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24 febbraio - Beata Josefa Naval Girbés

di Enrico Pepe

«Josefa Naval Girbés, privata nell’infanzia dell’affetto della madre terrena, trovò conforto nel totale affidamento di sé alle sollecitudini della Madre celeste».

Con queste parole Giovanni Paolo II nell’Angelus del 25 settembre 1988 poneva in rilievo una caratterista della vita di Josefa che nella sua non facile esistenza cercò sempre di “rivivere Maria” con un amore totalitario verso Dio e una donazione continua e gioiosa verso il prossimo, aiutando soprattutto le giovani a valorizzare la propria dignità di donne e a realizzare nella vita il prezioso disegno che Dio ha pensato per ognuna di loro.

Josefa, primogenita di altri cinque figli, nacque l'11 dicembre del 1820 ad Algemesí (Valencia, Spagna) da Vincenzo Naval e Josefa Girbés. Essendo di famiglia povera, Josefa ancora piccola dovette aiutare la mamma per allevare i fratellini. Per questo non riuscì a frequentare una scuola regolare, ma imparò a leggere e a scrivere presso una buona donna vicina di casa che contemporaneamente le insegnò anche il ricamo in seta e oro. 

Ad otto anni ricevette la cresima e a nove anni fece la prima Comunione. Cresceva sana e felice e faceva preziosi progressi nell’arte del ricamo, quando la sua mamma, che aveva appena 35 anni, morì improvvisamente il 19 giugno 1833.

Josefa dovette lasciare la scuola e prendere il posto della madre e portare avanti la famiglia insieme al padre. Trovò una guida spirituale sicura nel parroco e scelse come sua madre e modello di vita la Madre di Gesù e trovò il tempo non solo per le faccende domestiche, ma anche per perfezionarsi nel ricamo e per partecipare attivamente alla vita parrocchiale.

A 18 anni maturò la decisione di donarsi tutta a Dio col voto di castità, pur dovendo restare in famiglia. A 35 anni, quando i fratelli erano cresciuti e ognuno aveva preso la propria strada, d’accordo col parroco, cominciò a radunare un gruppo di ragazze nella sua casa trasformata in laboratorio di ricamo non solo per insegnare loro quest’arte, ma anche per prepararle contemporaneamente ad una vita autenticamente cristiana.

In breve tempo la sua casetta non era solo scuola di ricamo, ma un’autentica scuola di vita e il suo influsso nella formazione spirituale delle giovani della città era universalmente riconosciuto, ricercato e apprezzato, tanto che la sua casa era ormai insufficiente per contenere le alunne.

Da qui venivano fuori non solo ottime madri di famiglia, ma anche molte vocazioni alla vita religiosa di varie Congregazioni. Maria che era il modello per la sua vita, le si rivelava ora modello per tutte le vocazioni, perché vergine e madre. E lei trasmetteva questa realtà in modo semplice e profondo, tipico delle persone che donano le realtà divine che vivono.

Accompagnare la giovane che si preparava al matrimonio e contemporaneamente quella che sentiva la chiamata al convento non esigeva da lei particolari metodi: bastava seguire il disegno di Dio su ognuna senza forzature, aiutando nel discernimento. Ognuna trovando il suo posto, trovava la gioia per sé e faceva festa anche per la vocazione differente della compagna.

Josefa non si limitò a curare le giovani. Queste si sposavano e formavano le famiglie e continuavano a chiedere i suoi consigli che di esperienza in questo campo ne aveva molta. Si occupò di loro e del catechismo ai loro figli. Divenne membro della Conferenza di san Vincenzo e si prese cura dei malati della città. A volte sorgevano discordie tra le famiglie e lei era chiamata per risolvere controversie. In poche parole era diventata per molti un punto sicuro di riferimento.

Una nota particolare, che troviamo nel Decreto sull'eroicità delle virtù della Beata, fu l’amore che Josefa sempre nutrì per la sua parrocchia: «Poiché le parrocchie rappresentano in qualche modo la Chiesa visibile costituita sulla terra, la Serva di Dio considerò la parrocchia come madre nella fede e nella grazia, e, in quanto tale, la amò e la servì con umiltà e in spirito di sacrificio».

Negli ultimi due anni della sua vita continuò questa sua missione dal suo letto di ammalata con l’aiuto delle sue figlie che non la lasciarono mai sola. Morì il 24 febbraio 1893 e la sua tomba fu subito meta di continue visite, perché tutti la consideravano santa. Nel 1946 le sue spoglie furono portate nella Basilica di san Giacomo di Algemesi, mentre la causa di beatificazione fu introdotta a Roma il 27 gennaio 1982. Venne dichiarata beata da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988. 

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