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Il carpentiere restaura il sogno infranto di Dio sulla salvezza dell’umanità

di Angelo Forti

C’è una bella definizione di Sant’Agostino sulla catechesi: la definisce come «il narrare la cura di Dio nei nostri confronti». Tale cura – ci suggerisce sempre sant’Agostino – la possiamo pensare come quello dobbiamo fare per ciò che possiamo e pregare per ciò che non possiamo, e Dio ci concederà la capacità di realizzare i sogni che nutriamo nell’anima.
Il nostro tempo è frenetico, pieno di impegni e di urgenze, rimanendone poco per la preghiera. È vero che il desiderio di pregare è già preghiera, ma all’anima occorre sentirsi abitata e sorretta da pensieri dal sapore di eternità.
Immagino le giornate di San Giuseppe nella casa di Nazareth: un’alba carica di luce e un tramonto illuminato da colori avvolti da un silenzio rotto dal cinguettio degli uccelli e dalle folate di vento. Anche i rumori del martello o dell’ascia per il legno davano al silenzio un’anima e la preghiera nasceva spontanea: uno sguardo al cielo e un grazie di cuore a Dio e tutto procedeva.
Scrive un’anima appassionata dalla ricerca del volto luminoso di Dio: «Sarebbe bello, Signore, se in questi giorni sapessimo raggiungere il silenzio. Ma il silenzio è al di là della parola e lo si tocca dopo aver esperito ed esaurito tutte le possibilità espressive del discorso. Non è questo il momento. In questi giorni grigi le nostre possibilità son più modeste: riconoscerci poveri; e che la ricchezza sei tu e soltanto tu che la dai. E anche quando siamo felici, euforici, e ci sembra di poter scrollare il mondo con una spallata, sei sempre tu che agisci, fornendo vigore alle nostre spalle. Ecco, allora, Signore, la preghiera della nostra umiltà».
È proverbiale il silenzio di San Giuseppe. La Madonna parla tre volte: c’è un «sì» che rivoluziona la storia, c’è un cantico che narra la custodia amorevole di Dio nei confronti dei poveri e, a Cana di Galilea, c’è una richiesta a vantaggio di due giovani sposi nel trasformare l’acqua in vino. La Madonna ha tracciato il triangolo perfetto del rapporto con Dio: la disponibilità a fare la sua volontà, la riconoscenza e gratitudine per i doni ottenuti e il grido di invocazione nel momento del disagio.
Negli Evangeli di San Giuseppe si narra solo l’obbedienza ai desideri di Dio. Il silenzio di San Giuseppe però è la sentinella fedele dei numerosi «sì» che il popolo di Dio ha pronunciato nel corso dei secoli: dal «sì» di Abramo sino al «sì» della sua sposa, Maria, dalla quale è nato Gesù il Messia atteso. 
Per cinque volte San Giuseppe è invitato dall’angelo ad agire. L’obbedienza di Giuseppe, «l’uomo giusto», era l’eco secolare dei «sì» pronunciati da uomini e donne chiamati a costruire la storia della salvezza.
Giuseppe non si è mai esaltato, il suo silenzio riecheggia nel cantico del «Magnificat». Egli si è unito alla sua sposa e ha detto: «Noi siamo un nulla, che tu hai vestito di tutto». E allora anche noi per mezzo della intercessione del “papà” terreno di Gesù diciamo: 
«Dacci, Signore, di comprendere appieno la nostra totale dipendenza e di amarla. Perché riconoscere che ci dai tutto significa riconoscere il tuo amore inesausto.
Dacci, Signore, l’umiltà di riconoscerci per ciò che siamo e per ciò che tu ci hai voluti e fatti; e dacci la pazienza di sopportare la nostra povertà e di attendere i tuoi doni. Forse anche il tedio, che a volte ci pervade, Signore, è un dono: per toglierci l’orgoglio di sentirci protagonisti in proprio e non in grazia a te; forse anche per toglierci la golosità delle tue gioie e insegnarci la costanza di servirti nel buio. Dacci, Signore, la dolce pazienza dei germogli che attendono sotto la terra e sotto il gelo».
 
 
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