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Seguire Gesù con Pietro

di Ottavio De Bertolis

La professione di fede di Pietro, che abbiamo contemplato in questi due nostri ultimi incontri, non finisce qui: ci aspetteremmo un lieto fine, ma in realtà le cose proseguono diversamente: «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

In effetti non è strano che le parole di Gesù appaiano contraddittorie. Il Cristo nell’Antico Testamento, cioè l’unto del Signore, il suo consacrato, in ebraico messia, è uno che, proprio perché è tale, vince. Quanti salmi possiamo ricordare in questo senso: così si dice che i suoi nemici saranno ridotti a sgabello per i suoi piedi, oppure che spezzerà le nazioni con scettro di ferro, e le frantumerà come vasi di argilla. Infatti il messia è uno mandato da Dio per fare giustizia: e come si può fare giustizia se non spaccando la testa a tutti gli iniqui, ai malvagi che opprimo il popolo di Dio? Cioè: il regno di Dio che il Messia instaura è un regno umano, terreno, e come tutti i regni terreni si basa su sistemi terreni. In fondo, è l’equivoco al quale accenna Gesù quando dice appunto che il suo regno non è di questo mondo. Gesù sarà l’opposto. Lui sarà l’ucciso, non gli empi.

Gesù sta conducendo Pietro, ma conduce anche noi, a comprendere che seguire Gesù significa servire, non farsi ubbidire, essere ultimi e non primi, fino al controsenso di soffrire fino alla fine per sopportare le avversità del mondo, portandole nella propria carne: e Pietro dovrà essere il primo proprio in questo senso, non come il mondo intende l’essere primi. C’è infatti un modo di pensare anche le cose di Dio con mentalità umana, cioè mondana o carnale: siccome sono primo rispetto agli altri, ad esempio perché io sono credente e loro no, oppure perché io sono moralmente superiore e loro no, oppure perché io sono prete e loro no, dunque io in nome di Dio posso comandare o imporre la mia volontà, o comunque mi aspetto di essere rispettato e riconosciuto come migliore. Con questo purtroppo non serviamo Dio, ma Dio serve a noi, e così vanifichiamo il senso stesso più profondo degli insegnamenti di Gesù.

Gesù mostra infatti che egli avrebbe vinto l’ingiustizia che è nel mondo accogliendola in se stesso, cioè perdonandola, e testimoniando così il vero volto di Dio che all’arroganza del mondo contrappone la beatitudine dei miti, e alla violenza del potere contrappone la via del servizio e del perdono. Interessante il verbo usato: il Cristo “doveva” patire. Il verbo dovere dice che il piano di Dio è quello: Gesù, si potrebbe dire, non è nel mondo per combattere una guerra santa in nome di Dio, ma per mostrare l’annuncio di verità e di riconciliazione che Dio offre nel suo nome. E, come a Pietro, anche a noi propone tutto questo, invitandoci a rimetterci dietro, alla sua sequela. Purtroppo la traduzione “lungi da me” è ambigua: non significa infatti “vai lontano”, ma piuttosto “rimettiti dietro”, cioè ricomincia a seguirmi: fisicamente, fino a Gerusalemme, dove ti ho detto che andrò a fare quel che ti ho annunciato, e poi moralmente, desiderando e scegliendo anche per te quello che io stesso per me ho scelto e desiderato. 

Povero Pietro: dopo avere ricevuto una lode così sperticata viene accusato di essere nientemeno che il Satana, il divisore stesso, colui che si frappone tra l’uomo e Dio: questo ci ricorda che la nostra fede deve sempre essere purificata, ossia, etimologicamente, “fatta pura”, resa pura dalla mentalità del mondo. Pietro avrà ancora modo di riflettere su questo, tante altre volte, e noi con lui.  

 

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