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di Giovanni Cucci

Si sta diffondendo ai giorni nostri un tipo di concezione dell’amicizia e della comunicazione in genere tesa alla totale trasparenza, che ha come motto di dire all’altro tutto, con spontaneità, “così come viene”, senza lasciare nulla di segreto; questo alla fine non aiuta la comunicazione, perché le parole più preziose e profonde nascono dal silenzio, dal segreto del cuore. Come notava Pascal: «Ho scoperto che l’infelicità degli esseri umani deriva da una cosa sola: non essere capaci di rimanere in silenzio in una stanza».

L’aspirazione ad una simbiosi totale era molto in voga negli anni ’60 negli USA e in Europa, anche a livello terapeutico; essa era considerata la maniera più efficace di risolvere ogni difficoltà relazionale. Un’amicizia intesa in questo modo renderebbe tuttavia problematica la donazione di sé; essa è infatti frutto di una scelta e di un sacrificio, che hanno ben poco a che vedere con la spontaneità. In secondo luogo si rischia di non riconoscere gli impulsi distruttivi presenti in ciascuno: essi qualora non venissero accuratamente educati e corretti, potrebbero portare a conseguenze devastanti.

Il sociologo Sennett parla a questo proposito di “comunità distruttive”, luoghi in cui si comunica tutto indiscriminatamente senza porre alcun tipo di filtro. Ma in tal modo l’amicizia si tramuta nel suo contrario, essa diventa una modalità di farsi del male, anche mortalmente, perché si è in grado di colpire l’altro nel profondo.

Se la solitudine è il fondo più intimo, sacro della persona, va salvaguardato come tale, pena la sua distruzione. L’amico non può dunque essere ridotto a valvola di sfogo o, peggio, a un contenitore dei rifiuti dove vi si può gettare qualunque cosa semplicemente perché in tal modo ci si può sentire meglio… Il rapporto amicale non è il luogo in cui si comunica tutto di tutto, nella pura immediatezza; anche se quanto emerge della persona può essere vero ed autentico, va considerato se essa sia davvero capace di portare il peso di quanto detto. Un’amicizia che tenda a diventare “totale” finisce per tiranneggiare e annientare i suoi componenti; la distinzione tra le persone deve permanere perché esse possano vivere: l’ideale della simbiosi, oltre che irreale, degenera fatalmente. Anche la verità ha infatti bisogno di gradualità, il che in fondo significa rispettare la fase della vita in cui l’individuo si trova concretamente a vivere: un amico maturo ed equilibrato sa essere anche flessibile e, soprattutto, è capace di attendere il momento opportuno. Pensiamo alla pedagogia mostrata da Gesù ai suoi anche su questo punto: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16,12).

Lo psicologo Yalom giunge alle stesse conclusioni parlando, a livello più generale, della “fallacia della trasparenza” nella relazione di gruppo: «La libertà diventa possibile e costruttiva solo quando si sposa alla responsabilità. Nessuno di noi è al riparo da impulsi e sentimenti che, qualora espressi, potrebbero essere distruttivi per gli altri. Consiglio di incoraggiare le persone a parlare liberamente, per disfarsi di tutte le censure interiori e di tutti i filtri tranne uno: il filtro della responsabilità verso gli altri. Non voglio dire che i sentimenti spiacevoli non debbano essere espressi; in realtà, non può esserci crescita in assenza di conflitto. Voglio dire, comunque, che la responsabilità, non l’apertura totale, è il principio a cui ispirarsi: non tutti hanno bisogno delle stesse cose. Alcuni, forse la maggior parte, hanno bisogno di allentare il controllo, ma altri hanno bisogno del contrario: devono acquistare un controllo sugli impulsi, perché il loro stile di vita è già caratterizzato da sentimenti labili, immediatamente messi in atto».

Queste osservazioni potrebbero essere sottoscritte pienamente anche nella relazione tra amici: una comunicazione autentica non solo dice ciò che pensa, ma soprattutto pensa a ciò che dice… Quando non si fa ciò poi ci si pente di quanto detto, perché l’amicizia è stata caricata di pericolose aspettative, fraintendendone la modalità di relazione.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Nouwen rimase impressionato da un modo di vivere all’insegna del sospetto nei confronti di ogni tipo di isolamento. Egli scrisse più tardi: «Quando venni in questo paese per la prima volta rimasi colpito dal modo di vivere a porte aperte. Nelle scuole, negli istituti e nei palazzi ed uffici, tutti lavoravano a porte aperte. Potevo scorgere le segretarie scrivere dietro la macchina, gli insegnanti insegnare dietro la cattedra, gli amministratori amministrare dietro la scrivania e i lettori occasionali leggere dietro un libro. Era come se ognuno di loro mi dicesse: “Non esitare ad entrare e interrompermi in qualsiasi momento”, e la più grande parte delle conversazioni aveva la stessa qualità di apertura, dandomi l’impressione che la gente non avesse segreti e fosse disponibile per ogni domanda, da quella sulle sue condizioni finanziarie a quella sulla sua vita sessuale».

La paura di essere soli può diventare una prigione che impedisce di prendere contatto con la verità profonda di se stessi.).   

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