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Un cordiale ben trovati in questo nostro appuntamento mensile in compagnia di San Giuseppe.

La solennità dei santi di dopodomani ha fatto anticipare il nostro consueto appuntamento del mercoledì dalle ore 18,30 alle 19,30.

Questa anticipazione nel palinsesto di Radio Mater giova ad una platea di persone che hanno l’opportunità di poter sentire parlare anche di san Giuseppe; allora vogliamo vivere questo momento di grazia  e di luce come aurora della festa di tutti i santi. 

Per vivere questa attesa, idealmente, noi ci fermeremo nella casetta di Nazareth, dove la bontà del Padre ha aperto la sorgente della vita divina e ha introdotto nella storia dell’umanità quella linfa divina che  rigenera  costantemente una qualità di vita superiore nell’orizzonte terreno. 

 La casa di Nazareth è stata il focolare, la palestra in cui Dio creatore attraverso Gesù ha imparato il mestiere di vivere su questa terra.

Gesù ha imparato a godere di un calore materno con cui Maria, la sua mamma, lo avvolgeva con delicata tenerezza, Gesù ha goduto del suo sorriso compiaciuto, ha respirato la fiducia e la condivisione di Maria nelle diverse tappe della sua maturità umana.

L’infanzia, l’adolescenza e la maturità di Gesù sono state accompagnate con grande dedizione da parte di Maria.

 In quel laboratorio di umanità, che fu la casa di Nazareth, San Giuseppe ha insegnato a Gesù l’arte di coordinare le qualità umane per una convivenza armoniosa dei suoi requisiti affettivi, delle qualità di intelligenza umana e capacità lavorativa. 

Quando una cinquantina di anni fa, Paolo VI, pellegrino in Terra santa, si è fermato a Nazareth, ha espresso sentimenti squisiti di ammirazione per le vicende stupende di cui quel piccolo villaggio è stato testimone.  

Con umiltà, in quella circostanza,  Paolo VI disse che avrebbe voluto ridiventare bambino per condividere con l’animo semplice di un bambino il tratto di storia, di vita vissuta da Gesù: il suo rapporto con i genitori, l’armonia affettiva tra Giuseppe e Maria, lo stare e vivere con i suoi compagni di gioco, il suo impatto concreto con quella natura che era fiorita dalle mani di Dio nella creazione. 

Giuseppe, nei  confronti di Gesù, sentiva di essere come l’ombra del Padre eterno che accompagnava  Gesù stesso in quella fase di apprendistato del vivere da uomo.

Paolo VI  ha definito la casa di Nazareth come una scuola, elevato al grado di accademia, dove Gesù ha imparato  a sillabare parole umane per dare un contenuto dignitoso alle sue conversazioni in famiglia e con gli amici. In quella famiglia ha imparato a lavorare, a gioire nel vedere uscire dal lavoro delle sue mani arnesi utili al lavoro in modo da poter vivere meglio. 

Alla scuola di Giuseppe, Gesù aiutava a costruire finestre per difendersi dal freddo, tetti per ripararsi dalla pioggia, aratri per arare la terra e per farla fiorire e fruttificare come una madre generosa necessaria alla vita umana.

«La casa di Nazareth –diceva testualmente Paolo VI – è la scuola dove si è iniziati  a comprender la vita di Gesù, cioè, frequentare  la scuola del vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a meditare il significato così profondo, così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella». 

Tre verbi fondamentali per una vita umana dignitosa: osservare, ascoltare, meditare, cioè assimilare, far diventare carne della vita quello che i nostri occhi osservano, le orecchie ascoltano e il nostro cuore e la mente assimilano.

 «Qui impariamo - ha continuato Paolo VI -  il metodo che ci permetterà di conoscere Cristo.  … Qui tutto ha una voce, tutto un significato. Qui a questa scuola impariamo ad avere una disciplina spirituale … Oh, quanto ardentemente desidereremmo  incominciare qui, vicino a Maria e Giuseppe, ad apprendere la vera scienza della vita». Qui in questa scuola il primato dell’insegnamento è la capacità di far parlare il silenzio….». 

  Anche noi in questo momento vorremmo dire. O casa di Nazareth,  insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, insegnaci  quanto è importante questo apprendistato per  lo studio, la meditazione  per acquisire interiorità  e spessore dei valori per una vita umana dignitosa.

  Quel punto luminoso, in terra di Palestina, non si è mai offuscato. La casa di Nazareth e la famiglia di Gesù sono diventate il centro di attrazione anche per il Convegno della  48° Settimana sociale  che la Chiesa italiana ha tenuto in questi giorni in Sardegna. 

A Cagliari, la Chiesa ha sognato un lavoro possibile a tutti in particolare per i giovani.

 Per oltre un secolo in cui si sono susseguite del celebrazioni delle Settimane sociali  per tre volte la Chiesa ha messo al centro del dibattito il tema del lavoro e sempre si trattò di tre momenti assai importanti nella storia del nostro Paese.

La prima volta è stato nel 1945 quando si stava scrivendo il testo della Costituzione della Repubblica italiana, in cui nel primo articolo si è affermato che la nostra convivenza sociale si fondava sul lavoro.

La seconda volta il lavoro è stato protagonista del dibattito nel 1970 subito dopo il così detto “autunno caldo”, che ha aperto ad una nuova epoca delle nostra società.

 La terza volta  la Settimana sociale ha conosciuto la ribalta di Cagliari in un momento di un declino economico iniziato dal 2008 e si è trascinato fin ai nostri giorni in cui i giovani sembrano essere fuori gioco i giovani che da sempre rappresentano il futuro di un Paese 

Il documento di lavoro da cui far partire il dibattito ha avuto al centro il futuro dei giovani. 

I giovani con la Chiesa italiana hanno sognato il desiderio, ma, soprattutto, la voglia di un lavoro: libero, creativo, partecipativo e solidale. 

Il Convegno non ha voluto, limitarsi a fare una diagnosi della situazione lavorativa dei giovani, ma ha voluto realisticamente guardare negli occhi questi giovani che si affacciano sul mondo del lavoro e scoprire  della buone pratiche, strumenti e percorsi lavorativi che già si esprimono in centinaia di realtà nel nostro Paese.

 Il presidente delle Conferenza episcopale, il cardinal Gualtiero Bassetti, in questo raduno della Chiesa italiana ha sollecitato gli interventi come pure le modalità di lavoro ad essere l’eco di una realtà quotidiana, vissuta concretamente dalle nostre comunità, le urgenze brucianti dei singoli territori abitativi in modo da affrontare con chiarezza percorsi operativi.

 I cristiani hanno l’obbligo di prendersi cura del nostro Paese. Il cardinal Bassetti ha detto con molta chiarezza che questa nostra «Italia non potrà mai essere migliore senza l’apporto dei cattolici impegnati in politica e nel sociale».

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