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di Giovanni Cucci

Amicizia e sofferenza non si escludono, anzi misteriosamente si illuminano a vicenda, proprio a motivo della solitudine che costituisce anche l’amicizia più grande, evidenziando una barriera che niente può colmare. Una relazione matura rimanda alle reciproche solitudini, ai limiti (non solo personali ma proprie dell’essere, basti pensare alla salute, alla vita limitata per cui per forza uno morirà prima dell’altro) e alle differenze che sono date dall’unicità dell’altro. Tutto ciò costituisce l’unica maniera di vivere una relazione affettiva reale e significativa, a tutti i livelli.

Raissa Maritain, ripensando alla vita vissuta accanto al marito, osservava: «Più ci sentivamo uniti, e più ciascuno di noi camminava solo: più ciascuno di noi si sforzava di portare il peso degli affanni degli altri, e più era solo a portare il proprio. L’unità del nostro rapporto è cresciuta lentamente col passare degli anni, e nello stesso tempo la solitudine di ognuno s’è di pari passo approfondita, fino a diventare talvolta crudele. Era la parte di Dio».

Arriviamo così al punto finale e importantissimo di questo tema: la morte dell’amico.

La morte introduce il non senso, l’assurdo in un contesto in cui, come sono appunto l’amicizia e l’amore, si scopre invece una intensa esperienza di senso. Affetto e caso infatti sono inconciliabili, non possono stare insieme; l’affetto, per il fatto stesso di esistere richiede senso e fiducia, mentre la casualità ne è la negazione più forte, è assenza di ordine, di sentimenti, di durata possibile: l’affetto suppone una stabilità di fondo che il caso azzera. Senza amore un bambino non potrebbe vivere, l’ambiente affettuoso e sensato lo rassicura e gli consente di sbocciare alla vita; senza ordine, fiducia e stabilità non sarebbe possibile lo sviluppo di una vita umana.

Questo dubbio sulla casualità è il dramma dei grandi amori, anche a livello di amicizia, un’obiezione insidiosa che sorge per essere immediatamente respinta con terrore, perché si tratta di due realtà contraddittorie: considerare da una parte come nel corso di una vita intera la relazione cresca e si rafforzi sempre più, sperimentando un’affinità sempre più completa, e nello stesso tempo sospettare che tutto questo sarebbe potuto anche non accadere, che l’incontro con la persona amata possa essere stato frutto del capriccio del caso.

L’affetto respinge via da sé la casualità, essa non può trovare posto nel suo mondo: il caso è il luogo del non senso, l’amore è il luogo del senso. Anche un acceso sostenitore del nichilismo e dell’assurdo cosmico come Sartre, autore di un’opera dal titolo significativo L’essere e il nulla, proprio riflettendo sulla sua storia d’amore con S. de Beauvoir, restava impressionato dal fatto che l’amore di una vita avesse avuto un inizio discreto, modesto, opera del capriccio degli eventi. Ripensando a quei momenti annotava con un certo disappunto nelle sue memorie: «Se tu non fossi venuta a quella medesima festa quella sera, se il giorno seguente non avessi deciso di fare una passeggiata in quel parco, non ci saremmo incontrati, non mi avresti amato…».

È accaduto, ma poteva benissimo non accadere, o peggio, poteva accadere con qualcun altro. bastava così poco per fare una differenza enorme. Sartre sembra ribellarsi al pensiero che l’amore di una vita possa essere considerato come una mera coincidenza, frutto del caso. Chi ha vissuto una forte relazione affettiva non può immaginare che tutto ciò sarebbe potuto non accadere o, ancora peggio, che sarebbe potuto ugualmente capitare con qualcun altro. Unicità dell’altro, affetto ed esperienza di senso sembrano implicarsi vicendevolmente.

Questa casualità negata irrompe tuttavia in modo ancora più crudele nel caso della morte di una persona amata; in questa esperienza si avverte chiaramente che una parte di sé è morta per sempre con essa. È l’esperienza descritta magnificamente dal giovane Agostino ricordando la morte inaspettata dell’amico: «Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte. Era per me un tormento la mia città, la casa paterna un’infelicità straordinaria. Tutte le cose che avevo avuto in comune con lui, la sua assenza aveva trasformato in uno strazio immane. I miei occhi lo incontravano dovunque senza incontrarlo, odiavo il mondo intero perché non lo possedeva e non poteva più dirmi: “Ecco, verrà”, come durante le sue assenze da vivo». O si pensi anche alla testimonianza di Montaigne: «Da quando persi Étienne non faccio che trascinarmi languente; e persino i piaceri che mi si offrono, invece di consolarmi, mi raddoppiano il dolore della sua perdita. Di ogni cosa facevamo a metà; mi sembra di sottrargli la sua parte».

Ogni cosa condivisa con l’amico morto è anch’essa ormai morta, e ricorda ad Agostino la ferita aperta della nostalgia di lui: ogni luogo caro è divenuto improvvisamente odioso, un’ombra di morte è scesa su tutto il suo mondo; ma soprattutto, ciò che aveva espresso di sé con lui Agostino non potrà più esprimerlo con nessun altro, quella parte di lui condivisa insieme all’amico è scesa anch’essa nella sua tomba: «Mi stupivo che gli altri mortali vivessero, se egli, amato da me come non avesse mai a morire, era morto; e più ancora, che io vivessi se era morto colui, del quale ero un altro me stesso, mi stupivo. Bene fu definito da un tale il suo amico la metà dell’anima sua. Io sentii che la mia anima e la sua erano state un’anima sola in due corpi; perciò la vita mi faceva orrore, poiché non volevo vivere a mezzo, e perciò forse temevo di morire, per non fare morire del tutto chi avevo molto amato».

Il momento della morte improvvisa dell’amico diventa per Agostino il riconoscimento di una verità dolorosa: quanto l’amico fosse diventato parte di sé, al punto da non accorgersene più, Agostino può riconoscerlo soltanto dopo, troppo tardi, dallo strappo interiore provocato dalla sua scomparsa.   

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