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23 giugno, sacerdote

«Le sue parole piombavano nel cuore come fulmini e toccavano così profondamente da portare al pianto».

di Enrico Pepe

Questo sacerdote, definito da Pio XI “la perla del clero italiano”,. nacque a Castelnuovo d’Asti, Torino, Italia, il 15 gennaio 1811. Era affetto da una leggera forma di rachitismo che si andò aggravando con gli anni, ma egli non si fece mai condizionare da questa menomazione fisica.

Studiò nella scuola pubblica e poi teologia in seminario. Ordinato sacerdote nel 1833 e desideroso di perfezionarsi nella teologia morale, fu accolto nel Convitto ecclesiastico, fondato dal teologo Luigi Guala presso la chiesa di San Francesco. Qui l’insigne teologo torinese seguiva la linea morale di Sant’Alfonso de’ Liguori. resosi conto delle doti del giovane Cafasso,disse: “Ho trovato un giovane che fa per me” e dopo tre anni di studi se lo associò nell’insegnamento fino a farlo direttore del Convitto ed erede di tutti i suoi beni.

Maestro di vita spirituale

Il Cafasso divenne il maestro, il confessore e il consigliere più ricercato non solo da vescovi e sacerdoti, ma anche da avvocati, politi, militari, nobili e gente umile. Eccelleva per la conoscenza sapienziale della morale, per la brevità e la profondità delle esortazioni e per la introspezione dei cuori. Scrisse gli “Esercizi spirituali al clero”, le “Sacre missioni al popolo” e un interessante volume di “Teologia Morale”.

Avviò al seminario don Bosco e ne divenne il direttore spirituale, incoraggiandolo a seguire il carisma che aveva scoperto in lui  e aiutandolo economicamente. A chi lo rimproverava per la troppa generosità verso il giovane rispose con spirito profetico: “Se sapeste quanto pesa quel don Bosco! Lasciatelo stare. Fa un grandissimo bene a tutta la gioventù. Farà miracoli e tutto il mondo parlerà di lui”.

Utilizzando i beni lasciati in eredità dal teologo Guala e i doni che riceveva abbondanti dai benefattori, diede grande impulso al Convitto per la formazione dei sacerdoti e aiutò una infinità di poveri. Tra questi i suoi “prediletti” erano i carcerati: erano delinquenti comuni, ma anche politici contrari al governo, e molti venivano condannati alla forca. Don Bosco scrisse che “aveva il dono di mutare la disperazione in viva speranza e amor di Dio; fossero giusti o peccatori, parlando con don Cafasso ognuno si sentiva crescere in cuore il desiderio del Paradiso”. Ai condannati il Cafasso diceva: “Un palmo di Paradiso aggiusta tutto e vale la pena di soffrire un poco per averlo”. Durante l’esecuzione era sempre accanto al condannato: ne assistette ben 68. Fu chiamato dai torinesi “il prete della forca”.

Alla sua morte, avvenuta il 23 giugno 1860, don Bosco lo descrisse così: “Modello di vita sacerdotale, maestro per eccellenza del clero, padre dei poveri, consigliere dei dubbiosi, consolatore degli infermi, conforto degli agonizzanti, sollievo dei carcerati, salute dei condannati al patibolo, amico di tutti, grande benefattore dell’umanità”. Fu canonizzato nel 1947 da Pio XII.

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