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Tatoo: abbellimento o profanazione del corpo?

Carissimi, 

ho ricevuto il giornalino mensile, e arrivata all'ultima pagina l'articolo sui tatuaggi mi ha lasciata di stucco: che senso ha? Cosa volevate trasmettere con quelle parole?

Mi sono venuti in mente articoli letti tempi fa sullo stesso argomento, ma di natura completamente diversa.

Antonella, tramite email

«Con i giovani non ci si deve spaventare mai». Neanche dei tatuaggi, perché «sempre, dietro alle cose non tanto buone c’è qualcosa che ci fa arrivare a qualche verità». Così il Papa ha recentemente risposto a una domanda sull’argomento, pur ammettendo che ci sono esagerazioni. Forse però è stata una risposta frettolosa, proprio perché fatta a braccio, mentre in realtà il fenomeno merita di essere approfondito, anche nell’aspetto morale cristiano.

In Italia nel giro di sette anni l’industria del tatuaggio ha conosciuto una grande fortuna: sono stati aperti oltre 2700 nuovi centri, con una clientela che dall’adolescenza copre anche la soglia della terza età, con picchi di richieste dai 35 ai 50 anni. Le incisioni corporee conoscono oggi una grande popolarità, pubblicitaria o commerciale. Il fenomeno degli influencer, personaggi famosi, divi, calciatori, supportati da internet e dai social network, ha un enorme peso nel diffondere questa tendenza che, da elemento distintivo della gioventù ribelle quale era inizialmente, è diventata omologazione e conformismo ad una moda.

Il tatuaggio è diventato di pubblico dominio, come dimostrano ad esempio le manifestazioni sportive dove ormai è raro vedere un petto o le braccia senza incisioni. 

Nella nostra società contemporanea, dove primeggia l’apparenza, la necessità della moda, la pelle si trasforma per costruirsi una presenza nel mondo.

Il tatuaggio è percepito come qualcosa che rafforza la propria identità, rendendo l’individuo rappresentativo di uno spirito del tempo che ritiene di aver scelto lui stesso.

Inevitabilmente accadrà come a tutte le mode: passato il tempo si ritornerà al contrario: basti vedere come ai “cappelloni” sia subentrata quella delle teste rapate. Un giorno la sovversione più grande sarà quella di esibire un corpo senza simboli, senza tatuaggi.

Un problema non indifferente, però, è che il tatuaggio vero è irreversibile e spesso il tentativo di rimozione lascia delle cicatrici. Soprattutto per adolescenti o personalità deboli, sarebbe necessaria maggiore ponderazione, al pensiero che un tatoo lo si deve poi portare per tutta la vita. Per non parlare dei costi che, nei casi più ricercati, possono raggiungere cifre elevate.

Come valutare eticamente il tatuaggio? La prima cosa da tenere presente è che il tatuaggio non è una dedicazione di sé al male. Però è bene anche considerare che non è secondario il numero di tatuaggi per riflettere se non ci sia dietro un disgusto di sé e del proprio corpo. Infine ciascuno dovrebbe chiedersi: che cosa sto dicendo con i miei tatuaggi? Cosa sto ricercando attraverso di essi?  

I tatuaggi infatti sono anche rivelativi della profonda personalità di una persona.

Non si tratta di semplici disegni sul corpo, ma c’è un retroterra culturale, antropologico e quindi anche spirituale. Lo stesso termine tatoo nella sua etimologia ha in sé un rimando allo spirituale.

Lo spazio a disposizione non consente di esplorare il retroterra del mondo dell’occultismo legato a questa moda, come segnalato da numerosi addetti in questo genere di studi.

Resta però una domanda che ci è lecito porre: è vero che “de gustibus non est disputandum”, secondo il famoso detto di Giulio Cesare, attestato da Plutarco. Ma è proprio necessario deturpare il proprio corpo, per noi cristiani capolavoro di Dio e tempio dello Spirito Santo, con immagini che spesso lo rendono ributtante? 

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?” e “ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore” esorta san Paolo (1 Cor 6,19; 1 Ts 4,4).

Don Gabriele Cantaluppi

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