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Anche se la perdita dell’amico non cancella il ricordo e l’intensità di ciò che si è costruito insieme, la sua scomparsa indica che l’amicizia, l’amore costituiscono anche il segno e la nostalgia di una pienezza di cui ora è possibile sperimentare soltanto un anticipo. L’amore comporta il permanere di una ferita aperta, di una sofferenza che il tempo non cancella: ma senza una tale possibilità di sofferenza non ci potrebbero tuttavia essere né amicizia né amore. La sensazione reale di solitudine di cui si parlava sopra esplode nel momento della perdita dell’amico.

L’amore richiede la totalità, l’eternità, non si può amare a “scadenze”, non ha senso dire a qualcuno: «vogliamo essere amici per un anno?», questo sarebbe uccidere i sentimenti, nostri e dell’altro. Lewis, ricordando la perdita della persona amata, esprime con la consueta lucidità questa straziante nostalgia dell’eterno e insieme della solitudine costitutiva dell’essere umano che la morte dell’amato evidenzia crudelmente, e che non potrebbe essere in alcun modo evitata: «E questa separazione ci attende tutti, presumo. Finora mi era parso che H. e io, strappati così l’uno dall’altro, fossimo stati particolarmente sfortunati. Ma forse tutti gli amanti lo sono. Una volta mi disse: “Se morissimo entrambi nello stesso istante, qui, sdraiati a fianco a fianco, anche allora conosceremmo una separazione pari a quella che tu temi tanto”».

La Bibbia ci ricorda che nulla di ciò che abbiamo amato autenticamente andrà perduto, è quel tesoro, ricorda il vangelo (cf. Mt 6, 20) che la tignola non arrugginisce, e il ladro non può rubare. Pensiamo alla splendida espressione del salmo: «I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?» (Sal 56/55, 9). È un’immagine bellissima ed estremamente toccante, dove il Signore viene raffigurato come colui che si accosta accanto a ogni uomo straziato dalla sofferenza e dal dolore, e con il Suo recipiente prende su di sé ognuna delle lacrime e delle sofferenze che hanno caratterizzato il cammino della vita e ancor di più ognuna delle speranze e dei desideri di amare e di essere amato: «Il simbolo è vivace ed introduce un Dio “contabile” non per rigore ma per amore. Le lacrime sono agli occhi di Dio realtà preziose come l’acqua, il vino, il latte, le sostanze vitali del beduino conservate appunto nell’otre. Dio mantiene davanti ai suoi occhi ogni lacrima umana come in una specie di filatteria affinché, conservandone il ricordo, possa dare a ciascuna di esse la ricompensa conveniente. Le lacrime davanti agli occhi di Dio hanno il valore di un atto giuridico che stabilisce i diritti dell’orante in materia di retribuzione» (Ravasi).

In questo desiderio di totalità trova la sua sorgente e il suo alimento l’amore dell’amico, in lui si può scoprire la tenerezza dell’amore di Dio, ma insieme l’invito a morire a se stessi perché la potenzialità di amare, come il seme, possa portare frutto, un frutto che supera nella sua ricchezza ogni immaginazione. È il frutto dell’agape: Dio solo può entrare in quel sacrario recondito che è il cuore umano e portarvi pace, egli solo può trasformare la solitudine e la tristezza di chi ha amato in comunione intima. Per questo nessun amore umano può essere concepito come alternativo al suo, ma ne costituisce anzi la sorgente prima, ogni amore terreno è un riflesso dell’amore di Dio che ci ricorda la sua fedeltà e la sua benevolenza, la sorgente a cui attinge ogni possibilità di amare e di vivere. L’amore, come la vita, richiede l’eternità; l’amicizia, come la vita vorrebbe durare sempre, perché costituiscono una scintilla di eternità, e dunque anche di sofferente nostalgia di una pienezza desiderata e non ancora raggiunta. È l’esperienza di pienezza anticipata propria dell’“uomo interiore”, descritta da Agostino a proposito della sua ricerca di Dio: «Amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio; la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio».

E questa è anche la conclusione sofferta che Lewis pone al termine del suo splendido libro I quattro amori: l’amore umano non basta a se stesso, non può compiersi che in altro. Questo compimento può essere dato come promessa non compiuta e anticipata solo nella fede: «Siamo stati creati per Dio: le persone che abbiamo amato su questa terra hanno risvegliato il nostro affetto solo in quanto avevano qualche elemento di somiglianza con lui, manifestazioni della sua bellezza, della sua tenera benevolenza, della sua saggezza e bontà. Il nostro errore non è stato quello di amarli troppo, ma di non esserci resi conto di che cosa veramente stavamo amando. Non ci verrà chiesto di abbandonare quei visi così familiari per rivolgerci a uno sconosciuto. Egli ha fatto parte di tutte le nostre innocenti esperienze d’amore terreno, creandole, sostenendole, e muovendole, istante dopo istante, dall’interno. Tutto ciò che in esse era autentico amore, anche qui sulla terra, è stato più suo che nostro, e nostro soltanto perché suo. In cielo non ci sarà l’angoscia né il dovere di staccarci dalle persone che abbiamo amato sulla terra. Prima di tutto perché ci saremo già staccati da loro, volgendoci dai ritratti all’originale, dai rivoletti alla fonte, dalle creature rese amabili a colui che è l’amore stesso. In secondo luogo, perché li ritroveremo tutti, in lui. Amando lui più di loro, li ameremo più di quanto non facciamo ora».

L’affetto che abbiamo condiviso è ciò che ci appartiene nell’intimo, e che porteremo sempre con noi, gli amici anzi saranno ciò che resterà di noi al termine della vita: secondo la parola di Gesù saranno proprio i nostri amici ad accoglierci quando giungeremo alle dimore eterne (Lc 16, 9).  

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