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Un cordialissimo bentrovati in questo primo mercoledì di ottobre in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa degli angeli custodi. Vogliamo invocare l’aiuto dei nostri angeli custodi con la preghiera delle liturgia di oggi: O Dio, che nella tua misteriosa provvidenza mandi i tuoi angeli a nostra custodia e protezione, fa’ che nel cammino della vita siamo sempre sorretti dal loro aiuto per essere uniti con loro nella gloria eterna in compagnia di san Giuseppe e della sua sposa e nostra mamma.

All’inizio di questo nuovo anno pastorale invochiamo su di noi e su tutte le persone che hanno necessità di luce e di calore umano, la luce dello Spirito santo che ha fecondato il grembo di Maria e ha chiamato san Giuseppe a condividere l’avventura di Dio nel volersi fare uomo per redimere gli uomini.

Vieni, Santo Spirito,

manda a noi dal cielo

un raggio della tua luce.

 

Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni,

vieni, luce dei cuori.

 

Consolatore perfetto,

ospite dolce dell'anima,

dolcissimo sollievo.

 

Nella fatica, riposo,

nella calura, riparo,

nel pianto, conforto.

 

O luce beatissima,

invadi nell'intimo

il cuore dei tuoi fedeli.

 

 

 

 

 

Senza la tua forza,

nulla è nell'uomo,

nulla senza colpa.

 

Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è arido,

sana ciò che sanguina.

 

Piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò ch'è sviato.

 

Dona ai tuoi fedeli 

che solo in te confidano

i tuoi santi doni.

 

Dona virtù e premio,

dona morte santa, dona gioia eterna.

Ora entriamo nei sentieri silenziosi delle vicende esemplari di san Giuseppe con la presenza di un angelo che gli indica la strada e guida i suoi sentimenti. 

L’adesione di san Giuseppe - pur sofferta perché misteriosa e soprattutto singolare all’annuncio dell’angelo, ha realizzato in pienezza il sogno di Dio, già progettato dall’eternità, ha fatto della vita di san Giuseppe un capolavoro di un’umanità redenta, perché san Giuseppe ha raggiunto il vertice al massimo livello in quanto san Giuseppe è stato un uomo di fede, uno sposo fedele e padre amoroso.

Vogliamo introdurci in quest’ora di contemplazione, di preghiere, di lode e di gratitudine al Padre di averci dato, attraverso la collaborazione di san Giuseppe, il redentore Gesù con la sua mamma Maria, la sposa di Giuseppe, generoso collaboratore nel completare il progetto di Dio.

Con l’aiuto di san Giuseppe, Gesù imparò a stare in mezzo alla gente, ha esperimenta la tenerezza, ha avvertito e goduto il calore della famiglia e ha sentito il mondo muoversi accanto a lui il Creatore che si è fatto creatura mite, delicata e fragile come ogni neonato.

Prima di assistere nella capanna di Betlemme alla nascita del Figlio della Promessa, con la giovane sposa e per obbedire al volere degli uomini con il censimento Giuseppe è in viaggio da Nazareth a Betlemme, il paese dove è nato il re Davide.

I luoghi della tribù di Giuda si fanno terra dove Dio inizia la sua avventura tra gli uomini. Da quel momento noi veneriamo san Giuseppe come patriarca, il patriarca più silenzioso della Bibbia, lui che insegnerà a parlare con linguaggio umano a colui che era dall’eternità la Parola che aveva disegnato il creato.

Egli ha insegnato il suono delle parole, ma la sua parola, registrata nei vangeli, ha avuto l’eloquenza del silenzio. Giuseppe ha parlato in modo eloquente con la sua la vita. 

 San Paolo nella lettera ai filippesi ne abbozza lo stile descrivendo l’ingresso e la permanenza di Gesù nell’umanità.

 Gesù è il Verbo, è la scienza divina, travasata nel linguaggio degli uomini.

La parola di Gesù è il modello di coerenza della vita; la sintonia tra il suono delle parole e la concretezza dell’agire.

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale - scrive san Paolo ai filippesi - pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.  Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». (Fil 2,6-11).

Alla scuola di Giuseppe e di Maria, Gesù si immerge nella vita umana, impara in quella famiglia il mestiere del vivere da terrestre.

 Da quel momento l’orizzonte oscuro dell’umanità di illumina dei colori dell’aurora. La carne umana, assunta in modo totale da Gesù, viene trasformata anche attraverso la sofferenza e si illumina di libertà e, come il seme che si fa turgida spiga e da inizio a una nuova creazione, cosi Gesù sotto lo sguardo partecipe, attivo e fiducioso di san Giuseppe.

Giuseppe è stato coinvolto con tutto il patrimonio dei suoi sentimenti umani in questa avventura della nuova creazione non solo accogliendo il mistero ma rendendosi partecipe con piena responsabilità.

Giuseppe è il nostro fratello nella fede e allora vogliamo metterci alla sua scuola per imparare a vivere il mistero di Dio nella nostra vita; ad ascoltare il pulsare del suo cuore attraversato da nobili sentimenti di amore verso colei che aveva sognato, della quale si era innamorato, progettato un matrimonio, la nascita di una famiglia e dei figli.

Stacco musicale

Un santo vescovo, il servo di Dio Tonino Bello, in una sua lettera immaginifica ha interrogato l’intrepido fidanzato, il giovane Giuseppe “follemente” innamorato di Maria e gli ha scritto:

"Dimmi, Giuseppe, quand'è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l'anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?

O forse un giorno di sabato, mentre conversava con le fanciulle di Nazareth in disparte o sotto l'arco della sinagoga?

O forse un meriggio d'estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all'umiliante mestiere di spigolatrice?

Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione, e tu non lo sapevi?

E la notte tu hai intriso il cuscino con lacrime di felicità. Ti scriveva lettere d'amore?  Forse sì!

Poi una notte hai preso il coraggio a due mani e sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei Cantici: "Alzati amica mia, mia bella e vieni, perché ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.

Alzati amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro.

E la tua amica, o Giuseppe, la tua bella si è alzata davvero, è venuta sulla strada, facendoti trasalire, ha preso la tua mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato, lì, sotto le stelle, un grande segreto.

Solo tu, il grande sognatore, potevi capirla.

Ti ha parlato di Yahvé.  Ti ha detto di un angelo del Signore. Ti ha raccontato di un mistero nascosto nei secoli e, ora, nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell'universo e più alto del firmamento che ci sovrastava.

Ma poi, Maria, a un certo punto, ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio e di dimenticarla per sempre, perché il suo destino era cambiato per sempre.

Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti, tremando: "Per me, Maria, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te".

  Fin qui il colloquio verosimile di Giuseppe con Maria, ora preghiamo, lo sposo della Mamma di Gesù, affinché illumini i nostri sogni e realizzi i nostri desideri di imitazione del suo figlio Gesù.

Papa Francesco e san Giuseppe dormiente.

«O amato san Giuseppe, Dio nel sonno ti ha manifestato i suoi misteriosi progetti per la tua futura sposa Maria e la missione di custodire Gesù, il Salvatore del mondo, ora affidiamo a te la nostra preghiera, i nostri desideri, le aspirazioni e le speranze affinché siano presenti nei tuoi sogni e si possano realizzare per il nostro bene; un bene che ci renda sempre più amici del tuo figlio Gesù, sorgente di benessere fisico e spirituale.

Ottienici la forza di compiere con prontezza la volontà del Padre nei nostri confronti e, dal tuo esempio, possiamo imparare a non lasciarci travolgere dalle difficoltà della vita e sentire sempre la tua paterna mano prorettrice nella nostra mano.

Mantienici, oggi come ieri, nel cuore del sonno di uomo giusto.  Amen!».

Stacco musicale

Tutto l’antico Oriente e anche molte civiltà indicano nel sonno e nelle visioni strumenti e vie di conoscenza.  Per questo motivo il sogno è una via di conoscenza e di rivelazione divina e può essere anche un supporto misterioso per comprendere la realtà nella quale siamo immersi.

Non dimentichiamo che la vita della prima coppia umana inizia con un sogno e con un sogno ha inizio la nuova creazione; con una visione e un sogno Dio fa entrare suo figlio nella storia umana. Per Adamo «Il Signore Iddio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò; gli tolse una delle costole…».

La secondo creazione con la nascita di Gesù, trova la sua legittimazione civile attraverso un sogno con il quale Dio avvisa san Giuseppe di averlo chiamato a condividere con la sua sposa Maria il mistero dell’incarnazione: «Giuseppe, non temere di prendere Maria come tua sposa: quello che sta nascendo in lei è dono dello Spirito.

  Per secoli, la mente umana ha tentato di convincersi che gli Angeli fossero entità superflue, superstiziose anticaglie. Ma la dimensione dell'Angelo continua a riaprirsi, ci accompagna, si trasforma, ma non ci abbandona. L'Angelo educa, conduce a una conoscenza diversa da quella che si sviluppa in rapporto con il visibile. L'Angelo diventa l’interprete del movimento opposto: quello che guida fuori dalla lettera, quello che va, non già dall'idea alla cosa, dal segno al rappresentato, ma dalla cosa all'invisibile, dalla terra al cielo.

Scavare il mistero

Etty Hillesum morta a 29 anni in una camera a gas ad Auschwitz, nel suo diario aveva lasciato scritto: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietre e di sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora sotterrarla di nuovo» e far sgorgare l’acqua sorgiva.

Un altro martire del nazismo, il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer morto anch’egli ad Auschwitz proprio il 25 aprile 1945, ha scritto un libretto dal titolo «Pregare con i salmi», dove dice: «Se la bibbia contiene un libro di preghiere, dobbiamo dedurre che la parola di Dio non è solo quella che Egli vuol rivolgere a noi, ma anche quella che egli desidera sentirsi rivolgere da noi».

Parlando di angeli messaggeri, mi sembra interessante sottolineare che la tradizione giudaica ha diviso i 150 salmi in 5 libri e idealmente li ha accostanti alla Torah, il Pentateuco, i cinque libri contenenti il pensiero di Dio, quasi a significare che la Torah divina ha bisogno di una Torah orante come risposta di fede e di amore. Quasi un angelo che conduca il popolo a trasformare il messaggio in vita.

Stacco musicale

I sogni di Giuseppe

 

Giuseppe non riceve, come Maria, nessuna comunicazio­ne verbale diretta. Dio e l'angelo (che sta presso Dio) co­municano con lui esclusivamente attraverso sogni. In questo cielo dci sono cinque stelle che brillano per indicare il cammino.

 1) rimanere con Maria, nonostante sia incinta;

2) dare il nome a Gesù,

3) la fuga verso l'Egitto,

4) tornare e

5) andare ad abitare a Nazareth (cfr. Mt 1,20-21.24; 2,13; 2,19-20).

Molto si è investigato sul significato di questa forma di comunicazione divina attraverso i sogni. Per tutto il mondo antico, in Egitto, in Assiria, in Grecia, i sogni erano vie normali di rivelazione divina. Socrate vedeva nei sogni avvertimenti divini, e in Omero i sogni sono considerati messaggeri degli dei.

Nel Primo Testamento, Dio si rivela ai profeti per mezzo di sogni (cfr. Nm 12,6; Dn 7,1; GÌ 3,1); essi sono considerati messaggi venuti da Dio (cfr. Gen 20,3; 28,12; 31,24; 1 Re 3,5). La loro interpretazione richiede sapienza e arte.

Nella tradizione teologica, come in San Tommaso d'Aquino, i sogni sono visti come un tipo di esperienza inferiore, una specie di semi-vita.

Ancora non si conosceva­no i contributi che la moderna psicologia del profondo, di S. Freud e di C.G. Jung, hanno offerto per la comprensione dei sogni e il loro posto nella totalità della vita psichica[1].

Secondo questi autori, l'io cosciente comprende solo una parte della vita. Esiste anche il subcosciente e principalmen­te esiste l'inconscio personale e collettivo. Se la parola, le metafore e i concetti sono i veicoli della coscienza, i sogni, le immagini, i simboli e le figure oniriche sono l'espressione dell'inconscio. Attraverso questo linguaggio, che proviene dagli strati più profondi della psiche, emergono avvertenze, messaggi, compensazioni e anticipazioni che hanno a che fare col processo di individuazione, cioè con la costituzione di una personalità matura e ben realizzata[2].

Esistono sogni e sogni. Ve ne sono alcuni considerati "i grandi sogni" o "sogni archetipi" che sono portatori di veri messaggi che orienteranno il percorso della vita delle persone.

Avvertono gli psicanalisti che è importante ascoltare i sogni, è bene analizzarli, lasciare che il loro signifi­cato si riveli, progressivamente, nel corso della vita. Questa totalità psichica, mediata dai sogni, deve essere fatta propria per permettere un'esistenza umana più completa e integrata, che arrivi oltre i limiti della coscienza.

In termini teologici, dobbiamo dire che, nel rivelarsi Dio entra in contatto con la totalità della realtà umana. Questa include il lato cosciente, dove affiorano le parole, i concetti e i messaggi scritti, comprensibili o passibili di interpreta­zione, e il lato inconscio, con il suo ricco patrimonio sim­bolico, espresso dall'immaginario, dai simboli e dai sogni. I sogni sono, certamente, una forma di rivelazione divina, non soltanto per i profeti o gli uomini biblici, come Gioele, Daniele e il nostro buon Giuseppe, ma anche per noi, nei nostri sogni quotidiani e nei grandi sogni.

Dio si comunicò a san Giuseppe attraverso il linguaggio del profondo. Può darsi che questa forma sia la più adeguata a lui che, come padre, rappresenta l'archetipo dell'origine, del mistero abissale da cui tutto promana. L'importante è che Giuseppe diede ascolto ai sogni, come chiamate a una missione insieme a Maria e al Bambino[i]. Così egli si inse­risce nel piano divino dell'autocomunicazione suprema di Dio come Egli stesso è, in quanto Padre (Giuseppe), Figlio (Gesù) e Spirito (Maria).

Stacco musicale

Il silenzio di Giuseppe

Uno dei punti impressionanti della rivelazione è il manto di silenzio che pesa su san Giuseppe. Non sappiamo praticamente nulla della sua biografia. Matteo nella sua genealogia dice che suo padre era Giacobbe (cfr. Mt 1,16). Luca, nella genealogia che ricostruisce salendo da Gesù fino ad Adamo, dice che è Eli (cfr. Le 3,23). In altre parole, non sappiamo esattamen­te quale di essi è il vero padre. Non sappiamo a che età si sposò con Maria. Né a che età è morto. Alcuni ritengono dopo l'andata ufficiale di Gesù al Tempio di Gerusalemme, all'età di 12 anni, età della maturità per un giovane giudeo. Giuseppe avrebbe terminato la sua missione di essere "il custode del Salvatore", come lo chiama l'Esortazione Apo­stolica su san Giuseppe, di Giovanni Paolo II, Redemptoris Custos, e poteva, dunque, uscire di scena.

Ma questo motivo è molto superficiale e utilitarista. Farebbe di Giuseppe un mero tassello di una storia della quale egli non farebbe parte, essendo soltanto una comparsa secondaria.

Al di là di tutto questo, il silenzio che lo circonda total­mente non deve essere casuale. Non ci sarà un significato segreto che converrà identificare? Questo ci sembra essere il compito della riflessione teologica. Essa non vuole sem­plicemente speculare per pura curiosità, ma scoprire, con l'intelligenza devota, significati che rivelano i disegni del Mistero. Dice a proposito la Redemptoris Custos:

Anche sul lavoro di carpentiere nella casa di Nazareth si stende lo stesso clima di silenzio che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe. E un silenzio, però, che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura.

I vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe "fece"; tuttavia consentono di scoprire nelle sue "azioni", avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero "nascosto da secoli", che "prese dimora" sotto il tetto di casa sua[3].

Vi è qui una possibile ragione teologica. Colui che visse di silenzio fu colui che per primo ascoltò la Parola. A colui che visse nell'oscurità della vita quotidiana fu dato di con­templare per primo la luce che illumina ogni essere umano che viene in questo mondo, Gesù (cfr. Gv 1,9).

Questo silenzio non è il mutismo di chi non ha nulla da dire. Giuseppe avrebbe moltissimo da dire. Egli, essendo giusto, nel senso che abbiamo chiarito prima, certamente si irradiò al suo intorno più per l'esempio che per le parole. In ogni caso, quando le cose sono troppo grandi, semplice­mente tacciamo.

Non è neanche l'assenteismo di chi, distratto, non si ren­de conto di ciò che gli accade. Egli sa della sua missione, la compie fedelmente ed è totalmente presente quando bisogna essere presente, nella gravidanza, nel parto, nella scelta del nome del bambino, nell'ora del battesimo giudeo (circonci­sione), nella fuga in Egitto, nel definire il luogo dove abi­tare, nell'introduzione di Gesù all'esperienza spirituale del suo popolo andando con lui dodicenne al Tempio. Qui vi è una pienezza di presenza che mal si esprime con le parole, mentre si esprime meglio con i gesti e le azioni.

Questo amore è vissuto nel più assoluto silenzio, indiffe­rente a ciò che era considerato importante per la cronaca del tempo, sia in Gerusalemme che in Roma.

Stacco musicale

Vediamo tre ragioni fondamentali che fanno essere il silenzio di Giuseppe l'atteggiamento più espressivo e ade­guato a ciò che egli è e a ciò che significa per la storia e per la comunità cristiana. In primo luogo, il silenzio di Giuseppe è il silenzio di ogni lavoratore. Il parlare del lavoratore sono le sue mani e non la sua bocca. Quando lavoriamo, facciamo silenzio, poiché ci concentriamo nelle mani e nell'oggetto del no­stro lavoro. Il lavoro appartiene all'essenza dell'umano. Con il lavoro plasmiamo noi stessi, poiché nessuno nasce già fatto, ma deve completare l'opera che la creazione e il Creatore hanno cominciato. Con il lavoro plasmiamo il mondo, trasformandolo in paesaggio umano, in cultura, assicurando il nostro sostentamento. Con il lavoro noi creiamo un mondo che mai nascerebbe da solo per le for­ze dell'evoluzione, per quanto complesse e creative esse siano. Senza il lavoro umano mai sarebbe sorta una casa di legno o di pietra, mai sarebbe stato scritto il Libro Sa­cro, mai avremmo inventato un'automobile, un aereo e un razzo che ci ha portato sulla Luna. Il lavoro ha creato tutti i beni del mondo. E ciò fu fatto nel silenzio da colui che pensò. Nel silenzio delle mani che hanno eseguito ciò che era stato pensato.

Il silenzio di Giuseppe si inserisce nel corso di questo torrente di vita e di senso rappresentato dal lavoro. E più vicino al vero chi afferma: «Giuseppe fu un lavoratore, un artigiano-carpentiere», di chi dice semplicemente: «Giusep­pe fu il protettore del Verbo della vita», poiché egli è stato protettore del Verbo della vita in quanto è stato lavoratore che, col suo lavoro, ha garantito il sostentamento per la vita della Vita incarnata nelle nostre vite.

In secondo luogo, il silenzio di Giuseppe è il silenzio del Padre. Il padre Giuseppe rappresenta il Padre celeste; secondo la nostra comprensione, egli è la personalizzazione del Padre eterno. Il Padre, nel seno della Trinità, rappresenta il Mistero senza nome e senza parola, il Principio dal quale tutto proviene, la Fonte originaria, generatrice di tutte le co­se. Il Padre eterno è inesprimibile. Su di lui tace la ragione e la nostra bocca fa silenzio. Egli è il silenzio da cui nascono tutte le parole. Colui che parla è il Verbo. Egli è intelli­genza, espressione, comunicazione. Il silenzio del Padre si nasconde in ogni parola e in ogni suono dell'universo. Il si­lenzio rivela la natura del Padre celeste. Il suo silenzio rivela ciò che egli è: il Padre eterno presente, attuante, creante le condizioni affinché la storia avvenisse così com'è avvenuta. Senza Giuseppe, Maria sarebbe stata ripudiata, non avrebbe avuto un focolare, il Verbo non sarebbe entrato in una fa­miglia umana, non sarebbe stato protetto quando nacque in Betlemme e non sarebbe stato difeso quando dovette fuggire verso l'esilio. Tutte queste azioni si fanno nel silenzio. Il silenzio è l'essenza di Giuseppe e l'essenza di colui che egli rappresenta e personifica: il Padre celeste.

In terzo luogo, il silenzio esprime il nostro quotidiano e la nostra vita interiore. Gran parte della nostra vita accade nel quotidiano, in seno alla famiglia e nel lavoro. È ovvio che vi sono delle parole, a volte anche troppe. Ma quando vogliamo ascoltare l'altro, dobbiamo fare silenzio. Quan­do lavoriamo, non conversiamo né discutiamo. Il lavoro è ben fatto e circondato della cura necessaria solo quando facciamo silenzio e ci concentriamo nell'opera che stiamo facendo.

Tutti abbiamo un'interiorità. C'è un universo di vita, di emozioni, di sogni, di archetipi e di visioni nel nostro intimo. Da esso provengono voci e messaggi. Queste ci consigliano, ci avvertono, ci ispirano. Mista a queste voci vi è anche la voce di Dio che ci chiama a una vita più sincera, più traspa­rente, più aperta e più credente. Ascoltiamo questa Voce e queste voci soltanto se faremo silenzio nel nostro intimo. La vita interiore è la vita del silenzio eloquente e fecondo. E in questo silenzio che maturano le buone intenzioni, che si elaborano i sogni che danno senso alla nostra speranza e che nascono le parole trasformatrici della realtà. Giuseppe è maestro di vita interiore silenziosa. Il suo silenzio testimonia un altro tipo di santità e di grandezza che non passa attraverso la visibilità e attraverso la parola. Egli è il patrono della grande maggioranza dell'umanità che passa impercettibile e anonima in questo mondo, che vive nel silenzio e che, non raramente, è condannata a vivere nel silenzio iniquo, quando vorrebbe parlare, protestare e gri­dare contro parole che mentono e azioni che opprimono. Il silenzio di Giuseppe mostra la fecondità del non parlare, ma del fare; del non esprimersi, ma dello stare al posto giusto con la propria presenza e azione.

Questo è il Giuseppe della storia, preparato a ricevere nella sua vita la piena presenza del Padre.

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