dio e desiderata dagli uomini e immaginiamo questa famiglia seduta intorno alla mensa festiva. La mensa festiva è il vertice della comunione e dell’armonia. Al centro troviamo la coppia del padre e della madre con tutta la loro storia d’amore. In loro si realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina?»  e poi quasi una eco fa risuonare le parole del Libro della Genesi quando si dice: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».

I due grandiosi capitoli iniziali della Genesi ci offrono la rappresentazione della coppia umana nella sua realtà fondamentale. In quel testo iniziale della Bibbia brillano alcune affermazioni decisive. La prima, citata sinteticamente da Gesù, afferma: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (1,27).  Nell’umo e nella donna è presente la somiglianza stessa di Dio. La nostra umanità è riflessa nello specchio luminoso di Dio e si riveste dei colori variegati della stessa essenza di Dio.

San Giovanni Crisostomo  commenta  questo progetto di Dio ed  esprime un cantico di lode e di gratitudine a Dio creatore del cielo e della terra, ma soprattutto dell’uomo che la abita.

Vogliamo far cantare sulle nostre labbra questo inno di lode e di gloria al Padre.

Grazie,o Signore, perché ci hai dato l'amore capace di cambiare la sostanza delle cose.

Quando un uomo e una donna diventano uno nel matrimonio non appaiono più come creature terrestri ma sono l'immagine stessa di Dio.

Così uniti non hanno paura di niente.

Con la concordia, l'amore e la pace l'uomo e la donna sono padroni di tutte le bellezze del mondo.

Possono vivere tranquilli, protetti dal bene che si vogliono secondo quanto Dio ha stabilito.

Al paragrafo Undicesimo dell’Amoris laetitia papa Francesco ha una immagine stupenda, granitica, quando scrive: «La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce quando si fa idolo), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio. Da questa  realtà intima di Dio si vede come tutta la narrazione del Libro della Genesi sia attraversata da varie sequenze genealogiche» e da questo susseguirsi di generazioni nella pienezza dei tempi, quando Dio creatore ha ritenuto che il suo popolo potesse accogliere il messia ecco che appare anche Giuseppe.

Qui entra in scena san Giuseppe, chiamato a costituire la «trinità terrestre» che si esprime in una relazione di affetto e di amore tra Giuseppe Maria e Gesù nella famigliola a Nazareth.

“San Giuseppe e la Santa Famiglia” oppure “san Giuseppe e le famiglie, sembra un binomio inscindibile: non si può parlare di san Giuseppe senza sconfinare nel terreno della famiglia.

Famiglia e san Giuseppe sono i polmoni con cui respirano i temi fondanti della figura e della missione del santo Artigiano di Nazareth sia nell’azione di Dio nel realizzare il progetto salvezza del suo amore per l’umanità come pure nei confronti della realtà della Chiesa in cammino nella storia dell’umanità raffigurata nell’arca dell’alleanza in cammino con il popolo ebraico verso  la terra promessa.

Più volte abbiamo accennato ai numerosi i testi magistrali, teologici, liturgici e devozionali che legano lo Sposo di Maria e il Padre di Gesù alla famiglia.  Anche noi  battezzati diventiamo famiglia nella famiglia stessa di Dio, la santissima Trinità. Allora con il canto benediciamo la bontà di Dio che non si stanca di noi, ma ci chiama a vivere come famiglia.

Ascoltiamo “questa famiglia ti benedice”

 

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