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30 giugno di cent’anni fa

di Mario Carrera

Il ministero di don Aurelio era peregrinare nella case e baracche del quartiere.
Ad imitazione di don Guanella che diceva che «i poveri bisogna andare a cercarli», don Aurelio era un moto perpetuo: battesimi ai piccoli e ai grandi, matrimoni da regolarizzare, infermi e vecchi da assistere, disoccupati, sfrattati. A tutti si interessava pur di guadagnare le anime a Dio

Il papa Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni ha parlato del silenzio, affermando che «Dal silenzio deriva una comunicazione ancora più esigente che chiama in causa la sensibilità e quelle capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami interpersonali». Sappiamo che don Aurelio Bacciarini, prima di essere parroco a San Giuseppe, aveva scelto di immergersi nel silenzio della Trappa delle Tre Fontane, ma Dio pensava altro per lui e, pur a malincuore, ha fatto di quel silenzio la miniera di sensibilità per la sua missione pastorale.

Il fascino del silenzio e del raccoglimento nasceva dalle sue montagne. Da vescovo, ricordando il silenzio della sua valle, scriverà che «Nessuna gioia è vera e solida se non comincia dal profondo dell’anima, ossia, da uno spirito rivestito di Gesù Cristo e da un cuore da lui posseduto».
Sono questi i sentimenti che coltivava nel suo animo nell’esperienza di parroco ad Arzo, in Svizzera, e che, con il valore aggiunto dell’esperienza, ha portato nel Quartiere Trionfale.
Bacciarini percepiva il fascino della sua chiamata al sacerdozio, sentiva di essere ministro e servo di una redenzione che Gesù gli aveva consegnato e aveva bisogno del suo cuore e delle sue mani per farla fruttificare nell’anima e nelle opere del popolo di Dio.
A San Pio X don Guanella disse che a reggere la parrocchia di San Giuseppe avrebbe donato «il sacerdote migliore della sua Congregazione». Bacciarini non tradì quella consegna.
Il 30 giugno 1912, all’indomani della festa dei Santi Pietro e Paolo, ebbe l’investitura ufficiale di parroco e, in quella circostanza, scrisse: «Le trentamila anime a me affidate pesano sulle mie spalle e sembrano schiacciarle, ma la presenza del mio amato superiore, don Luigi Gua­nella, mi dà tanta forza e coraggio che mi sento, con l’aiuto di Dio, di affrontare qualsiasi difficoltà». Ha guardato al suo gregge con occhi di simpatia e amore, con la stessa intensità con la quale Gesù stesso amava le folle che lo avvicinavano. Non si chiuse in sagrestia, ma cercava le anime là dove lavoravano e vivevano, avventurandosi tra le baracche, i tuguri; per tutti c’era una parola di conforto e un aiuto materiale per continuare a vivere e sperare.
Sull’esempio di don Guanella dava «pane e Signore».
La permanenza di Bacciarini è durata poco meno di quattro anni: infatti, alla morte di don Guanella dovette abbandonare la parrocchia per dirigere la Congregazione dei Servi della Carità.
Il suo affetto per i parrocchiani di San Giuseppe fu molto vivo in Bacciarini, tant’è che il 21 gennaio 1917 desiderò che la sua ordinazione episcopale fosse celebrata nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale.

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